| Agenda. Crisi finanziaria e sviluppo economico |
La crisi è globale perché ha origine nella globalizzazione di Giulio Tremonti Il legame fra la crisi attuale e la globalizzazione non è casuale ma causale, poiché è proprio in questa globalizzazione operata troppo in fretta e troppo “a debito” che essa ha le sue radici. La soluzione a questa crisi sta nel separare il bene dal male, nel salvare, separandole dal resto, le famiglie, le industrie e le banche autenticamente funzionali allo sviluppo. Sono infine necessarie nuove regole, senza le quali il superamento di questa crisi sarebbe solo la preparazione della nuova.
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Un modello di sviluppo dell'economia italiana? di Gianni Toniolo Il sistema economico italiano non rientra in nessuno dei modelli di sviluppo identificati dagli economisti italiani e stranieri. Molte domande sulle peculiarità e sulle carenze dello sviluppo economico dell’Italia rimangono dunque senza una chiara risposta. Le ragioni di tale diversità sarebbero da ricondurre al blocco che caratterizza la società italiana e a una conseguente carenza culturale: l’Italia non è stata in grado di capire la grande rivoluzione che, a cavallo del millennio, stava cambiando i modi di produrre, di distribuire e di vivere. Ne è conseguita l’incapacità di agganciarsi alla crescita dell’economia globale. Oggi l’Italia affronta, dunque, la crisi internazionale in una posizione di profonda debolezza economica.
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Oltre la crisi finanziaria: prospettive e politiche per l’industria italiana di Andrea Bianchi Per affrontare la crisi globale e restituire competitività al sistema produttivo, l’Italia ha bisogno di una politica industriale che sappia accompagnare i processi di riorganizzazione avviati nei settori di maggiore specializzazione e sostenere la crescita di filiere produttive nei settori collegati con i nuovi driver dello sviluppo globale. Il programma Industria 2015 avviato dal governo Prodi e proseguito dal-l’attuale esecutivo rappresenta la base sulla quale costruire una politica di sviluppo coerente con le esigenze di modernizzazione del paese.
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Quanto puntare sulle infrastrutture? di Andrea Boitani Nonostante le reti di trasporto italiane siano mediamente sottoutilizzate e gli ostacoli a una politica anticongiunturale basata sugli investimenti pubblici siano in Italia molto alti, con l’approfondirsi della recessione innescata dalla crisi finanziaria in molti auspicano un piano per rilanciare le grandi opere infrastrutturali quale strumento principe della politica anticongiunturale. Non sarebbe invece meglio finanziare piccole e piccolissime opere come, per esempio, le manutenzioni straordinarie delle scuole, degli ospedali e degli acquedotti?
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Le grandi scelte nelle telecomunicazioni di Cristiano Antonelli Se alla fine degli anni Novanta l’industria delle telecomunicazioni italiana si trovava, tanto dal punto di vista tecnologico quanto da quello finanziario, in una situazione piuttosto favorevole, oggi le sue condizioni sono al contrario deplorevoli. La diffusione delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione è rallentata, la crisi finanziaria del 2008 mette ulteriormente a repentaglio i tentativi di salvare la principale impresa italiana. Si prospettano alcuni scenari possibili, ma la soluzione si potrà trovare solo se saranno messe in campo risorse non solo finanziarie, ma intellettuali.
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Istruzione e formazione all’appuntamento con la crisi di Fiorella Farinelli Per il contrasto e il superamento della crisi economico-produttiva, l’ambito dell’education non è una variabile indipendente. La crisi evidenzia l’urgenza di strategie di breve e di lungo periodo per una formazione come elemento costitutivo delle politiche attive del lavoro e per un sistema educativo capace di maggiore equità ed efficacia.
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| Focus. Il Mezzogiorno |
Il Mezzogiorno tra Europa e Mediterraneo di Gianni Pittella Aprire un orizzonte strategico per il Mezzogiorno costituisce oggi un punto di partenza fondamentale per il rilancio dell’intero paese. Convergenza con il resto del paese e con l’Europa in termini di standard di servizi essenziali, infrastrutture e competitività rispetto all’area euromediterranea possono e devono costituire oggi i pilastri sui quali marcare la specificità del Mezzogiorno nel quadro continentale e nazionale. Nella prospettiva strategica e di convergenza del Mezzogiorno sta la stessa possibilità di recupero di competitività del Centro-Nord e dunque dell’intera Italia, come del resto è già avvenuto, con premesse ed esiti diversi, nel rilancio italiano del secondo dopoguerra.
