La sinistra europea: i traguardi, le strategie
Tavola Rotonda conclusiva del seminario "Strategie del socialismo europeo"
Ezio Mauro Vi presento i partecipanti alla tavola rotonda: Peter Mandelson è uno degli artefici principali, insieme a Blair, della svolta del Partito laburista, e, potremmo aggiungere, proprio della fondazione del New Labour. Responsabile della comunicazione del Labour dalla metà degli anni Novanta, ha poi coordinato la campagna elettorale vincente del ’97, ed è stato ministro per il Commercio e l’Industria, ministro per l’Irlanda del Nord. Attualmente è parlamentare e presiede un importante centro di elaborazione culturale. Matthias Machnig è stato capo di gabinetto del Ministero del Lavoro della Westfalia, dal ’95 al ’98, coordina la campagna elettorale della Spd che ha consentito a Schroeder di vincere nel ’98. E’ stato sottosegretario alle infrastrutture e dal ’99 segretario organizzativo della Spd, con la responsabilità della propaganda e della comunicazione del partito. Giuliano Amato non ha bisogno di presentazione. La Fondazione ha chiesto ad un giornalista di fare da moderatore in questa tavola rotonda e dunque non possiamo non partire dall’attualità che ci interpella tutti e ci obbliga a dare delle risposte. Lo possiamo fare chiedendoci se c’è uno specifico socialista, o meglio del socialismo europeo nell’affrontare le grandi questioni sollevate da questa crisi. Le parole mosse fin dall’inizio di questa vicenda - giustizia, pace come antitesi della guerra, tolleranza o sicurezza - sono in grandissima parte parole del socialismo almeno da cento anni. E ancora oggi la parola “sicurezza” è la parola chiave con cui il socialismo di governo ha dovuto, e si deve, confrontare a causa delle ossessioni sicuritarie che hanno attraversato tutte le nostre società, nell’ultimo decennio in particolare, anche per le strumentalizzazioni e l’uso politico che ne hanno fatto le destre. Tanto più oggi, dopo dell’11 settembre, il problema della sicurezza è completamente diverso da come è stato vissuto, a torto o a ragione, fino ad oggi. La vicenda dell’11 settembre, abbiamo dovuto affrontarla anche sul piano emotivo e sul piano razionale con difficoltà per le novità che essa comportava. E’ sembrato che ci coinvolgesse tutti come esseri umani e dunque non portasse in sé, almeno all’inizio, una distinzione tra destra e sinistra. Come se di fronte all’orrore, non fosse necessario mettere in campo altre distinzioni. Poi, nei giorni successivi, con l’organizzazione della reazione dell’Occidente e con l’inizio di una vera e propria guerra - mentre altre minacce terroristiche di origine e di firma incerta si stanno svolgendo a danno delle società occidentali, degli Stati Uniti in particolare - noi abbiamo capito che la categoria dell’orrore non può essere l’unica. Ci sono categorie diverse (culturali, religiose, politiche, geopolitiche) ma anche sentimenti diversi che entrano in campo: il sentimento del filoamericanismo e dell’antiamericanismo, dell’occidentalismo, il sentimento del pacifismo e naturalmente il sentimento dell’europeismo, del nazionalismo, il concetto stesso di civiltà, entrato a sproposito ed a proposito in questa discussione. E dunque rispuntano le distinzioni. Vorrei impostare la discussione proprio partendo da questo punto. Cosa ha da dire il socialismo europeo in questa crisi? La risposta deve nascere - come sempre in politica - dall’incontro dell’identità del socialismo europeo e dei fatti che ci interpellano, con il filtro dell’esperienza storica che abbiamo vissuto nei nostri anni. E il socialismo, tra i governi e tra le stesse forze della sinistra che abbiamo davanti in Europa, a mio parere - e vorrei sentire la vostra opinione su questo - ha almeno due elementi specifici, frutto della sua storia e della sua identità, che lo rendono adatto a governare questa fase. Noi italiani, per mancanza di parole - non possiamo usare la parola comunismo, per fortuna, perché è durata troppo, e non possiamo usare la parola socialismo perché è durato poco a causa del suicidio del partito socialista - abbiamo usato questa categoria di riformismo, ritenendo così di trovare un minimo comune denominatore tra l’esperienza laburista inglese, l’esperienza socialdemocratica tedesca e il socialismo mediterraneo francese, spagnolo e, si spera, italiano. Ecco, credo che la prima idea forza del socialismo sia da un lato un’identità occidentale forte, risolta, accettata, riconosciuta e riconoscibile. Starei per dire: finalmente senza più distinguo. Tanto che i distinguo cominciano lì dove finisce l’identità delle forze socialiste, e discriminano proprio tra le forze di sinistra, tra chi si sente e si dice socialista europeo, e chi invece ha un’altra identità, un’altra appartenenza di sinistra. La seconda idea forza, deve essere, a mio parere, che il socialismo si debba far carico delle disuguaglianze che ci sono oggi nel mondo. La globalizzazione, con lo choc mediatico-politico-culturale che abbiamo vissuto nei giorni del G8 di Genova, ha portato davanti a tutti noi il problema delle disuguaglianze tra il primo mondo e gli altri mondi, e pure all’interno del primo mondo. Anche questa vicenda rischia di portare avanti il tema in modo strumentale e subdolo: guai a commettere l’errore che si pensi a bin Laden come bandiera dei poveri, dei diseredati del mondo, campione di una società senza tutela e rappresentanza. E’ un concetto aberrante, da rigettare immediatamente, ma spesso venuto avanti, in modo subdolo, nei discorsi elaborati dalle organizzazioni fondamentaliste islamiche. Il socialismo lo può respingere a ragione, così come la sinistra italiana, che ha raggiunto l’identità del socialismo europeo in modo compiuto, cancellando un’anomalia durata troppo a lungo. Ecco, credo che il concetto dell’Occidente, unito al concetto del farsi carico delle disuguaglianze che ci sono nel mondo, può fornire al socialismo due carte con le quali si può apportare qualcosa di specifico nella lettura di questa crisi. Proverei a sentire l’opinione dei presenti, e comincerei da Mandelson chiedendogli che cosa possono portare di specifico le culture del socialismo europeo nella lettura di questa crisi e anche nell’azione concreta delle forze politiche dell’Occidente.
