Il mondo laborioso e creativo di piccole e medie imprese e lo Stato - Sintesi Stampa E-mail

Il mondo laborioso e creativo di piccole e medie imprese e lo Stato:
insieme per vincere la sfida della competitività

(Sintesi)

Lo scopo e il metodo. Misure diverse in un quadro coerente e governabile.

Le ragioni dell’interesse per il tema vanno individuate in una adesione ai “bisogni delle imprese colte nella loro operosa quotidianità e alle tante scelte e decisioni che quella quotidianità impone” nella consapevolezza che questo è un settore decisivo per la competitività, ma anche uno dei baricentri della nostra società.

Il dossier prova a entrare nel merito di quei bisogni, costruendo un catalogo di azioni di governo su target specifici. È un dossier aperto, ovviamente, nel quale l’intero settore sociale cui è destinato può riconoscersi e apportare conoscenze, testimonianze e proposte migliorative.

Le proposte che avanziamo vanno considerate come un insieme di misure tra loro auspicabilmente coerenti e tali da rafforzarsi reciprocamente. Solo per comodità espositiva abbiamo classificato queste misure come disegnate ad abbattere i costi, accrescere il giro di affari e, sopratutto, definire il contesto entro il quale delineare e implementare le strategie di sviluppo.

Sono facce della stessa medaglia gli indirizzi e le misure che permettono alle PMI di accrescere la propensione a innovare, di adottare forme più avanzate di internazionalizzazione, di crescere nella loro dimensione produttiva, finanziaria, organizzativa, difendersi da una competizione sleale, trovare tranquillità sul fronte del credito. In sincronia con questi traguardi, una profonda riforma della pubblica amministrazione deve porre al centro l’obiettivo di ridurre il costo di fare impresa e premiare quelle amministrazioni che lo raggiungono.

Un tema emerge come centrale: la necessità di riportare a modello l’insieme degli interventi che Stato e regioni perseguono. Il quadro è in evoluzione e nelle regioni, che hanno assunto un ruolo centrale nel sostegno alle imprese, comincia a farsi strada l’idea che l’occupazione e il tessuto produttivo si difendono mettendo l’impresa in condizioni ottimali per crescere e rafforzarsi strutturalmente nel medio periodo.

In ogni capitolo si vuole proporre un modello, più che una specifica misura. Senza la governance nei vari processi è difficile coniugare il tutto in politiche, che siano la risultante coerente delle misure che il governo prende per l’intero sistema e di quelle suggerite dalle peculiarità dei vari tessuti produttivi locali.

I tempi per raccogliere i primi frutti delle azioni nei vari campi non saranno brevi, ma potranno essere accelerati se lo Stato saprà innescare subito aspettative positive di cambiamento e apparirà attendibile come partner immedesimato nei problemi che il settore esprime e attento a predisporre un contesto che aiuti a risolverli.


Un sistema degli incentivi e di sostegno semplice, con regole, risorse e tempi certi.

E necessario un impegno sulla certezza delle regole, dei tempi, delle risorse destinate a rendere il quadro di sostegno per le imprese intelligibile come indirizzo di lungo periodo del paese.

L’efficacia di una strategia di sostegno richiede che sia messa a punto la filiera istituzionale che lega l’amministrazione centrale, le regioni, gli enti locali, le Agenzie di sviluppo, superando la confusione e la sovrapposizione di ruoli.

Occorrerà disegnare le architetture che intrecciano l’azione statale a quella regionale, dove allo Stato spetta un ruolo di governance del sistema e di individuazione delle linee strategiche. Ma occorrerà definirne le modalità anche con le regioni, aggiustando il passo sui livelli di condivisione congrui. A tal fine occorre una delega per il codice degli incentivi, che dia alla materia un quadro certo e che sia valido anche sul piano regionale.

Va poi deciso di quali incentivi il paese ha bisogno e dove concentrare le risorse.