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Una questione dei meridionali? di Gianfranco Viesti Nell’ultimo biennio la discussione culturale e politica sui divari territoriali di sviluppo in Italia ha subito una forte involuzione. Si è imposto un vero e proprio teorema sul Mezzogiorno, la cui conseguenza più rilevante è che meno si fa al Sud meglio è. Ma la realtà è più complessa e interessante della rappresentazione stereotipata che se ne dà. E la questione meridionale resta la più efficace cartina al tornasole con la quale riflettere sullo sviluppo dell'intero paese.
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Federalismo fiscale, questione settentrionale e questione meridionale di Giuseppe Pisauro Secondo l’opinione generale, il federalismo fiscale dovrebbe responsabilizzare Regioni ed enti locali e liberare risorse pubbliche, lasciandone di più là dove vengono raccolte e riducendo così il drenaggio di risorse dal Nord al Sud. L’attuale distribuzione territoriale di spese e imposte non è coerente con questa visione. E la soluzione alla questione settentrionale (e a quella meridionale) non è così a portata di mano.
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| Focus. Il Mezzogiorno |
Mezzogiorno obbligato a cambiare: meno cemento e più innovazione di Silvio Pancheri Nel riflettere sul Mezzogiorno, sono necessarie alcune considerazioni sul rapporto che le infrastrutture e i servizi di trasporto instaurano con l’economia e sulle conseguenze che ogni cambiamento strutturale della base economica produce sulla articolazione ottimale del sistema dei trasporti,
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Statalismo d’emergenza e interventismo riformista. Mezzogiorno e imprese di Marina Comei Statalismo d’emergenza e interventismo riformista rappresentano due modi di guardare alla crisi economica. Nuove politiche per il Mezzogiorno dovranno tenere conto che esso è parte degli strutturali problemi di crescita del paese e che anche qui la sfida risiede nell’attrezzare le imprese ad affrontare una nuova fase dell’evoluzione competitiva.
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Economia e imprenditori nel Mezzogiorno di Francesco Divella L’economia del Mezzogiorno risente in modo particolare della crisi mondiale. Inoltre, sconta ritardi decennali, non ha sviluppato distretti industriali e ha infrastrutture inadeguate. Ma le capacità imprenditoriali e un nuovo clima politico le danno i mezzi per risalire la china e per affrontare le sfide del mercato globale.
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Rendere conveniente la legalità nel Mezzogiorno di Anna Finocchiaro La presenza della criminalità organizzata che si fa impresa rappresenta un elemento di perturbazione e di freno per l’economia del Mezzogiorno e di fatto costituisce un limite ad uno sviluppo fondato sulla libera intrapresa e sul corretto uso delle risorse pubbliche. Se, specie nel rovinoso avanzare della crisi economica, vogliamo evitare una vera e propria desertificazione di una parte consistente del tessuto economico e produttivo del Sud, dobbiamo compiere una serie di discriminazioni positive nei confronti dell’impresa sana per riequilibrare le condizioni di svantaggio competitivo rispetto all’impresa mafiosa. È necessario, insomma, rendere conveniente la legalità.
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I mille tentacoli delle mafie di Enzo Ciconte Nonostante nessuno neghi più l’esistenza delle organizzazioni mafiose è difficile trovare nei libri sulla storia d’Italia una valutazione attendibile del peso e del condizionamento che esse hanno esercitato sullo sviluppo sociale, economico e politico del Mezzogiorno. Oggi, inoltre, l’attività della organizzazioni criminali si è estesa anche al Nord e all’estero, ponendo in termini nuovi il problema della lotta alle mafie.
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| Il caso italiano. Il mondo del lavoro |
La rappresentanza degli interessi del lavoro: storia, attualità e sfide di Federica Guidi Le trasformazioni che hanno investito il mondo del lavoro e della politica negli ultimi decenni pongono l’Italia e il suo sistema di rappresentanza degli interessi di fronte alla grande sfida del rinnovamento strutturale e della ridefinizione della propria identità. Oggi più che mai, le associazioni di imprenditori e lavoratori si trovano a dover ridiscutere la propria configurazione, ridefinire i loro compiti e ridisegnare il loro rapporto con la sfera pubblica per rimanere protagoniste della storia del paese.
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Ripensare le rappresentanze del lavoro di Innocenzo Cipolletta Possono le rappresentanze di interessi essere al passo con i tempi? Come fare perché la rappresentanza tuteli gli interessi del presente, sia aperta a quelli del futuro e non tradisca del tutto quelli del passato? Una via per ricostruire una migliore aderenza delle rappresentanze potrebbe essere quella di ripartire dagli interessi specifici per giungere così ad una ricomposizione degli interessi più generali.
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La rappresentatività del sindacato in Europa di Walter Cerfeda In un’Europa che ha cercato di vincere la sfida della globalizzazione intervenendo sul mercato del lavoro e sulla politica salariale allo scopo di ridurre i costi e ricreare margini di competitività, il sindacato sta vivendo una fase di arretramento. Si rende quindi necessario un ripensamento delle politiche proposte dal sindacato e delle funzioni che esso è chiamato a svolgere.