Peter Mandelson A mio parere, gli atteggiamenti del pubblico, dell’elettorato, nei confronti della politica passano attraverso movimenti altalenanti. Alle volte l’opinione pubblica è presa dalla politica, è ispirata dai politici, legge i quotidiani, guarda la televisione e segue il susseguirsi degli eventi; altre volte è annoiata ed indifferente; a volte è arrabbiata, a volte è soddisfatta; gran parte del tempo la gente sente che la politica non incide davvero per le loro vite. Ed è in quelle circostanze che la sinistra soffre; quando la gente non è presa, quando non pensa a ciò che la politica potrebbe fare per loro e per le loro vite, quando tende a guardare verso la destra. Nel dire questo, faccio un’ampia generalizzazione e molte volte i cittadini scelgono di alzare le spalle e disinteressarsi dell’amministrazione e della politica attiva che la sinistra rappresenta e propone. Dico ciò perché penso che dall’11 settembre assistiamo ad un ritorno alla convinzione dell’importanza della politica, che un governo attivo si assuma la responsabilità di ciò che accade, e diriga gli eventi piuttosto di permetter loro di controllarci. Qualunque sia la conseguenza di ciò, penso che abbia prodotto un nuovo importante atteggiamento della gente nel guardare alla politica per proteggersi e tutelare i propri bisogni. Il laissez faire è rappresentato dalla destra, che non fa sentire sicure le persone. Ora penso sia essenziale per la sinistra mettersi in sintonia con i genuini atteggiamenti popolari, se possiede la credibilità e l’unità per presentare risposte, politiche ed azioni pertinenti, concrete, in grado di essere attuate. Essi avvertono che esiste un’indirizzo nonostante i timori in aumento a causa di quel che è accaduto l’11 settembre. Ciò è un’opportunità per la sinistra, per i suoi valori, piuttosto che per gli opposti valori del liberismo. Direi che sono valori condivisi, forse più in accordo ed in sintonia con i tempi. Una politica dev’essere credibile e pertinente, dev’essere accettabile per le persone e deve essere offerta dai partiti e dai politici: le persone collegano tra loro in modo particolare credibilità ed eleggibilità. Ora, nel contesto dell’11 settembre c’è proprio un rafforzamento di quei valori, in particolare dell’interdipendenza e della solidarietà: un effetto moltiplicatore, poiché la gente sta riflettendo sugli eventi internazionali. Molte volte le persone non sono solo contro la politica, ma anche contro quello che avviene nel resto del mondo; esse hanno già abbastanza difficoltà a portare avanti l’esistenza, senza dover pensare a ciò che sta accadendo oltre i confini, all’estero. C’è un altro particolare significativo per la dimensione internazionale: stiamo osservando un importante sviluppo della politica estera americana, in seguito agli avvenimenti dell’11 settembre. Ritengo che gli Stati Uniti guarderanno di più, non di meno, agli assetti, apparati e relazioni internazionali: vedremo una nazione meno isolazionista, meno disimpegnata. E quindi affermerei che la politica reale e l’interesse proprio degli Usa acquista maggior senso in termini di cooperazione internazionale di quanto possano raggiungere attraverso la mediazione di istituzioni internazionali. Se posso metterlo in termini riferiti alla sinistra, credo che ciò sia un’opportunità, perché la internazionalizza, è qualcosa con cui c’identifichiamo. Abbiamo pertanto l’opportunità di rafforzarci, favorendo tale sviluppo determinante nell’atteggiamento dell’America verso il resto del mondo. Considero una grande opportunità giungere ad indirizzare le questioni della globalizzazione e il movimento anti-globalizzazione (il quale è un serio movimento sociale, dal mio punto di vista, e richiede un maggior impegno da parte della sinistra). Ritengo la globalizzazione un’opportunità storica, ma tendo a distinguerla in positiva o negativa. A mio parere, la globalizzazione positiva è quella umana, che rende più forte e solida la comunità sulla base di valori di cooperazione e giustizia sociale. L’altra, la globalizzazione negativa, indebolisce e destabilizza, come una gara all’ultimo sangue, dove viene dimenticata l’interdipendenza, e l’interesse comune in campo internazionale. Vi sono dei compiti che la sinistra deve assolvere per creare la globalizzazione positiva e realizzare le opportunità da essa offerte, piuttosto che starsene fermi, accettare il fallimento ed osservare il mondo che scivola in una globalizzazione negativa. Le cose che ci interessano nel mondo, come sinistra, hanno bisogno della peculiarità della globalizzazione positiva, e possono essere raggiunte solo tramite un’efficace azione internazionale, non da nazioni che operano da sole. Ciò dimostra, a mio parere, per quanti hanno bisogno di essere convinti (specialmente nel mio paese natale), l’esigenza di giustificare il processo di unificazione delle nazioni o di integrazione delle loro politiche e delle loro economie, coordinando le azioni in modo da mettere in discussione la sovranità nazionale, che improvvisamente sembra meno importante di prima. Aggiungerei solo questo: l’azione che vogliamo dal punto di vista internazionale, sulla base dei nostri valori di giustizia sociale e solidarietà, richiede un’America attiva, impegnata e coinvolta. Può essere difficile per alcuni della sinistra venire a patti con questo dato di fatto: gli obiettivi che vogliamo raggiungere in modo ottimale, non possono essere colti senza l’impegno della capitalista America. Essa possiede le risorse, la forza, l’abilità di intervenire, di galvanizzare tutte le nazioni nel perseguire obiettivi internazionali; essa deve dar dimostrazione di essere la sola superpotenza, che piaccia o no, nel mondo. Così, l’Europa e l’America, insieme, sia nei confronti della povertà economica e sociale o del terrorismo, o del cambiamento climatico, o del lato oscuro della globalizzazione, rappresentato dal traffico di organi umani e dalla diffusione delle droghe, devono far da guida al resto del mondo, perché ne hanno la forza. Non la forza per comandare, porre condizioni, opprimere gli altri paesi; ma la forza per creare l’abitudine a ricorrere al lavoro delle istituzioni internazionali, le Nazioni Unite, la Nato, l’Unione Europea, in modi che dalla fine della guerra fredda non eravamo mai stati in grado di adottare. La Guerra Fredda infatti operò una polarizzazione, mise ognuno in caselle bianche e nere, pro o contro, creò un equivoco su ciò che competeva al sistema internazionale e non alle Nazioni Unite. A mio parere, non abbiamo sfruttato l’opportunità della fine della Guerra Fredda quanto avremmo dovuto. Perciò questo nuovo stato d’animo, che è nato e continua dall’11 settembre, ora ci offre una chance per realizzare qualche vantaggio durevole per il mondo, a partire dalla terribile sofferenza che noi - e in particolare l’America - abbiamo patito.
Matthias Machnig Ritengo anzitutto che l’11 settembre operi una vera e propria cesura e che molte cose e molte categorie, a cui abbiamo pensato politicamente fino ad allora, vadano riesaminate in modo piuttosto sostanziale. Ad esempio, per quanto concerne il tema della sicurezza, all’interno come all’esterno, e il modo in cui noi, come socialdemocratici o appartenenti alla sinistra, ne facciamo un tema davvero associato a noi. Concordo con Peter Mandelson nel considerare che all’11 settembre sono connesse anche opportunità di una rafforzata cooperazione internazionale. Si è a lungo discusso su quale sarebbe stata la successiva reazione americana. Abbiamo visto che l’Amministrazione Bush ha costruito con misura e attenzione l’alleanza internazionale: ha preparato il confronto senza reazioni eccessive, anzi ha iniziato a dare risposte ben concordate a livello internazionale. A quest’alleanza internazionale si è riusciti, ad esempio, a far partecipare anche la Russia, la Cina, i Paesi Arabi. Ciò è molto importante anche per le successive iniziative delle prossime settimane, perché tutti sappiamo in che modo mutevole può reagire la comunità mondiale internazionale. Perciò è indispensabile mantenere saldo tale contesto internazionale e portarlo avanti con accordi internazionali su provvedimenti precisi. E’ chiaro che ci dobbiamo muovere con maggior decisione in direzione di un sistema giuridico internazionale in cui l’Onu dovrà avere un ruolo di particolare rilievo. Se ora si riflette non sulle questioni della sicurezza, ma in particolare sulle connesse questioni economiche, quali la recessione in America e la frenata della crescita europea, saremo chiamati sempre più a confrontarci con la necessità di cooperare in misura più stretta a livello internazionale anche sulle questioni economiche e politico-finanziarie. Tutto ciò nell’ambito del G7 e G8, e nell’ambito dell’Ue. Quel che conta è organizzare più attivamente la politica finanziaria ed economica, poiché credo che ciò rappresenti il fulcro delle aspettative per i partiti socialdemocratici o di sinistra. Nei confronti della globalizzazione, abbiamo un compito di elaborazione centrale non solo per le questioni della sicurezza ma anche per quelle economiche. Infatti, ne convengo, ci sono moltissime opportunità nella globalizzazione economica, ma dobbiamo anche rimarcare che la gente si vede minacciata, in parte anche personalmente, dalla globalizzazione stessa. Minacciata, e soprattutto assoggettata a pretese eccessive, perché il ritmo nella nostra società diventa sempre più veloce, perché cresce enormemente la richiesta di specializzazione, la pretesa di flessibilità aumenta e, complessivamente, con questo sviluppo sale molto anche la ricerca di orientamento in vasti settori della società. Ciò in parte comporta, e lo si può vedere in Gran Bretagna, in Germania e in molti altri paesi, che anche tra i partiti socialdemocratici e i loro segmenti di elettorato si pervenga, di fatto, a dei processi di distacco. In Gran Bretagna purtroppo alle ultime elezioni la partecipazione al voto non è stata molto alta; in Germania abbiamo da anni un andamento regressivo nella affluenza elettorale che riguarda in particolar modo settori di elettorato socialdemocratico, così che i nostri risultati, in parte, non sono tanto buoni come potrebbero essere se ci rivolgessimo con maggiore impegno a questa cerchia di persone. Dobbiamo rendere chiaro - abbiamo molto da fare al riguardo - che anche nell’era di una economia globale è nostra intenzione tenere fermo il diritto a fare politica. Questa è la più importante differenza rispetto ai partiti conservatori. Ed essa, tuttavia, va esplicitata non soltanto nelle affermazioni verbali, ma soprattutto negli strumenti che concretamente offriamo con l’iniziativa politica, per far risaltare le possibilità di nuove elaborazione nel settore del mercato del lavoro per quel che riguarda il mantenimento, l’ampliamento e lo sviluppo delle strutture dello stato sociale. Così diventa chiaro che la politica può davvero influenzare tali processi. A mio parere, questo è uno dei più importanti compiti dei prossimi anni. Penso tuttavia che i partiti socialdemocratici, dal punto di vista programmatico, si debbano ricollocare alla luce di nuove riflessioni sull’uno o sull’altro tema. Per esempio, su cosa significhi davvero stato sociale in condizioni economiche generali assai mutate. Lo stato sociale è, per così dire, il progetto centrale della sinistra europea dal 1945. Noi abbiamo considerato molto a lungo lo stato sociale soltanto dal punto di vista del trasferimento, di risorse come meccanismo di ripartizione. Dobbiamo considerarlo invece come uno strumento che può costruire delle opportunità e che soprattutto possiede un momento attivante ,tale da riuscire a collegare l’aspetto della domanda anche tramite gli strumenti dello stato sociale. Ritengo ciò molto importante, perché altrimenti l’accettazione della politica dello stato sociale da parte dell’intera società incontrerà delle difficoltà. Il secondo aspetto relativo ai nuovi sviluppi, dopo l’11 settembre, investe una discussione approfondita sul problema del rapporto tra Stato e mercato. Stamattina ho fatto notare che una delle reazioni più interessanti da parte americana è stata quella di George W Bush, il quale, dopo aver svolto una campagna elettorale fortemente orientata sulle promesse della deregulation e della privatizzazione e contraria alla politica del Big Government, è passato dopo l’11 settembre a riscoprire lo Stato. E ciò sia per quel che riguarda la sicurezza interna, sia per quel che riguarda la questione delle tasse. In America adesso è stato imposto un programma congiunturale con il quale viene mobilitato a breve termine circa l’1% del prodotto interno lordo per interventi nell’economia. Dinnanzi a tale scenario dovremo, pertanto, riconsiderare il rapporto tra Stato e mercato, per quel che riguarda le infrastrutture e la sicurezza. Questo dibattito i socialdemocratici dovranno condurlo in Europa nei prossimi anni in modo molto approfondito, cercando nuove risposte.