Deve cessare l’incertezza sui tempi di uscita del bando, sulla sua dotazione, sulla sua durata. Occorre dirigere gli interventi verso quelle azioni aziendali o a quelle architetture istituzionali e di servizio che facilitino il trasferimento tecnologico, l’innovazione e la ricerca, l’internazionalizzazione, la patrimonializzazione, la crescita dimensionale, un migliore accesso al credito e alla finanza, la commercializzazione dei marchi, la nascita di soggetti privati collettivi e le nuove imprese tecnologiche. Occorre anche graduare gli interventi, con riferimento alle aree svantaggiate.

Per essere efficaci gli incentivi: dovranno raggiungere essenzialmente le imprese innovative e le loro reti; dovranno premiare azioni individuate in maniera semplice; dovranno essere congegnati anche per premiare (ex post) chi raggiunge effettivamente gli obiettivi; si dovrà privilegiare l’incentivazione automatica su altri tipi di incentivazione anche attraverso parametri di misurazione.

Il criterio valutativo dovrà riguardare azioni concrete per le quali l’uso di un semplice parametro o un forte restringimento del raggio di azione possa risultare fuorviante. La 488 verrà mantenuta nella nuova versione e indirizzata agli investimenti con più valore aggiunto e più autofinanziamento, ma anche mirata a chi cresce, innova ed espande le vendite all’estero.

Più complesso è il problema dell’incentivazione negoziale, che corre costantemente il rischio dell’eccessiva discrezionalità. Sarà inevitabile pervenire a un qualche ridimensionamento nell’uso dello strumento, in attesa di una valutazione definitiva.

Protezione dei marchi, della concorrenza leale, come misure di sostegno della trasformazione produttiva

Il sistema delle imprese deve poter disporre dello spazio necessario per reagire alle nuove pressioni competitive, che spesso assumono forme di concorrenza sleale, e quindi anche risposte di impatto immediato devono accompagnare le strategie di più lungo periodo. Eventuali misure difensive devono essere chiaramente delimitate nella loro durata, e mirate esclusivamente a sostenere imprese che siano potenzialmente in grado di sopravvivere autonomamente una volta superata la fase di ristrutturazione.

Gli strumenti disponibili a livello nazionale (tutela del consumatore, etichettatura, misure di sostegno all’internazionalizzazione, lotta alla contraffazione, difesa dei brevetti ecc.) devono essere usati in modo determinato, ma coerente alla linea assunta nelle istituzioni internazionali.

Le Dogane sono il pivot della lotta alla contraffazione. Occorre un piano d’azione e un impegno comune di istituzioni e imprese che permetta di avere adeguati strumenti giuridici e operativi. Occorre rendere più pesanti ed efficaci le sanzioni e le penalizzazioni contro la contraffazione, puntando anche a effetti deterrenti. Occorre perseguire anche azioni a sostegno dei marchi italiani all’estero e dei prodotti italiani in generale come prerequisito per una politica della competitività che privilegi la qualità.

Internazionalizzazione come strategia chiave per la competitività

Un sistema di imprese competitivo è anche un sistema di imprese che persegue una internazionalizzazione attiva. Il sostegno all’internazionalizzazione delle PMI non può più solo limitarsi al sostegno all’export ma deve accompagnare anche fenomeni relativamente nuovi quali la costituzione di società all’estero, gli accordi tra imprese per andare all’estero insieme, o gli accordi di joint venture tra imprese italiane ed estere.

Più che in altri campi, nel caso dell’internazionalizzazione manca una strategia coerente. Occorre dare un’architettura razionale alla rete esterna e a quella interna che sostengono il processo.

L’internazionalizzazione va favorita, in primo luogo, nel territorio ove l’impresa è insediata, mediante il collegamento con centri e reti internazionali di design, distribuzione e marketing, la formazione dello staff, l’attrazione di talenti creativi e scientifici.

Occorre affrontare l’irrisolta questione della responsabilità della politica economica estera del paese, che oggi è dispersa tra ministero degli esteri, il ministero dell’economia e il ministero delle attività produttive. Non è sostenibile un modello in cui ICE (Istituto del commercio estero) e SIMEST (Società italiana per le imprese all’estero) rispondano al MAP (con differenti assetti proprietari) e Sviluppo Italia e la SACE (Servizi assicurativi del commercio estero) al MEF.

