L'emergenza terroristica e la sfida del fondamentalismo islamico-Documento PDF Stampa E-mail

Questo documento è ricavato dalla discussione svoltasi in occasione del seminario "L'emergenza terroristica e la sfida del fondamentalismo islamico", tenutosi il 26 ottobre 2001 presso la Fondazione Italianieuropei.

Tra i molti interrogativi aperti dall'attuale crisi internazionale, il più complesso è quello che riguarda le finalità  politiche del radicalismo islamico. E di conseguenza la nuova qualità  dei rapporti tra mondo occidentale e mondo islamico. Gli scenari successivi all'11 settembre annunciano una possibile frattura all'interno di quei paesi che avevano svolto nel mondo islamico il ruolo di argine al dilagare dei regimi fondamentalisti. Un ruolo spesso mutuato da quello di avamposto politico e militare occidentale svolto negli anni della guerra fredda contro il blocco sovietico. La stessa categoria di "regime islamico moderato", fino ad oggi utilizzata comunemente per Stati come l'Arabia Saudita o l'Egitto, appare ormai inadeguata a dar conto del consenso di cui sembrano godere all'interno di quei paesi le piattaforme politiche e religiose del fondamentalismo. E ancora meno essa spiega le ragioni per cui alcuni regimi tradizionalmente non moderati (Iran, Libia) stanno mostrando un atteggiamento di assai cauto dissenso verso le operazioni militari statunitensi in Afghanistan. L'indebolimento storico, politico e simbolico, dei progetti laici e nazionalisti di modernizzazione delle società  islamiche ha aperto la strada da molti anni all'espansione del consenso per il fondamentalismo radicale. Esso si è fatto forte di una proposta politica in grado di integrare i temi tradizionali dell'anticolonialismo con l'offerta di una prospettiva di emancipazione sociale interna alle società  musulmane, sullo sfondo di una interpretazione della tradizione di segno continuista e della capacità  di allestire concretamente reti di assistenza e sostegno sociale. D'altra parte le prospettive di sviluppo di quelle stesse società  appaiono sfavorevoli ad un contenimento di tale influenza, laddove le dinamiche di redistribuzione del reddito e gli stessi trend demografici sembrano orientati a consolidare le condizioni di sofferenza e frustrazione sociale più favorevoli al radicalismo. Un ulteriore e più grave fattore negativo, in questo senso, è rappresentato dall'estrema debolezza delle società  civili all'interno dei paesi islamici più a rischio e dall'assenza di dialettiche politiche sufficientemente autonome: ovvero di quegli elementi dai quali dovrebbe venire l'argine più solido e credibile alla diffusione del fondamentalismo. Questo, di fatto, sembra oggi avere occupato la gran parte dello spazio del dissenso politico e sociale interno alle società  islamiche. La messa in luce delle ragioni e della misura del consenso al fondamentalismo islamico non deve impedirci di cogliere i contorni del progetto politico che esso incarna. Muovendosi nello spazio della globalizzazione economica e culturale, e giovandosi degli strumenti da essa resi disponibili, il fondamentalismo ambisce alla rappresentanza integrale del mondo islamico nella prospettiva di una nuova divisione bipolare del pianeta. Una divisione orientata da criteri religiosi e culturali, e dunque eminentemente ideologici, alla quale arrivare attraverso la definitiva messa in crisi delle leadership politiche dei paesi "moderati" sotto la pressione dello scontro con i paesi occidentali. L'uso di strumenti di distruzione di massa all'interno delle stesse società  occidentali, come è apparso chiaro dai fatti dell'11 settembre, appare dunque essere lo strumento per eccellenza di una strategia di potere interna al mondo islamico. Sconfiggere questo progetto è condizione indispensabile non solo per garantire la sicurezza civile all'interno delle nostre società , ma anche per impedire che il pianeta venga nuovamente travolto da uno scontro latente o reale di sistemi contrapposti. Laddove il sistema "concorrente" a quello occidentale avrebbe i tratti tendenzialmente totalitari di una teocrazia sovranazionale. Il punto riguarda dunque gli strumenti per sconfiggere il fondamentalismo. Se quelli militari appaiono del tutto indispensabili, non fosse altro per la necessità  di neutralizzare la concreta minaccia di morte annunciata dal terrorismo di massa, appare fondamentale sfuggire alla trappola dello "scontro di civiltà " che lo stesso fondamentalismo islamico sembra aver predisposto per le società  occidentali. Elementi di radicalizzazione delle nostre opinioni pubbliche sono ormai chiaramente visibili, mentre non è da escludere che le grandi comunità  islamiche esistenti nei principali paesi europei volgano la percezione di ostilità  di cui sono oggetto in favore delle ragioni del radicalismo. La declamazione di generici appelli alla convivenza civile sembra dunque inadeguata alla minaccia che sembra profilarsi. Occorre intervenire sui nodi di crisi internazionale da cui il fondamentalismo trae energia, quando si attribuisce la funzione di giustiziere dei torti subiti dall'islamismo per opera del "mondo giudaico e cristiano", e dunque in primo luogo predisporre una strategia realistica ma coerente per uscire dalla tragedia palestinese. Al contempo, occorre rispondere al fondamentalismo con una strategia di regolazione sovranazionale che ne contenga i disegni di guerra civile e separatezza. E' dunque solo la comunità  internazionale che può predisporre gli antidoti più efficaci contro il progetto fondamentalista, e all'interno della comunità  internazionale quei soggetti maggiormente capaci di articolare strategie di dialogo e di intervento politico. Se contro il fondamentalismo non è sufficiente la semplice associazione tra deterrenza militare ed esportazione della democrazia, tipica degli anni della guerra fredda, occorre che l'intervento militare sia accompagnato da una efficace azione politica e multilaterale. Abbiamo già  di fronte agli occhi un quadro delle alleanze internazionali profondamente mutato dai fatti dell'11 settembre. Tuttavia è difficile affermare con certezza che l'impegno statunitense nella costruzione di una vasta coalizione antiterroristica si tradurrà  in uno stabile orientamento di segno multilaterale, e dunque diverso dalla piattaforma unilateralistica su cui l'amministrazione Bush si è guadagnata il consenso elettorale della scorsa primavera. Tale impegno, che va comunque incoraggiato e accolto positivamente, sarà  tanto più stabilmente multilateralistico quanto più sarà  accompagnato dall'azione di soggetti politici sovranazionali capaci di agire sul piano civile e politico. E prima delle Nazioni Unite, alle quali è auspicabile che venga effettivamente assegnato un ruolo di ricostruzione civile e istituzionale dell'Afghanistan dopo la conclusione delle operazioni militari, è l'Unione europea che può svolgere un ruolo fondamentale in questo senso. Anche attraverso quei paesi membri che, come la Gran Bretagna e la Germania, intendano assumersi in prima persona la responsabilità  di coadiuvare l'intervento statunitense. Ma comunque senza perdere di vista lo specifico valore di strumento di difensore di ordinamenti sociali e civili equi e liberali che essa ha storicamente incarnato. Ciò è particolarmente vero per il Medio Oriente, dove l'Unione europea può valorizzare ancora di più quel ruolo di mediazione e pacificazione che essa ha già  dimostrato di saper svolgere. Per quanto riguarda l'Italia, infine, le traumatiche novità  del quadro internazionale impongono una volta di più al nostro paese l'assunzione di responsabilità  di primo piano: piuttosto che le affermazioni di fedeltà  ideologica al mondo occidentale, dunque, conterà  la concreta capacità  di misurarsi con scelte coerenti e responsabili nel quadro multilaterale del quale siamo parte.