Giuliano Amato Voi qui avete davanti tre persone che appartengono a realtà istituzionali socialiste diverse, un italiano, un britannico, un tedesco. Ci viene spesso chiesto se esiste un partito socialista europeo. La risposta è in ciò che avete sentito: c’è tra di noi un tessuto di idee comuni che è ormai fortissimo. Noi siamo una forza politica europea, perché pensiamo le stesse cose, perché abbiamo le stesse idealità e gli stessi valori. Quello che ha detto Machnig, riflette esattamente il punto a cui sono giunti tutti i nostri partiti socialisti: passare dallo stato sociale come difesa allo stato sociale come fonte di opportunità, di maggiori diritti e maggiori libertà. Non so se voi avete un elettorato attento ai Vangeli, ma io uso con i miei elettori la formula seguente: il socialismo del XX secolo trovava nei Vangeli il suo miracolo preferito nella moltiplicazione dei pani; poi ci trovammo con i guai del finance spending e da allora il miracolo che preferiamo è: “Lazzaro alzati e cammina”. Se ci si pensa un po’, è esattamente quello che oggi tutti noi socialisti europei intendiamo; l’abbiamo imparato più da Amarthia Sen che dai Vangeli, ma quelli di noi che leggono ancora i Vangeli possono trovare anche lì uno spunto. Ma vengo all’11 settembre, e raccolgo il primo dei suggerimenti di Peter Mandelson. Una vicenda di tale rilievo fa immediatamente risentire il bisogno di governo, dopo dieci anni passati all’insegna della riduzione dell’intermediazione politica. Non soltanto nella sicurezza, ma nella stessa economia: non dimenticate che nei giorni successivi all’attentato terroristico, quando le borse avevano cicli di caduta e poi di risalita intensissimi, ci si cominciò a chiedere: cosa fanno i governi? Come garantiscono la stabilità finanziaria? Ora è chiaro che davanti a questa domanda vi è una priorità della sinistra, dei socialisti, nell’offrire un governo più attivo e meno laissez faire. Non governo antimercato, ma governo attivo. C’è un secondo elemento da ricordare, e questo Peter lo ha indicato: «il bisogno più forte che suscitano nelle nostre società fatti come quelli dell’11 settembre è il bisogno di sicurezza». A questo bisogno la sinistra può rispondere se è credibile e unita. Se si presenta piena di dubbi, tormenti, divisioni, cede l’opportunità alla destra. E la sicurezza della destra è diversa dalla sicurezza della sinistra perché la sinistra, al riguardo, ha nel suo patrimonio genetico due principi fondamentali: il primo è la proporzionalità, il secondo è la tolleranza. Noi non riusciremmo mai a fare della sicurezza un’occasione per introdurre intolleranza nelle nostre società, perché ciò è contro quel che abbiamo più profondamente dentro. Per questo, quando c’è bisogno di punire, siamo molto ancorati al principio di proporzionalità. Mai andare oltre ciò che è necessario, altrimenti diventa qualcos’altro: persecuzione, forse razzismo o autoritarismo. Noi offriamo garanzie genetiche contro questi rischi, e attenti che ci sono. Se la sicurezza è sentita davvero a repentaglio, il rischio di vedere emergere reazioni autoritarie esiste. A questo punto, è chiaro, da italiano non posso non affrontare la questione che ci sta tuttora tormentando: ma è di sinistra intervenire militarmente in Afghanistan? Questa è una domanda aperta nella sinistra italiana, e dimostra che non abbiamo ancora completato il percorso proprio della sinistra europea. Non si tratta del pacifismo. Chi rifiuta comunque la violenza fa parte dell’insediamento culturale e sociale di ogni società, ed è presente in Germania, nel Regno Unito, in Francia, ovunque. I pacifisti sono più vicini a noi che alla destra, sono un naturale complemento culturale di un’area di sinistra, di un’area socialista. Tuttora tormentata dal dubbio che non si dovrebbero usare le armi, in particolare se sono americane, per punire un gravissimo atto di terrorismo internazionale. Questa sinistra non si è ancora liberata interamente del proprio passato, e in questo passato leggo fondamentalmente due grumi rimasti. Il primo - mi spiace ripeterlo - al di là dei sentimenti degli italiani e dei sondaggi riportati dai giornali, considerando l’humus della cultura dell’establishment politico tipico della sinistra, è il seguente: se si è di sinistra non si può stare dalla parte degli americani. E’ vero, vennero con il piano Marshall, sono una democrazia, ma alla fin fine sono il paese del capitalismo trionfante e io, se sono di sinistra, devo stare da un’altra parte, non so’ più esattamente da quale, perché non ho più un mondo comunista nel quale collocarmi, ma in un mondo altro, di sicuro, perché non appartengo a questo mondo. Qui c’è l’essere rimasti figli di una radice culturale profondamente europea. Marx era europeo, le sue invenzioni come le sue dottrine furono europee, e stranamente noi abbiamo sradicano noi stessi dall’Europa quando ci siamo collocati in un altrove che non era più Europa. Ciò che gli Stati Uniti sono è figlio dell’Europa, non delle grandi pianure del Midwest; è cultura europea, sono valori europei, sono vizi europei. Il secondo punto non ancora risolto consiste nella domanda: “se sono di sinistra devo proprio assumermi questa responsabilità, oppure il mio posto è comunque nel rappresentare la protesta?” Essere di sinistra è essere là, nelle marce, nel movimento, stare con coloro che in buona fede gridano contro la povertà e contro le ingiustizie del mondo. Al di là di questo, in qualche modo, inquino la purezza del mio stare con la sofferenza. Questo è un tema delicato - sono d’accordo con Peter Mandelson, ne abbiamo discusso anche privatamente - e guai alla sinistra che non intrattiene un rapporto con coloro che protestano in nome di un mondo migliore. Soprattutto se giovani, ragazzi, ragazze, attraverso quella protesta stanno riscoprendo gli interessi degli altri e stanno vivendo il sentimento e il bisogno di giustizia. Loro sono partecipi delle radici della sinistra, ma la sinistra politica si deve assumere la responsabilità non di protestare insieme a loro, ma di risolvere i problemi per i quali loro protestano. Questa è la responsabilità alla quale partiti riformisti sono chiamati, assumendone anche i lati difficili, e sapendo che se non lo fanno, se il posto della sinistra è solo nel movimento, i governi saranno nelle mani delle destre, le responsabilità saranno assunte soltanto dalle destre. Lo dico con un calore direttamente proporzionale alla percezione di un problema irrisolto nel mio paese, perché non si parla con questo tono di vicende storiche, confinate nel passato. Il New Labour è riuscito a sedimentare tutto questo, e ritengo il comportamento di Tony Blair in queste settimane esemplare di una capacità maturata nel suo partito di essere partecipe dei sentimenti di chi protesta, ma responsabile nel trasformare questa partecipazione in azione di governo internazionale. Il primo ministro britannico ha costruito con le sue mani una larga parte della coalizione occidentale ed araba che regge nei confronti del terrorismo; ha posto il problema della Palestina, problema non facile perché lì sono in due e in due debbono saper trovare una soluzione; ha posto il problema degli equilibri nello stesso Afghanistan. Questo, secondo me, è un contributo forte. Lo stesso fenomeno è già accaduto in Germania. La socialdemocrazia tedesca ha avuto due Bad Goedesberg: una è quella che, a prescindere dal nome, è incarnata da Schroeder, e quindi dall’impianto politico del suo Cancellierato. Potrei continuare nell’elenco dei socialismi. Qualche giorno fa mi veniva ricordato che pure in Francia verdi e comunisti hanno gli stessi atteggiamenti dei verdi e dei comunisti italiani, tanto è vero che Jospin non ha chiesto un voto del Parlamento per evitare che si spaccasse la maggioranza. Ebbene sì, direbbe un avvocato rovesciando l’argomento, Jospin è andato tanto per la sua strada da non convocare neppure il Parlamento per scegliere la linea politica di solidarietà con gli altri paesi e con le azioni anti-terroristiche che la Francia ha adottato. Da noi invece è successa una vicenda