Obiettivo di legislatura sarà l’accorpamento presso un solo ministero delle responsabilità nella politica industriale e di sostegno alla internazionalizzazione (comprese quelle che ha oggi il ministero dell’economia). Nell’immediato si potrebbe delegare al vice ministro dell’industria la responsabilità di coordinamento generale e gestione e, come nel caso del Regno Unito, assegnargli anche il ruolo di vice ministro o sottosegretario al ministero degli esteri con delega alla politica commerciale.

Il coordinamento e la razionalizzazione delle Agenzie richiede un progetto condiviso, che, tuttavia, oggi soffre della mancanza di elementi di condivisione tra ICE, SACE, SIMEST, Assocamere estero, Sviluppo Italia, regioni, enti fieristici, ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, ministero dell’interno ecc., a cui si aggiungono le sedi diplomatiche all’estero. Queste funzioni dovranno essere gestite da un’unica struttura altamente professionale e non burocratizzata.

Si possono creare “contenitori giuridico-amministrativi” finalizzati alla realizzazione di “progetti di internazionalizzazione” (nei quali convergano Camere di commercio, fondazioni bancarie, enti di previdenza), attraverso i quali creare sinergie e disponibilità liquide, che puntino al finanziamento e non alla gestione dei progetti. In essi possono essere coinvolte anche le risorse del settore privato.

Alternativamente, si potrebbe puntare a una “Agenzia per l’internazionalizzazione”, che assolva, con un organico snello e altamente professionalizzato, compiti di elaborazione, monitoraggio e controllo sullo stato di avanzamento dei singoli progetti.

Una nuova architettura per il credito e la finanza d’impresa

L’obiettivo è che le PMI non incorrano in razionamento, ma anche che trovi sempre più spazio il finanziamento garantito dal capitale piuttosto che dai beni personali dell’imprenditore e che non ci siano vincoli finanziari ai buoni progetti. E che si vada verso un passivo orientato sul medio e lungo termine e che un efficace sistema di garanzie consortili (e pubbliche) tenga basso il costo del credito.

Si dovrà dare più efficacia ai Confidi, predisporre il quadro normativo, incentivare l’accorpamento. Oggi i Confidi sono troppo piccoli per soddisfare la prestazione di garanzie “dirette, irrevocabili, incondizionate, a prima richiesta”, posta nelle clausole di Basilea2 ai fini della rilevanza delle garanzie private. Fusioni e incorporazioni saranno necessarie per raggiunge un’adeguata massa critica, più adeguati livelli di patrimonializzazione, portafogli rischi più diversificati, ma anche un rafforzamento tecnico-professionale per una nuova fase di gestione del profilo di rischio.

I Confidi possono giungere ad allestire servizi utilizzabili dalle banche, a partire da un servizio di rating per le imprese associate (in joint venture con le agenzie internazionali di settore). Potranno operare come pre-selettori, abbattendo il rischio e puntando all’ottenimento di rating sufficienti ad essere soggetti garanti in grado di mitigare il rischio per le banche. Possono garantire prestiti obbligazionari che le srl possono emettere in base al nuovo diritto societario. Possono essere fattori chiave nel permettere alle PMI di accedere al mercato dei titoli e spostare il debito verso scadenze di più lungo termine anche attraverso titoli di distretto o schemi simili di cartolarizzazione. Possono intervenire in progetti comuni di imprese, di filiera o distretto e garantire la società veicolo del progetto verso le banche che ne cartolarizzino i debiti.

È necessario che lo Stato operi in modo selettivo utilizzando la leva dell’incentivo fiscale, o della partecipazione pubblica, o dell’accesso alla controassicurazione pubblica. I Fondi pubblici che svolgono operazioni di contro-garanzia non potranno essere erga omnes giacché per rilevare ai fini dei criteri di Basilea2 e risultare garanti di ultima istanza, devono essere selettivi e, in virtù di tale selettività, costituire strumento di indirizzo industriale.

L’incentivazione pubblica andrà ripensata in termini di compatibilità con i requisiti di Basilea2. Ad esempio, i fondi rotativi, previsti dal piano triennale, potrebbero essere indirizzati a forme di intervento in grado di soddisfare tali requisiti.