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Rappresentanza e sindacato nell’epoca della globalizzazione di Nicoletta Rocchi e Marigia Maulucci I mutamenti economici, politici e sociali prodotti dalla globalizzazione impongono una ridefinizione del ruolo del sindacalismo confederale, che deve oggi confrontarsi con la sfida posta dalla trasformazione dell’individuo in soggetto e dalla conseguente constatazione che la rappresentanza collettiva è rappresentanza di persone e non più di moltitudini.
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| Internazionale. Medio Oriente |
La crisi di Gaza: quale ruolo per Stati Uniti e Unione europea di Vittorio Emanuele Parsi Il nuovo capitolo del conflitto arabo-israeliano scoppiato a Gaza lo scorso dicembre costituisce un altro estremo tentativo da parte sia di Hamas che di Israele di provocare un radicale cambiamento dello status quo nella regione. La natura di questo scontro rende però più difficile l’intervento di attori esterni per consentire il raggiungimento di una tregua. La relativa assenza degli Stati Uniti, impegnati nella transizione fra l’Amministrazione Bush e quella Obama, offre all’Unione europea un’imperdibile occasione per giocare un ruolo di mediatore, sempre che si superino le tradizionali divisioni fra gli Stati membri.
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Anatomia politica dei ventitré giorni di Gaza di Renzo Guolo Il conflitto israelo-palestinese in corso, come accade sempre dopo ogni conflitto, non lascerà immutati gli equilibri politici e militari nell’area. Per analizzare i mutamenti che esso produrrà può essere opportuno esaminare le posizioni dei diversi attori in campo e le motivazioni che li hanno indotti ad optare per determinate scelte strategiche piuttosto che per altre.
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Israele, Palestina e la guerra di Gaza di Fabio Nicolucci Gli eventi di Gaza saranno periodizzanti. Nel 2009, anno in cui si svolgeranno le elezioni nei principali paesi dell’area, si porranno due scottanti questioni: quale sia la forza dell’Islam politico-radicale e quindi, indirettamente, quale sia la risposta occidentale per affrontarlo. Avendo già ridisegnato il campo di forze palestinese, avranno anche influenza sulle elezioni politiche in Israele. In caso di vittoria di Netanyahu il superamento in senso progressivo dei neocon sarà più difficile.
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Qualche cosa da dire su Gaza di Stefano Levi Della Torre Per comprendere appieno la situazione a Gaza è opportuno considerare ambedue i punti di vista, israeliano e palestinese. Entrambe le parti portano avanti le proprie ragioni, ma è evidente la sproporzione delle forze in campo. L’accanimento perpetuato da Israele sugli abitanti di Gaza allontana ogni possibilità di negoziato e non riuscirà comunque nell’intento di distruggere Hamas, ottenendone anzi un rafforzamento. Sarebbe forse stato più utile abbandonare l’unilateralismo e lasciare agire la diplomazia, più che lanciarsi in una guerra sconsiderata.
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| Dizionario civile |
Evoluzione di Enrico Alleva e Daniela Santucci Charles Darwin, del quale il 12 febbraio 2009 ricorre il bicentenario della nascita (che sarà celebrato ovunque, e a Roma presso l’Accademia nazionale dei Lincei), non amava il termine “evoluzione”, in inglese evolution. Ha regolarmente preferito, fin nei suoi scritti giovanili, il termine “trasmutazione”, dato che l’enigma del quale cercava con affannosa costanza una spiegazione era di chiarire i meccanismi mediante i quali una specie animale o vegetale si tramutasse in un’altra.
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| I libri di Italianieuropei |
Gustaw Herling-Grudzinski, Un mondo a parte di Saverio Ricci “Un mondo a parte” appartiene a un genere che potrebbe dirsi della letteratura “concentrazionaria”, e quasi lo inaugura, benché abbia goduto di tardiva notorietà in alcuni paesi, soprattutto in Italia e in Francia. Il genere è quello nato dall’esperienza di uno degli aspetti più tragici dell’età dei totalitarismi e della seconda guerra mondiale: la concentrazione in disumani campi di prigionia e lavoro forzato, e spesso di sterminio, di milioni di perseguitati per motivi politici, ideologici o razziali, prigionieri di guerra e detenuti comuni. “Un mondo a parte” uscì a Londra nel 1951. Primo Levi aveva pubblicato “Se questo è un uomo”, nato dall’universo concentrazionario nazista, nel 1947. Ma “Una giornata di Ivan Denisovicˇ” di Aleksandr Solženicyn apparve nella rivista “Novyj Mir” solo nel 1962, recando all’autore fama ma anche una seq...
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