diversa. Non mi preoccupo tanto del fatto che i verdi sono pacifisti, perché lo sono autenticamente. Ad altri ho chiesto, in occasioni in cui sentimenti simili sono stati espressi, se le Brigate Garibaldi furono il frutto di un inammissibile istinto guerrafondaio dei socialisti e della sinistra internazionale, i quali ritennero che si dovessero usare le armi contro il fascismo. E non vi chiedo di parlarmi della Resistenza, perché, se ve lo chiedessi, lì sì che dovremmo arrivare alla grande revisione. Ci sono voluti anni per far accettare alla storiografia di sinistra che fu Resistenza anche quella dei tanti italiani non legati al partito comunista che non andarono armati sulle montagne. Ci sono voluti anni perché la storiografia accettasse che tante forme più limitate, più ridotte, non armate di opposizione al fascismo fossero Resistenza. Ora dovremmo arrivare alla conclusione che furono l’unica Resistenza accettabile, perché coloro che andarono sulle montagne usarono le armi, e le armi non vanno usate mai. Insomma, vedete, dobbiamo ancora completare un processo. Ci dichiariamo dispiaciuti che il governo italiano, in una fase così difficile e delicata, non sia stato reso partecipe di una conversazione prima del Consiglio europeo fra i tre Capi degli altri grandi paesi europei, Regno Unito, Francia e Germania, e ci domandiamo perché sia successo. Un governo che fosse stato di centro-sinistra avrebbe avuto bisogno comunque, in questa situazione, di avere in sé e attorno a sé quella credibilità e quella unità di cui parlava Mandelson, altrimenti si sarebbe trovato anch’esso in difficoltà. Quindi pensiamoci, e ricordiamocene anche per il futuro. Noi italiani abbiamo idee simili a quelle dei compagni di altri partiti europei ma è forte ancora in noi la tentazione a rappresentare soltanto le idee, ad essere “movimento” di ispirazione socialista, e non tutti siamo disposti ad assumere la responsabilità di governo per realizzare quelle idee. Il vero crinale che si sta aprendo al nostro interno è probabilmente questo. Ma è un crinale assurdo, senza senso, perché la sinistra di governo ha bisogno di una sinistra che sta nella società e rende partecipi tutti dei problemi che avverte. Purtroppo noi, che abbiamo tanta difficoltà dopo cent’anni a ricostituire una sinistra unita riusciamo forse a mantenerci divisi pure su questo. Io mi auguro che non accada.
Ezio Mauro Vorrei dare a Mandelson la possibilità di intervenire sulla questione sollevata da Machnig e su cui Amato si è soffermato nella prima parte del suo intervento. Poi parleremo più diffusamente con i nostri ospiti del tema del pacifismo e del rapporto tra movimento pacifista e socialismo. Vorrei chiedere a Mandelson di aiutarci a capire il problema del rapporto tra Stato e mercato che si sta ridefinendo, come ci ha detto Machnig. Tutti abbiamo detto «nulla sarà più come prima» dopo l’11 settembre, ma pochi di noi avrebbero pensato che tra le cose che dovevamo ridefinire c’era anche il rapporto tra Stato e mercato, perché sembrava in qualche modo definito per sempre dopo le stagioni del reaganismo e tactherismo da una parte, e dopo la lettura di governo che ne avevano fatto i socialismi europei negli ultimi anni. Ora sta cambiando tutto, a cominciare dagli Stati Uniti. Qualcuno ha scritto che rispunta lo Stato; qualcuno ha addirittura detto che le questioni della sicurezza non possono essere lasciate esclusivamente in mano al mercato; infine, c’è chi è arrivato ad auspicare e a definire la nuova fase che si sta aprendo come una fase di riregulation dopo quella della deregulation. Mandelson ha introdotto il tema della globalizzazione, una opportunità che si può aprire per la sinistra e per il socialismo. La questione del mercato, la questione del rapporto con lo stato sociale, è un problema che chiama in causa anche la globalizzazione. Infatti, se la globalizzazione, le grandi società multinazionali portano via dalle società europeee le risorse fondamentali dei posti di lavoro, delle tasse, degli investimenti, delle tecnologie, e poi scaricano sulle reti dello stato sociale le necessità e le domande di servizi, queste reti saranno sovraccaricate al punto di non poter rispondere, come ci avvertono tutti gli studiosi della globalizzazione (da Beck allo stesso Giddens). Sentiamo il punto di vista di Mandelson sul nuovo rapporto tra Stato e mercato.
Peter Mandelson Non sono sicuro di poter fare il punto meglio di quanto abbia fatto quando ho riflettuto sulla relazione tra gli Stati, l’economia e la situazione degli individui nella società. Se dovessi indicare il nodo principale, mi pare sia il rafforzamento delle risposte e delle soluzioni socialdemocratiche preparate per i problemi interni e del mondo. In nessuno stato socialista compresa la Cina si può trovare chi sostenga un vecchio stile comunista, un approccio statale socialista, per risolvere i problemi. Forse resta ancora la Corea del Nord, non la Cina, dove le riforme economiche socialdemocratiche degli ultimi due decenni rappresentano il maggior progresso fatto nello sviluppo dell’economia e della società cinesi senza precedenti. Perciò penso che stiamo assistendo sia ad un rifiuto del socialismo statale, che è davvero ridondante, da un lato, sia al discredito dell’economia del laissez faire, dall’altro. A metà tra questi due poli sta emergendo, credo, un preciso punto di vista tra i cittadini, che il modo di pensare e la risposta socialdemocratica sia quella giusta. Il problema per alcuni socialdemocratici del continente sta nell’accettazione piena e logica dell’economia di mercato. Vuole dire in pratica, per la socialdemocrazia, un’accettazione del ruolo dell’impresa privata, dell’industria, dell’operare del mercato nel guidare l’attività economica e il progresso. Così, da un lato c’è l’accettazione della centralità del mercato, senza alternative, supportato, gestito, alle volte danneggiato improvvisamente dall’eccessiva copertura dell’intervento statale, sebbene il liberismo resista tenacemente e freni le implicazioni e le conseguenze. Dall’altro noi - in Gran Bretagna - sosteniamo un nuovo approccio, sicuri di essere nel giusto. I partiti socialdemocratici stanno migliorando e riformando sé stessi; non siamo per lo statalismo, non siamo partiti conservatori, non accettiamo le cose così come sono, vogliamo che vadano meglio, che siano amministrate meglio, che funzionino meglio, che siano gestite meglio, che siano fatte meglio, poiché ciò può dare migliori opportunità e un più alto livello di vita per la maggior parte dei cittadini. Ecco quel che vogliamo ottenere con la nostra politica. Il problema che abbiamo, penso, è quello di ogni partito di sinistra: non si tratta solo di lavorare al meglio per amministrare, per sostenere, per far funzionare, ed anche per introdurre maggiormente il settore privato in molte delle cose che facciamo. La relazione tra settore pubblico e privato significa certamente come il settore privato possa aiutare il settore pubblico a lavorare meglio o ad avere più risorse per organizzare l’attività e gli interventi del settore pubblico. Questo è un nostro problema. L’altro problema consiste nel come coinvolgere i nostri elettori nel processo di riforma. Quando ci imbattiamo in interessi acquisiti, sostenuti da un grande gruppo - storico o naturale - risultato di quegli interessi, ci piacerebbe frenare le riforme, e subito diventiamo conservatori. Se nel processo di cambiamento e riforma emerge un rischio per gli interessi acquisiti di alcune categorie, che possono rivolgersi ad un altri gruppi politici, la reazione è di dire: «no, grazie», «no, no, no, no», «non ancora» o «non così velocemente», che in realtà significa «no del tutto». Questo è il problema che stiamo incontrando in Gran Bretagna dove, rispetto agli altri governi socialdemocratici, abbiamo la grande fortuna di non operare tramite una coalizione. Non abbiamo, come Jospin in Francia, verdi, comunisti e trotzkisti in numero sostanzioso rispetto alla sinistra; non dobbiamo guardarci alle spalle tutto il tempo, soltanto per scoprire cosa stanno