Dal canto loro le PMI devono saper compiere un salto di cultura gestionale e finanziaria. Basilea2 può essere sfruttata per rendere più positivi e trasparenti i rapporti con le banche. Ma tale opportunità diventerà fruibile se l’imprenditore troverà come controparte un intermediario
con il quale intrattenere rapporti costruttivi e non burocratici.

Una finanza per crescere

Per crescere adeguatamente alle imprese servono anche risorse finanziarie. Occorre rimuovere vincoli che vengono dalla struttura del loro passivo, creare un ambiente favorevole affinché si sentano indotte ad aprire il capitale o, all’occorrenza, a fondersi. Occorre puntare su modelli partecipativi perché spesso le imprese hanno bisogno di un socio finanziario a medio termine.
Si possono migliorare le convenienze per l’istituto del “prestito partecipativo” bancario quale strumento di capitalizzazione delle imprese, che potrebbe produrre effetti positivi in tempi più brevi rispetto ad altre forme di incentivazione del capitale di rischio. Anche “lo strumento finanziario partecipativo” (intervento di terzi), previsto come figura giuridica dal nuovo diritto societario, va reso appetibile per le imprese.

Si può immaginare un’Agenzia pubblica che entri nel capitale di società nate da fusione tra imprese di diversa e distinta proprietà.

I fondi di private equity istituiti dalle associazioni di categoria possono avere partecipazione pubblica o particolari agevolazioni che vanno concesse anche a quei fondi che si impegnano a tenere per un periodo medio-lungo le partecipazioni,

Le società di venture capital e private equity dovrebbero godere di un privilegio fiscale rispetto alla tassazione di altri proventi finanziari,

La legge fallimentare dovrà raccordarsi con alcune previsioni del Testo unico della finanza (legge Draghi), distinguendo la frode e il dolo (o comunque il comportamento illegale), dall’insuccesso di fronte a un rischio imprenditoriale.

Si dovrà accrescere la possibilità di smobilizzo delle partecipazioni azionarie di private equity in PMI, costruendo uno strumento borsistico agile per le PMI specializzato per zona e settore di attività e operando affinché si arrivi a una unificazione delle normative in Europa

Un fisco per crescere

Le detassazioni di tipo generalizzato dovranno mirare in primo luogo a ridurre il costo del lavoro e il cuneo fiscale.

Occorrerà poi garantire alle imprese una tassazione ridotta sul risultato di esercizio almeno in tre direzioni.

La prima, per accompagnare la crescita d’impresa attraverso fusioni oggi ridiventate onerose. Occorre incoraggiare la crescita dimensionale, prevedendo periodi estesi di riduzione fiscale per imprese che, provenendo da proprietà diverse, vengano accorpate, per via di acquisizione o di accordo, attraverso accelerazione di ammortamenti, continuità delle scritture contabili, tassazione moderata delle plusvalenze, o accesso a fondi di garanzia pubblica diretti verso queste operazioni specifiche, o forme concordatarie di tassazione estese per un periodo di tempo.

La seconda, per incoraggiare i sistemi di imprese, le piattaforme produttive, i metadistretti e distretti o i raggruppamenti per filiera a unire gli forzi nel dotare di servizi se stessi e le reti in cui sono inserite. Per esempio una società di servizi, costituita da imprese in tali reti in forma di SpA, con dotazioni e strutture valutate adeguate dal legislatore secondo alcuni parametri, e finalizzata alla realizzazione di attività comuni all’intera rete deve anche godere di un abbattimento fiscale esteso nel tempo.

In terzo luogo, per abbattere altri carichi impropri. Imposte di registro, ipotecarie e catastali costituiscono una barriera alla mobilità geografica delle famiglie e alla mobilità dimensionale delle imprese. Vanno determinate in cifra fissa corrispondente agli oneri sopportati dallo Stato per la fornitura dei servizi di registrazione di varia natura .

Ricerca e innovazione. Fare incontrare domanda e offerta.

La ricerca attuata direttamente dalle PMI andrà sostenuta. Ma, accanto a ciò, è necessario un raccordo tra domanda e offerta di innovazione.

