| Il valore di un'esperienza |
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| di Giuliano Amato | |
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La Fondazione nacque dieci anni fa con l’esplicito intento di valorizzare il contributo della cultura socialista nella costruzione del riformismo necessario ai nuovi tempi. Ciò voleva dire contrastarne la chiusura entro i vecchi confini e aprirla da un lato alla dimensione europea e al rapporto con le culture democratiche e progressiste extraeuropee (a partire dai democratici americani), dall’altro al concorso degli altri filoni del nostro riformismo in vista di una prospettiva comune. Non a caso nel 2001 il primo numero del bimestrale “Italianieuropei” si aprì con un scambio di lettere, “Caro Massimo”, “Caro Giuliano”, nel quale Massimo D’Alema ed io, partendo ciascuno dalla propria storia, cercavamo di cogliere le coordinate di un futuro nel quale avrebbero perso senso le tradizionali contrapposizioni interne alla famiglia socialista. Mentre l’anno dopo scrivemmo insieme una lettera aperta al Partito Socialista Europeo, pubblicata sul numero 4/2002 della rivista, invitandolo a dar vita alla casa comune dei riformismi europei. «Il nome della nuova famiglia poco importa – scrivemmo fra l’altro – perché la forza delle nostre idee di socialisti non è nel richiamo di un nome, ma nella nostra capacità di tradurre in realtà gli ideali da cui siamo animati». Oggi si è realizzata buona parte del percorso che auspicavamo. È nato in Italia il Partito Democratico e il Partito europeo ha già espresso il suo convinto consenso a poter divenire il partito dei socialisti e dei democratici europei. In seguito a questo importante avvenimento ci siamo chiesti se avesse ancora un senso la nostra Fondazione, se, in altre parole, la sua missione non dovesse considerarsi compiuta. E abbiamo concluso che non è così e che proprio per costruire il futuro comune serve ancora richiamarsi ai nostri valori e avvalersi degli stessi errori che segnano il nostro passato.
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