facendo. La Germania non sembra essere bloccata verso il progresso. Noi abbiamo un unico partito, senza coalizione, una grande maggioranza e non abbiamo neppure un’opposizione vera, restano solo i conservatori, piccola minoranza, e il loro partito. Gli obiettivi prioritari della sinistra in Gran Bretagna sono tesi alla costruzione e al rafforzamento dell’efficienza dei servizi pubblici nello stato sociale. I lavoratori nei servizi pubblici sono contemporaneamente molto esigenti nei confronti di quei servizi e del settore pubblico in generale, e nondimeno hanno sviluppato interessi acquisiti per sé, che li hanno resi più refrattari al cambiamento. Lo stato sociale crea, nel processo di sviluppo, protezioni e privilegi che possono essere resistenti al cambiamento e alle riforme. Si tratta di coloro i quali godono di generose condizioni, ma avvertono che nel cambiamento debbono lavorare più duramente a parità di salario e che sono maggiori gli obblighi e le condizioni per ottenere i benefici dello stato sociale. Essi chiedono di essere protetti contro le riforme, che invece sono una migliore definizione e distribuzione dello stato sociale nell’interesse pubblico. Tuttavia, noi partiti democratici, possiamo accettare tali interessi acquisiti in modo equilibrato, rispetto agli interventi nei servizi pubblici, rappresentando quelle persone delle quali siamo stati tradizionali portavoce e abbiamo rappresentato nella società. Non possiamo escludere gli interessi acquisiti di quelle persone che dovrebbero avere maggiori diritti nella società. Un grande motivo per essere un partito socialdemocratico è la possibilità di contestare l’abuso del monopolio, l’abuso delle posizioni dominanti di mercato, di rinunciare agli interessi acquisiti nel settore privato, nel capitalismo, e di levarci anche contro gli interessi acquisiti da organizzazioni ed associazioni a noi vicine, o da singole persone. Ciò è davvero molto difficile da realizzare. Il mio messaggio alla sinistra sulla modernizzazione è il seguente: noi non siamo parte dello Stato in quanto tale, ma esistiamo per far incontrare i reali bisogni nella società, e ciò vuol dire trovare nuovi modi per far incontrare quei bisogni, per realizzare un cambiamento che è frequentemente destabilizzante per coloro i quali hanno imparato a dipendere dallo Stato, a prenderne i privilegi, le opportunità e un modo tradizionale di fare le cose. Ma noi conquisteremo finalmente questa riforma se utilizzeremo strategie di consenso, con i nostri elettori riuniti nei circoli elettorali. Ecco la sfida per noi: non essere sconfitti dal cambiamento e dal bisogno della riforma, indietreggiando e alzando una mano dicendo «no, questo è troppo pesante per gli appartenenti alla sinistra». Dobbiamo invece trovare ed elaborare un convincente programma riformista che convinca i nostri sostenitori. Prendiamo come esempio la piena occupazione: una politica e un programma di piena occupazione, per essere garanzia di serietà e creazione di nuovi posti di lavoro in tutta Europa, vuol dire apertura e liberalizzazione dei mercati europei, quei mercati protetti che al momento sono chiusi alla competizione. Le persone vogliono ancora essere protette, vogliono mantenere i diritti conquistati, si sentono trattate male dal mercato estero, e minacciate nella sicurezza del proprio lavoro. Dobbiamo capire che non è giusto provare un senso miope di egoismo, in quanto occupati nel settore industriale, il quale può darsi sia in declino, ma che comunque sembra un sostegno. Non importa, a coloro i quali non hanno un lavoro, chi sia beneficiato dalla liberalizzazione del mercato, dall’apertura delle economie al commercio internazionale, dalle fusioni che avvengono a scala pan-europea, perché questo potrebbe creare iniziative e sprigionare forze imprenditrici che genererebbero maggiore occupazione. Così c’è sempre uno scambio. E come possiamo mediare, come definiremo questo scambio se non presentandoci come una sinistra al governo? Dobbiamo sempre sostenere la giustizia sociale in una politica sociale attiva in Europa, ma deve essere una giustizia sociale progressista, intelligente, riformista. Diversamente ci ridurremmo solo a fare della retorica. Ho un’altra cosa da dire, prima di concludere, sui problemi per la sinistra. L’importanza di difendere e proteggere l’industria e l’occupazione esistente, dal mercato, dalla competizione estera, dalla concorrenza straniera, di riuscire a risolvere quei problemi ed a mantenere l’integrità del progetto e del programma della sinistra al governo; tutto ciò richiede la forza e l’unità della sinistra, che sfortunatamente in alcuni casi si sta dividendo (parlo per me, per la dolorosa esperienza della sinistra in Gran Bretagna). In passato abbiamo abdicato alle nostre responsabilità verso i cittadini che rappresentiamo in Parlamento e nel paese, adottando un atteggiamento chiuso e introspettivo, discutendo tra noi, abbandonando le nostre opinioni ed offrendo comunque alla gente un programma non credibile, incoerente, e quindi tale da non essere realizzabile. Questa è stata la storia del Partito laburista da tanti anni in Gran Bretagna. Ne ha tratto beneficio la destra, la signora Tatcher, tutto ciò che lei rappresenta. Hanno invece perduto i poveri, i bisognosi, coloro che non hanno un ruolo nella società, che sono sulla sponda sbagliata, un gruppo sempre più grande durante il governo conservatore in Gran Bretagna. Così io dico solo questo, e non mi riferisco ad alcun partito o gruppo in particolare, nemmeno in Italia: per favore, non ripetete l’esperienza del Partito laburista inglese, con i socialdemocratici fuori dal potere per vent’anni che abbandonavano quel potere su un vassoio d’argento per la destra. La sinistra ha bisogno di un progetto definito, di un partito e di una coalizione precisi, di una leadership qualificata e di successi in grado di offrire credibilità a quelli del cui voto abbiamo bisogno. Un partito, in altre parole, ha bisogno di una forte leadership, e lo stesso leader, d’altra parte, ha bisogno di un partito, o coalizione, uniti: essi hanno bisogno l’uno dell’altra. Altrimenti non c’è sintesi, e di conseguenza nemmeno credibilità, né voti, né potere, e quindi nessun cambiamento e miglioramento per la vita dei cittadini.
Ezio Mauro Vorrei chiedere a Machnig di affrontare il tema del rapporto tra la cultura del pacifismo e la cultura del socialismo e della sinistra. Certamente sono contrapposti due modi di vedere la crisi come quelli che ha descritto Giuliano Amato, anche se si è soffermato molto sull’anomalia specifica italiana. Io direi, Giuliano, a chi faceva in Italia la domanda: «è di sinistra bombardare l’Afghanistan?», bisognerebbe replicare: «è giusto o sbagliato rispondere all’attacco del terrorismo? Ed è di sinistra per una volta fare ciò che è giusto?» Il problema è che non si capisce che la replica militare è una risposta all’attacco alla democrazia e alle società occidentali, ai valori dell’Occidente nei quali viviamo, che è indistinguibile rispetto all’attacco all’America. Mentre si vede troppo spesso come un attacco all’America, prodotto dall’azione specifica della superpotenza americana. E’ un attacco all’Occidente unito ed è un attacco all’America, e alle due cose dobbiamo rispondere come occidentali e come difensori della democrazia. (In Italia abbiamo fatto, su scala fortunatamente diversa, l’esperienza del terrorismo). Le democrazie si distinguono da chi le attacca perché devono rimanere sé stesse, quindi c’è il concetto della proporzionalità della risposta rispetto l’offesa. Naturalmente anche su questo la sinistra può dare un contributo. Vorrei chiedere a Machnig come il socialismo affronta il problema della cultura del pacifismo: se c’è questa distinzione, e c’è una responsabilità di governo che il pacifismo non ha in modo diretto, in termine di mercato elettorale e di mercato politico, spesso l’area del pacifismo è un’area che si intreccia con il bacino elettorale delle forze di sinistra con responsabilità di governo e che in Europa hanno fatto una scelta netta.