Non esiste, in generale, una tecnologia o una innovazione già bella e pronta, chiavi in mano, per un’impresa specifica, ma esistono tecnologie ed esigenze che l’impresa può considerare e adattare ad esigenze specifiche. Le imprese devono individuare facilmente il loro interlocutore dedicato o trovare sul mercato un’offerta privata di tali servizi, che sappia dialogare con il mondo della ricerca per tradurre in progetti questa domanda inespressa. Per essere efficace, il processo ha bisogno non solo di risorse ben indirizzate, ma di una efficace regia e coordinamento istituzionale.

Questo richiede investire su quanto già esiste nel campo della ricerca sul territorio (università, centri pubblici e privati) e ricomporlo in unità (centri virtuali) che si occupino del loro coordinamento, di legami funzionali tra ricercatori collegati in rete.

Spetta allo Stato definire un orizzonte istituzionale che, pur centrato sulle regioni, sia omogeneo e rappresenti uno sforzo unitario al fine di garantire l’unità sostanziale del processo e la sua qualità. Lo Stato dovrà premiare l`eccellenza e monitorare che non vi siano duplicazioni di interventi in un’ottica di specializzazione di filiera tecnologica.

Una parte del cofinanziamento da parte dello Stato va dedicata alla partecipazione alle spese delle regioni che si avvalgano della migliore consulenza di imprese (anche internazionali) specializzate in knowledge management.

Devono nascere Centri che possono essere centri di intermediazione (brokeraggio) tra ricerca e produzione, o essere congiunti alle imprese dall’intermediazione esistente. Tali centri devono essere un attrattore per le imprese. Un meccanismo di valutazione, di peso e reputazione internazionale, va messo dietro al processo.

I centri di ricerca, con o senza compartecipazione di altre istituzioni pubbliche, devono generare attività che mettano le necessità delle imprese al centro delle proprie strategie decisionali e organizzative; che mirino all’aggregazione sinergica di competenze e imprese per il raggiungimento di massa critica di competitività, che siano capaci di fare scouting delle imprese o individuare i bisogni dei distretti o metadistretti.

È necessario far nascere un tessuto diffuso su basi private di brokeraggio e scouting tecnologico, e quindi accreditare professionisti e imprese del settore; agevolare fiscalmente le spese delle imprese che ricorrano al brokeraggio (più in base ai risultati che all’esborso); promuovere la formazione per lo sviluppo di competenze tecnico-manageriali; incentivare le università a far nascere da spin-off anche imprese di knowledge management,

Ciò richiede finanziamento a programmi di ricerca e sviluppo tecnologico in cui siano centrali: il ruolo della partnership con un centro di ricerca riconosciuto che ne garantisca il progetto, sottoposto a una valutazione ex ante della sua validità e coerenza finanziaria; un accordo con le banche e un fondo di garanzia, affinché chi fa innovazione trovi anche disponibilità di credito privato agevolato.

Per ciò che riguarda i brevetti, va rivista la politica di detassazione del loro deposito e delle annualità di mantenimento. Occorre aiutare le imprese italiane nella brevettazione a livello europeo e nell’estensione extra-europea, nonché mantenere la dotazione di fondi dell’UIBM.
Per favorire la ricerca svolta direttamente dalle PMI devono essere incentivate le imprese a consorziarsi per mettere insieme centri, laboratori e attività di ricerca. Si può prevedere, su base d’asta, che lo Stato assuma una partecipazione in laboratori di distretto o metadistretto promossi da consorzi di imprese private, dove la scelta di dove collocarli si commisuri, oltre che al programma in sé, anche all’autofinanziamento garantito dai promotori.

Le imprese devono poter disporre anche di agevolazioni automatiche (credito d’imposta), purché selettivamente dirette e mirate. Una parte dei fondi dovrà essere riservato a premiare le iniziative per le quali il risultato è soddisfacente. Una serie di indicatori dovrà sintetizzare questi concetti e consentire una valutazione automatica sulla base della quale erogare tranches successive di agevolazioni. Nel definire questo indicatori, si dovrà ricorrere alle buone pratiche stabilite a livello europeo e internazionale.

Va incoraggiata la nascita di un mercato di valutazione della tecnologia (technology rating), di cui possano beneficiare le piccole imprese per praticare la certificazione del livello tecnologico dei business plan e dei progetti,

Un tessuto normativo adeguato alle piccole imprese, ai distretti, alle reti

Le PMI hanno bisogno di un tessuto normativo adeguato al contesto in cui operano e atto a sollecitare le loro potenzialità. Occorrerà varare lo Statuto della piccola e media impresa e, nell’ambito di quest’ultimo, predisporre lo Statuto dell’impresa dipendente, prevedere nel codice civile una norma contro “l’abuso di dipendenza economica” che, senza tradursi in forme protezionistiche, tuteli le imprese (dipendenti) più deboli dal pregiudizio che possono subire nei loro rapporti contrattuali con l’impresa committente.

Promuovere il riconoscimento giuridico delle reti d’impresa

Occorre un diritto appropriato alla condizione delle reti di imprese. I commi 366-72 (ex articolo 53) della finanziaria per il 2006, che riconoscono come soggetto giuridico unico la “la libera associazione di imprese del distretto”, non sono una soluzione soddisfacente,

Come è formulata, la norma risulta slegata dalla complessità dell’evoluzione dei distretti e dalla divaricazione di modelli seguiti nelle regioni. La norma ignora che alcune regioni, da un lato, hanno superato la logica dell’intervento per distretto territoriale e si sono date altre politiche industriali centrate su fattori trasversali di competitività, dall’altro hanno già sopravanzato quell’impostazione riferendola a forme più flessibili di sistemi d’impresa, piattaforme produttive, metadistretti e raggruppamenti per filiera.

Sostenere la sopravvivenza dell’impresa nel passaggio generazionale e nella fasi di crisi

Il problema della sopravvivenza dell’impresa è molto più serio di quanto comunemente percepito
. Le imprese familiari spesso non sopravvivono fino alla seconda generazione (solo il 30%); meno ancora alla terza (il 14%). In Italia sta arrivando al momento della successione una moltitudine di imprese formatesi nel boom degli anni Cinquanta e Sessanta. Il 60% degli imprenditori individuali, d’altra parte, ha più di sessant’anni e il 10% più di settanta. Molte imprese cessano l`attività o entrano in crisi in relazione al passaggio critico della trasmissione generazionale:

Occorre: eliminare il diritto di veto alla continuità dell’impresa quando subentra un socio, e accoppiare le clausole di gradimento a quelle di recesso; affidare alla maggioranza degli eredi anche per le imprese individuali, la decisione di continuare l’attività; costituire un fondo di garanzia che possa intervenire in casi di liquidazione degli altri eredi; riconoscere, con specifiche cautele, i patti successori; intervenire per rendere fiscalmente neutra la donazione di azienda sia per il donante che per il donatario. assoggettare ad un’imposta sostitutiva eventuali plusvalenze emergenti in sede di trasmissione d’impresa; assimilare a successione dal punto di vista fiscale la cessione ai dipendenti.

Promuovere la rappresentanza delle piccole imprese

Occorre regolare in modo inclusivo e partecipativo le modalità con cui il mondo delle PMI entra in rapporto con le istituzioni dello Stato. Già nel programma per le elezioni del 2001 il centrosinistra aveva proposto di istituire la funzione del Coordinatore per le politiche per le piccole e medie imprese all’interno della Presidenza del Consiglio, con poteri di coordinamento dei diversi ministeri e con la finalità di rappresentare verso il governo la specificità del settore. Ora occorre un disegno istituzionale che dia alla rappresentanza delle PMI ascolto nelle politiche specifiche.

Un percorso alternativo è un disegno con al centro la riforma radicale del CNEL, che ne faccia un organismo utile al processo decisionale,

Una pubblica amministrazione amica e alleata delle imprese

L’obiettivo di fondo è uno Stato amico delle imprese e che abbia tempi che tengano il passo con quelli dell’attività produttiva. Un obiettivo così radicale non può che ottenersi in tempi lunghi. Ma importanti risultati si possono ottenere anche nel breve periodo.