Matthias Machnig Anzitutto: come ha reagito l’opinione pubblica tedesca dopo l’11 settembre? Alcuni giorni dopo gli attentati, duecentomila cittadine e cittadini berlinesi si sono riuniti e hanno sostato davanti alla porta di Brandeburgo e hanno messo ben in chiaro una cosa: siamo solidali con l’America, respingiamo atti così infami e atroci. Hanno anche detto apertamente che un tale atto terroristico, che doveva avere un carattere simbolico e provocare qualcosa nel rapporto tra i paesi democratici, tra i paesi occidentali e i paesi arabi, non può restare senza risposta. C’è poi una seconda constatazione: nei primi giorni c’è stato una certo riserbo - secondo i sondaggi d’opinione - perlomeno per l’insieme della popolazione tedesca, alla domanda se fosse necessario partecipare militarmente alla risposta contro il terrorismo internazionale da parte della Germania. Oggi la maggioranza dei tedeschi dice che è giusto andare avanti militarmente e in particolare lo dicono i socialdemocratici. E veniamo al problema di fondo. Innanzitutto penso che dobbiamo parlare apertamente di alcuni miti della sinistra. Il primo mito è che la sinistra sarebbe sempre stata una forza pacifista. Dal punto di vista storico questo non è corretto, anzi ci sono state delle fasi storiche in cui non avevamo una linea fondamentalmente pacifista: ad esempio nella guerra civile spagnola, nella seconda Guerra mondiale, nel sostegno negli anni ’70, di parte della sinistra alle cosiddette organizzazioni di liberazione nel Nicaragua o in Salvador. Tuttavia è anche vero che la sinistra politica ha trattato sempre con molta responsabilità e attenzione, la domanda “guerra o pace”. Questa è anche la ragione, o una delle ragioni, per cui sono diventato socialdemocratico, ossia che i socialdemocratici, nella storia tedesca, non hanno mai dovuto rispondere del fatto che la Germania sia stata responsabile, a causa loro, in una qualsiasi forma, di un atto bellico. Per di più, i socialdemocratici si sono sempre rivolti contro determinate forme di oppressione terroristica. Ciò nonostante, dico che in questa situazione, in cui all’ordine del giorno c’è un conflitto tra culture, innescato attraverso l’atto simbolico degli attacchi al World Trade Center - non da parte occidentale, ma da parte di una organizzazione terroristica - era giusto e continua ad essere giusto respingere attivamente e anche con mezzi militari questo terrorismo. Ora si affaccia sulla scena una ulteriore determinante componente. Ritengo che la politica socialdemocratica, e intendo in questo senso anche ciò che i Capi di governo europei hanno attuato, non si fermi a tale questione. In tutte le dichiarazioni è sempre stato messo in chiaro la necessità di fare un gioco combinato di misure diplomatiche, economiche, umanitarie e anche militari, e questo gioco combinato deve essere messo in piedi. Questo è importante, perché alla fin fine i soli provvedimenti militari non saranno sufficienti per combattere il terrorismo nel mondo, e nemmeno per garantire il sostegno attuale, perché in molti paesi la situazione sociale ed economica è difficile. Per ciò abbiamo bisogno di altri strumenti. Penso quindi che, applicando un sistema di intervento differenziato, si potrà anche dare rilievo al modo in cui noi socialdemocratici costruiremo un simile processo. E molti nel mio partito la fanno difficile, lo dico molto apertamente. Tuttavia dobbiamo trasmettere loro il concetto che è bene che tali decisioni vengano prese da noi, perché l’idea che a prenderle per la Germania sia Stoiber (leader cristiano sociale della Baviera - ndr) o la Signora Merkel (Presidente del Partito cristiano democratico Cdu - ndr) rende inquieto me e anche gran parte della popolazione. Malgrado questa decisione sia difficile, ripeto, è bene che Gerhard Schröder e Joschka Fischer la prendano, perché sono decisioni che richiedono precise responsabilità, e in proposito non sono sicuro di lasciarle nelle mani della destra politica. Per questo credo che, malgrado difficoltà e angosce, si debba agire e percorrere questa strada. Vorrei dire ancora una cosa sulla socialdemocrazia. Bisogna fare un po’ di autocritica soprattutto sul seguente punto. Fa parte dell’ideale fondamentale dei partiti socialdemocratici, orientare la politica su determinati valori fondamentali - “libertà, giustizia e solidarietà” - che sono, per così dire, gli obiettivi della nostra politica. Noi tutti, in Germania, ma anche il partito laburista britannico, e i socialdemocratici svedesi, facciamo una medesima constatazione: tra alcuni appartenenti ai nostri partiti, e anche in settori dell’opinione pubblica, c’è l’impressione che gli strumenti da noi utilizzati, e il modo in cui facciamo politica, concorrano in parte a distanziarci dall’obiettivo “libertà, giustizia e solidarietà”. Credo che ciò abbia a che fare con la necessità di dover spiegare, meglio di quanto non abbiamo fatto in passato, che non è in discussione la nostra fedeltà ai valori fondamentali della politica socialdemocratica. Infatti il problema è che, con gli strumenti classici, questi valori e obiettivi oggi non si possono più raggiungere, e quindi si devono impiegare nuovi strumenti per poter restare fedeli agli obiettivi socialdemocratici. Ciò significa che la sinistra deve cambiare in un paio di punti: sul modo in cui comunica la politica, perché amiamo tenere dibattiti sugli strumenti mentre dobbiamo riuscire a organizzare discussioni nella società sui valori, con più forza e maggiore chiarezza. Del resto, chi è in grado di spiegare nel dettaglio a una larga parte della popolazione una riforma delle pensioni o una riforma fiscale? Qui è importante diventare più chiari sull’uso di determinati strumenti, che forse non appargono ai canoni classici della politica socialdemocratica nel passato, ma restando fedeli ai nostri fondamenti. Anche ciò fa parte di quella che chiamerei demitizzazione della sinistra politica, e in tal senso ci sono ancora varie cose da realizzare. Se vogliamo mantenere lo stato sociale nell’impostazione europea, abbiamo bisogno di un nuovo equilibrio tra responsabilità individuale e solidarietà. Questo è uno dei problemi di fondo da cui non ci possiamo sottrarre. Anche sulle politiche sociali dunque dobbiamo ragionare in termini categoriali di diritti e di doveri, e farli affermare nella società. Questo contraddice in parte i nostri sentimenti profondi, ma è tuttavia indispensabile per mantenere lo stato sociale come realizzazione del progetto storico della socialdemocrazia dopo il 1945. Penso sia necessaria una seconda considerazione. Dobbiamo accettare che parità di opportunità non significhi, anche nella percezione dell’opinione pubblica, l’equiparazione tra la prestazione e il livello di produzione. Dobbiamo affermare che vogliamo dare a tutti la migliore delle formazioni professionali, ma che viviamo anche in una società basata su conoscenza e innovazione, come valori aggiunti, e sul fatto che abbiamo bisogno di rendimenti massimi. Anche questo è un argomento che, quando se ne discute apertamente in determinati partiti (per lo meno nel mio lo si fa, credo pure nel partito laburista britannico, e forse anche qui) incontra delle resistenze. Ciò nonostante è necessario affrontarlo. Un terzo esempio di come noi socialdemocratici dobbiamo creare e organizzare un nuovo equilibrio tra progresso e continuità: viviamo in una società accelerata, nella quale anche persone, non ben qualificate professionalmente, devono avere un’opportunità per potersi affermare in questo mondo e potersi inserire. Credo che ciò sia determinante, e che la riuscita in tal senso sia per noi un compito essenziale. Perlomeno così intendo la politica socialdemocratica. Infine un’ultima osservazione. Sono assolutamente d’accordo sul fatto che un partito di governo necessiti di unità, disciplina e concordia. Senza di esse le cose non vanno. Anche in questo la sinistra deve accomiatarsi da alcune impostazioni, ossia dal sentimento di fondo per cui alla fine si preferisce avere ragione piuttosto che detenere il potere. Ne abbiamo discusso molto spesso, e per questo sono importanti i punti dei quali ho parlato. E tuttavia sottolineo che la sinistra e i partiti socialdemocratici devono mantenere la capacità di dialogo nella società, anche quando le decisioni che prendiamo sono diverse. Dobbiamo restare capaci di dialogare, ad esempio, con i no-global, o con persone di convinzioni pacifiste e religiose contrarie all’intervento militare. Dobbiamo essere capaci di dialogo nei confronti di chi, partendo da una tradizione sindacale, critica in diversi punti le nostre decisioni economiche. Questa capacità di dialogo non va messa in contrapposizione con l’interrogativo sulla presenza o meno di unità all’interno di un partito. Altrimenti forse potremmo governare bene per un certo periodo di tempo, ma potremmo rischiare di perdere molti sostenitori. Perché l’esperienza che la socialdemocrazia ha vissuto negli anni ’70, in cui non avevamo capacità di dialogo nei confronti del movimento delle donne, di quello per la protezione dell’ambiente e del movimento per la pace, ha portato alla nascita di un nuovo partito, quello dei verdi. Perciò è importante salvaguardare la capacità di dialogo anche verso i settori critici delle società, affrontando anche le discussioni difficili. Condivido esplicitamente la necessità di “accordo e unità” nell’organizzare il partito perché, come dice sempre il mio Segretario Generale, gli elettori e le elettrici non eleggono gruppi di autoricerca, ma vogliono un consenso unitario, vogliono una direzione del partito capace di guidarlo. Quando ci presentiamo alle elezioni, deve sempre essere chiaro che, se ci presentiamo come gruppi di autoricerca, non abbiamo possibilità di vincere. Questa è una lunga esperienza che noi socialdemocratici abbiamo fatto per 16 anni e che nel 1998 abbiamo finalmente concluso assumendo di nuovo responsabilità di governo. Credo che nel partito la lezione sia stata salutare. Anche per questo penso che abbiamo possibilità molto buone per le elezioni politiche del 2002.