Occorre riconoscere alle PMI il diritto a far cessare l’incertezza nei rapporti con la PA. Oggi l’attività della PA è basata su decisioni e comportamenti di cui non assume la responsabilità e sull’obiettivo generale di prevenire gli abusi piuttosto che su quello di fornire servizi ai cittadini e alle imprese. Per rovesciare questa logica occorre modificare i termini con cui si valuta la sua efficienza passando dalla valutazione delle misure amministrative a indicatori di raggiungimento degli obiettivi e di soddisfazione degli utenti. Occorre quindi rendere il personale della PA responsabile delle sue azioni, ma anche premiare l’efficienza definendo con chiarezza la catena delle responsabilità e introducendo incentivi di funzionamento.

Occorre puntare più a funzioni di controllo e meno a funzioni istruttorie dell’attività amministrativa e riorganizzare la PA orientandola per obiettivi. Occorrerà individuare le funzioni che la PA può cessare di svolgere senza arrecare danno alla collettività. I costi che la PA genera alle imprese dovranno essere portati a carico della PA stessa, rendendola responsabile di ritardi, omissioni e inefficienze, incompletezza di informazione, attraverso il principio di responsabilità individuale e collettiva.

Per ciò che riguarda il momento burocratico-autorizzativo, la semplificazione amministrativa è la linea guida. Promuovere la semplificazione richiede un intervento politico “orizzontale” simile all’impegno per le liberalizzazioni. Un modo diretto per semplificare consiste nell’eliminare, senza se o ma, alcune funzioni della PA.

È necessario far diventare l’autocertificazione il metodo ordinario attraverso cui il piccolo imprenditore si rapporta con la PA. Si devono trasformare quanto più possibile le procedure di approvazione ex ante in procedure di notificazione ex post.

In molti casi lo Stato può fungere da coordinatore degli attori sociali (non dovremo ammettere più, ad esempio, che la Conferenza dei servizi si svolga senza tutte le parti interessate).
Occorre incoraggiare l’autoregolazione, dove i soggetti privati collettivi sono in grado di esercitarla. Una serie di funzioni possono essere affidate alle organizzazioni di rappresentanza delle PMI nel ruolo di intermediari con la PA. Il lavoro di proceduralizzazione nei procedimenti amministrativi può essere esternato. Vanno previsti incentivi che pongano i sindaci in condizione di effettuare la semplificazione a livello locale.

L’informatizzazione della PA, oltre che occasione per indirizzare le imprese verso i servizi resi, è anche occasione per ampliarne la gamma. Si dovrà portare ciascun settore della PA a costruire portali, che siano strumento non solo di informazione e orientamento, ma anche di servizi interattivi e dialogo. In generale, le banche dati pubbliche devono essere di libero accesso e tutto ciò che è pubblico deve essere collegato in rete.

In conclusione

Il paese rimarrà vitale finché il tessuto delle piccole e medie imprese che lo caratterizzano rimarrà vitale. Ma per questo c’è anche bisogno di un “governo che governi”. Cinque anni buttati via hanno drammaticamente peggiorato l’Italia e hanno reso ancora più stringenti i tempi per migliorare drasticamente la capacità competitiva del sistema paese e riqualificare il nostro sistema produttivo. Il paese, le PMI, non possono permettersi altri cinque anni così. Dobbiamo riprendere il cammino di una paziente costruzione strutturale, in forte discontinuità con le scorciatoie dei “colpi d’ingegno”, degli espedienti ad effetto e delle “trovate” miracolistiche.

 

Questo lavoro è iniziato nel 2005, quando la Fondazione Italianieuropei ha chiesto a un gruppo di studiosi ed esperti di curare una raccolta di idee di governo su temi della politica economica, con lo scopo di contribuire al programma dell’Unione su un aspetto specifico quanto assai rilevante. La riflessione sulle “piccole e medie imprese” ha mantenuto un assetto sistematico e continuativo attraverso varie audizioni tematiche di rappresentanti di categorie produttive, studiosi, esperti della materia trattata, operatori in strutture pubbliche e private, imprenditori. A tutti coloro che hanno partecipato va un ringraziamento caloroso della Fondazione, ma in particolare a Salvatore Biasco che, oltre ad essere stato l’animatore del gruppo, è anche il principale estensore del volumetto che raccoglie i risultati del gruppo di lavoro e di cui questa nota è solo una sintesi.