Ezio Mauro Prego Mandelson di dare una risposta brevissima sul rapporto tra il pacifismo, il socialismo di governo e il socialismo in genere.
Peter Mandelson Il pacifismo ha un’onorevole e rispettabile posizione nella storia della sinistra. Io rispetto il pacifismo: mio nonno nella Prima Guerra Mondiale era un pacifista, nella Seconda fu un membro del governo unitario di guerra. Le persone cambiano e i punti di vista della gente si evolvono, non affermerei che uno è onorevole e l’altro è disonorevole. Tuttavia, ci sono molti appartenenti alla sinistra che non sono pacifisti, ma semplicemente degli opportunisti politici, che non stanno seguendo una logica nella loro posizione. Essi a mio parere stanno voltando le spalle a quell’internazionalismo ed a quei principi di solidarietà internazionale, che stanno entrambi alla base del movimento socialdemocratico. Penso che molti nella sinistra hanno imparato una lezione sul pacifismo, dagli anni Trenta, poiché per loro, allora e a volte adesso, c’è una differenza molto sottile tra pacifismo e appeasement (pacificazione n.d.t.). Suppongo si possa affermare, in questo senso, che quella pacificazione sia un pacifismo senza princìpi, e penso che quando esponenti della sinistra negli anni Trenta hanno cercato di portare la Gran Bretagna su tali posizioni, essa si è accorta troppo tardi del fatto che, per proteggersi da una possibile guerra, doveva equipaggiarsi con i giusti mezzi. Per molte persone, che hanno imparato quella lezione, il pacifismo è ora una vera e propria mina, quasi un elemento negativo per la sinistra in Gran Bretagna. Ci sarà sempre chi sostiene che la diplomazia è meglio dell’azione militare, che parlare è meglio di combattere. Essi inventeranno sempre dei pretesti per non fronteggiare i pericoli che ci si presentano, nonostante l’innegabile dato che, se non facciamo nulla, i terroristi non si fermeranno, e neppure i vari Saddam Hussein e i Milosevic. La sola conclusione cui essi giungerebbero da tale inazione è che abbiamo perso la voglia e la possibilità di prendere le parti di ciò in cui crediamo, di proteggere degne e deboli persone, le quali si dovrebbero aspettare che usiamo la nostra forza a loro vantaggio, perché non sono in grado di proteggersi autonomamente dalla tirannia. Questo per me è l’internazionalismo, e questa è la risposta che do al pacifismo. Non perché pensi che la gente non abbia il diritto di essere pacifista, ma perché il lusso del pacifismo - voi potreste dire le indulgenze del pacifismo - comporta per tutti l’obbligo di essere caparbi, alzarsi e combattere quando ciò sia in grado di permettere a quei pacifisti di continuare ad avere le loro comode posizioni. Ora, una situazione come quella in cui ci troviamo in Afghanistan a mio parere non è solo l’immediata ed estrema minaccia portata al mondo dall’operazione della rete del terrore di Al-Qaeda e di Bin Laden. In Afghanistan c’è purtroppo una popolazione, milioni di persone, che soffrono la fame e la negazione dei propri diritti umani, in una povertà eccezionale, frutto delle politiche utilizzate dai Talebani. Non c’è bisogno, in Afghanistan, di essere una donna per venire a conoscenza dell’estrema paura nei confronti dei Talebani; ma se foste una donna, lo sapreste meglio di chiunque altro. Ed io credo che avremmo avuto una pesante responsabilità, se non fossimo intervenuti, a nome della comunità internazionale, e se l’intera comunità internazionale fosse stata danneggiata dal terrorismo. Da quando siamo colpiti dal terrorismo, scaturito da quei paesi, abbiamo l’opportunità e pure l’obbligo di liberare il popolo afghano dall’oppressione troppo a lungo sofferta. E a chi dice: «Sì, ma essi hanno bisogno di un intervento umanitario, non di un intervento militare», risponderei che non è possibile effettuare un intervento umanitario senza un’azione armata, per proteggere quei rifornimenti, per proteggere lo spazio aereo, per proteggere quel cibo. Il Programma alimentare mondiale sostiene oggi che dodicimila tonnellate di cibo potrebbero giungere in Afghanistan la settimana prossima per nutrire il popolo afghano, che sta soffrendo la fame. Ma quel cibo potrà giungere in Afghanistan, se sarà garantita la protezione militare per far operare le organizzazioni internazionali e far sì che giunga al popolo afghano. Non ci sarebbero quei rifornimenti, né cibo, né dodicimila tonnellate di aiuti, senza quell’azione militare che lo protegge dall’azione dei Talebani che se ne vogliono appropriare. Non c’è un raccordo semplice tra l’intervento militare e quello umanitario, l’uno dipende dall’altro. Non immaginiamo neppure per un momento che il popolo afghano raggiunga la libertà prima della caduta del regime talebano. Ciò accadrà solo come risultato dell’assistenza militare e del sostegno che essa può dare, non solo all’Alleanza del Nord, ma anche ad altri che in Afghanistan rappresentano un’alternativa al regime talebano. Non stiamo parlando di occupazione militare dell’Afghanistan; ma di una liberazione politica, ed allo stesso tempo dell’aiuto umanitario, che dipende dall’intervento militare, per garantire la sicurezza e che tale aiuto vada a buon fine. Ezio Mauro Una domanda obbligata riguarda un problema complesso: si svolgono contemporaneamente due grandi vertici internazionali, con caratteristiche di novità che chiamano in causa il nuovo ordine mondiale, dopo l’11 settembre. A Shanghai, Bush, Putin e Yan Zhe Ming, in un vertice che sembrava impossibile soltanto qualche mese fa. E nello stesso tempo a Gand un pre-vertice di Francia, Germania, Inghilterra, quelli che oggi il “Financial Times” chiama dei Big Three: un nuovo nocciolo duro europeo, che cambia in qualche modo la geografia dell’Unione europea e che sottolinea un’esclusione dell’Italia di cui hai parlato ma senza analizzarne le ragioni.
Peter Mandelson Mi spiace, non posso essere d’accordo con te. In realtà è avvenuto che tre Capi di governo di tre paesi si trovassero nello stesso posto allo stesso tempo. Quei tre Capi di governo hanno fatto delle offerte d’assistenza militare a questa coalizione, le quali sono state accettate; attualmente ciò non è accaduto ad altri membri dell’Unione Europea. Quei tre paesi, proprio per tali offerte di partecipazione militare, hanno sfruttato l’opportunità, la coincidenza, di essere nello stesso luogo nello stesso momento, per discutere dell’Afghanistan. Non si tratta di un tentativo di creare un nuovo ordine o una risistemazione totale dell’Unione Europea, solo perché tre Capi di governo hanno scelto di discutere da qualche parte in Belgio.
Ezio Mauro Vorrei ricordare a Mandelson che Berlusconi, il Primo Ministro italiano, dopo l’incontro con Bush ha detto: «nel colloquio con il Presidente americano, nell’offrire la disponibilità delle nostre truppe, siamo sulla stessa linea della Germania». Questa è una dichiarazione ufficiale del Presidente del Consiglio italiano.
Peter Mandelson La differenza - mi spiace ma non m’impegnerò in una lunga disquisizione sull’argomento - sta nel fatto che le offerte d’impegno e partecipazione militare nella coalizione sono state accettate per quei tre Stati. Questa è la differenza; ed io penso che perdere troppo tempo in ciò sia inutile, e assai controproducente.
Ezio Mauro Siamo in presenza di una riorganizzazione degli equilibri mondiali: la discesa in campo di Putin a sostegno dell’azione del Presidente Bush contro il terrorismo, la posizione di Yan Zhe Ming (Bush padre ha detto che c’è una collaborazione di intelligence con la Cina che non ha precedenti), il ruolo di Blair che viene in mente immediatamente quando si parla di Europa. Ma nello stesso tempo c’è un deficit di Europa - non so se su questo Mandelson sarà d’accordo - che viene sottolineato da più parti, in particolare per quanto riguarda la questione mediorientale. Abbiamo visto recentemente varie missioni di ministri degli Esteri dei singoli paesi, e l’importante dialogo di Blair con Arafat, ma manca una presa di posizione europea, anche perché non c’è una politica estera unica, come per la moneta, ma soltanto una politica estera comune. Ecco, chiedo ad Amato se non esista un deficit anche da parte della cultura politica del socialismo europeo rispetto al ruolo dell’Europa in questa ridefinizione degli equilibri mondiali, che rischia di essere prodotta dalla crisi internazionale e non dalle sensibilità, dai progetti e dalle volontà delle forze politiche e delle correnti di pensiero.
Giuliano Amato Posso rispondere solo dicendo che forse è troppo presto per accusare la cultura socialista di non avere un progetto aggiornato sul ruolo dell’Europa in un mondo in trasformazione, perché i cambiamenti stanno intervenendo con una rapidità che supera qualunque possibilità di adeguamento culturale. Soltanto un mese fa la collocazione della Russia nei confronti della Nato era una collocazione al fondo conflittuale, perché Mosca in realtà non faceva che opporsi all’allargamento della Nato a paesi vicini ai suoi confini; quindi parlare con Putin dell’allargamento della Nato fino all’Estonia significava porgli un problema conflittuale. Oggi stanno intervenendo cambiamenti che collocano la Russia rispetto alla Nato in un atteggiamento totalmente diverso, e da qui possono nascere sviluppi e prospettive per l’Europa anche molto differenti dai precedenti. Io sento molto la questione Europa e Medio Oriente, e non riesco a darmi una ragione del fatto che su una questione così cruciale, così vicina, e alla quale siamo così legati, riusciamo ad esercitare un ruolo tanto limitato. Qui c’è un qualcosa che dal punto di vista della sinistra riguarda la difficoltà, della quale parlavo, di un’appartenenza non chiara. Insomma, se l’Europa in quanto tale fino ad oggi non ha giocato il ruolo che poteva in Medio Oriente, è perché agli israeliani essa è sembrata sempre dalla parte esclusiva dei palestinesi. Israele nelle sue varie leadership, ora laburiste ora di destra, ha tendenzialmente rifiutato una partecipazione dell’Europa a mediazioni o interventi, preferendo esclusivamente gli Stati Uniti nei quali riconosceva una maggiore capacità di tener conto delle proprie ragioni. In questo hanno giocato anche altri fattori, oltre agli atteggiamenti della sinistra europea, come il cinismo di alcuni governi europei non di sinistra, nel tener conto dei propri interessi nella regione. Fatto sta che ad oggi è mancata da parte dell’Europa una credibilità per entrambi le parti in causa. Al di là dei difetti dell’Europa, al di là che Solana continua ad andare in giro come pure i ministri degli Esteri - questo non dovrebbe accadere, ma siamo in corso d’opera ed è possibile che la situazione migliori in futuro - c’è una questione irrisolta tra noi e il Medio Oriente. Siamo disponibili ad adoprarci e a spenderci, anche rischiando qualcosa, per una soluzione della quale entrambe le parti, compresa Israele, si sentano partecipi? La domanda che hanno davanti gli europei è in realtà questa, e non una domanda di progettualità politica.
Matthias Maching Come ho già fatto notare, con l’11 settembre è cresciuta la nostra sensibilità verso la globalizzazione e su quel che adesso significa la politica della sicurezza. Partendo da questa esperienza ritengo che ci sia la possibilità di una rafforzata cooperazione internazionale, e penso che dovremmo sfruttare l’opportunità. Dinanzi a tali sviluppi e alla necessità di costruire nei prossimi anni un assetto internazionale della sicurezza, una dimensione internazionale per lo stato di diritto, potrebbe accadere che ne derivi un effetto catalizzatore per categorie di pensiero, modelli di comportamento e interessi che per tradizione hanno un preciso ruolo in determinati Stati. Questo processo comporta quindi la necessità di associare in questa cooperazione internazionale la Russia, come nazione molto importante in passato e oggi, anche in quanto potenza atomica, e la Cina, quale grande mercato mondiale dei prossimi anni, che guadagnerà importanza non solo economica, ma anche in ambito militare. Il prossimo fine settimana saranno seduti assieme, e bisogna provare a immaginarselo, al vertice Asia-Pacifico, i Capi di Stato e di governo che rappresentano il 45%, della popolazione mondiale. Saranno assieme per parlare di cooperazione nel commercio e anche in altri settori: ecco è un segnale molto importante, e spero che ne scaturiranno proposte concrete. La seconda considerazione riguarda l’Europa: essa deve affiatarsi con più forza anche nelle questioni di politica estera e di politica della sicurezza. Quindici ministri degli Esteri, più gli incaricati speciali, non rendono sempre semplici le cose. Ma voglio dire anche qualcosa di positivo: dopo l’11 settembre l’Europa si è ritrovata molto velocemente, ha reagito in modo unitario. E’ anche chiaro che, proprio in considerazione di tale nuova dimensione, abbiamo bisogno di una integrazione su scala europea molto più forte e rapida, e anche di rafforzare una politica estera e di sicurezza comune. Questa deve essere una delle conseguenze dell’attentato dell’11 settembre. Ebbene, vedo delle opportunità anche in questo processo, e sarà decisivo accelerarlo. E proprio la sinistra politica, che ha sempre avuto una vocazione internazionalista, che ha sempre pensato in termini di categorie internazionali, deve per prima essere l’organizzatrice e la catalizzatrice di un simile processo.
Ezio Mauro Chiederei a Mandelson di concludere sul punto di vista inglese circa il ruolo dell’Europa, sulle possibilità di una crescita dell’integrazione nella politica estera, sulla possibilità per l’Europa di esercitare un ruolo in Medio Oriente.
Peter Mandelson In questa situazione c’è il pericolo di disprezzare e non usare a sufficienza l’opportunità di riconfigurare il sistema internazionale e di mettere a posto le istituzioni, i canali, le abitudini, le attrezzature di lavoro, che adesso non ci rendono capaci di vedere un nuovo ordine mondiale nascere dalle fondamenta del mondo attuale. Torno a ciò che ho detto prima: questo è un momento determinante nella politica estera americana, ma per il resto dell’Europa è un’opportunità per spostare in una direzione positiva e progressiva il sistema e la comunità internazionale. Credo che i socialdemocratici stiano per riconoscere e capire questa chance meglio di chiunque altro. Ciò vale per i partiti e governi socialdemocratici in Europa, che hanno la principale responsabilità di mettere a frutto questo cambiamento dal punto di vista internazionale. Penso che un nuovo ordine mondiale debba essere basato su princìpi di rispetto. Non è positivo per il sistema internazionale avere sanzioni, che possono essere determinate dagli interessi dell’America. Dobbiamo essere armati ed in grado di dimostrare la nostra capacità militare, ma anche di avere rispetto nella comunità internazionale partecipando al cammino concordato. Abbiamo bisogno di un diverso tipo di atmosfera, di aspettative diverse, di equilibrio e di rispetto, operando affinché in questo assetto internazionale emerga con successo un nuovo ordine mondiale. Ritengo che Russia e Cina debbano giocare un ruolo importante allineandosi alla coalizione internazionale contro il terrorismo. E’ un cambiamento determinante sul quale abbiamo bisogno di investire molto sul piano diplomatico. Chi guiderà tale processo? Penso l’Europa, per due ragioni. La prima: non perché siamo i più potenti (non siamo una superpotenza, e non siamo un super-Stato) ma perché siamo molto influenti e abbiamo la capacità di parlare e confrontarci con Washington, il che non è eguagliabile da parte di molti altri governi. Penso che dovremmo usare quell’influenza e quel privilegio in un modo progressista. La seconda: altre parti del mondo, per chi ha relazioni con gli Usa, non sono così importanti, perché l’America è la sola superpotenza nel mondo. Perciò vogliamo guardare ad un mondo multipolare, non ad un mondo unipolare. Guardare all’Europa, per sviluppare le sue capacità, le sue possibilità, la sua influenza nel mondo, significa aiutare a creare un mondo multipolare, e comunque con il tipo di ordine internazionale del quale abbiamo bisogno. Che cosa significa ciò per l’Europa? Ciò vuol dire che l’Europa deve continuare a costruire ciò che aveva già iniziato, nella sua politica comunitaria ed estera: non solo relazioni esterne, condotte dalle commissioni incaricate, ma una diplomazia più influente, esercitata dagli alti rappresentanti europei. Un elemento che l’Europa potrebbe realizzare, sarebbe la istituzione di un’alta rappresentanza in grado di misurarsi con i rischi in campo economico e finanziario internazionale, per integrare l’opera svolta nel settore della sicurezza e della politica estera. L’Europa è ancora sottoposta alla pressione eccessiva della presenza e della forza americana nel sistema finanziario internazionale. Non voglio rivaleggiare o competere con l’America, ma far si che quella forza e quell’influenza si aggiungano al sistema, così da creare un aiuto maggiore per la salute, la povertà, i rischi ambientali che sfigurano il nostro mondo e possono essere fermati da un sistema internazionale più forte, da un sistema finanziario internazionale più attivo ed equilibrato. Credo che ciò possa essere assicurato, o sostenuto dall’Europa dai valori e dagli ideali europei, dall’influenza europea, dall’organizzazione e dagli apparati europei, per produrre un salto di qualità nel sistema internazionale.
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