Vito Mancuso - Intervento al seminario bioetico "Dialogo sulla vita umana" PDF Stampa E-mail

Vito Mancuso
Teologo, editor della saggistica religiosa Mondadori
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Intervento al seminario bioetico "Dialogo sulla vita umana"
Assisi 29 gennaio 2003

L’HANDICAP, LA NATURA E DIO

Sono stato invitato a dare il mio contributo a questo seminario in seguito alla pubblicazione, avvenuta cinque mesi fa, del mio libro Il dolore innocente. L’handicap, la natura e Dio, che è un tentativo di pensare l’handicap come problema teologico. Se la vita umana viene da Dio, come sostengono le tre religioni monoteiste, perché nascono così? come spiegare gli 8000 bambini (il 5% dei nati) che ogni giorno vengono al mondo gravemente handicappati? Il mio lavoro offre una prospettiva di interpretazione dell’handicap, e più in generale del rapporto tra Dio e la natura, da un punto di vista che definisco di rigorosa teologia della croce.

Ma in questa sede interessa meno la prospettiva teologica, e più invece quella filosofico-politica che scaturisce dal pensare l’handicap. Pensandolo, siamo messi di fronte a un caso estremo, a ciò che Jaspers definiva situazioni-limite, i grandi momenti rivelativi della verità della vita. Ci troviamo di fronte a esseri umani che, per tutta l’estensione della storia che ci precede, non sono mai stati riconosciuti esseri umani come gli altri; li si chiamava mostri, e già questo termine manifesta come venivano trattati, in un modo per l’appunto mostruoso, sia nell’antichità (Platone, Aristotele, Cicerone) sia nei secoli della cosiddetta societas christiana (Ruperto di Deutz, Tommaso d’Aquino, testimonianze di Montaigne e di Shakespeare), sia per buona parte del ‘900 (l’apice al riguardo è toccato da alcune affermazioni di Nietzsche che anticipano la politica di selezione della razza praticata qualche decennio dopo da Hitler).

Eppure oggi, almeno in occidente, non c’è Stato che non abbia nella sua legislazione il riconoscimento della pari dignità ontologica degli handicappati, per non parlare dei documenti delle Nazioni Unite.
Su che cosa si basa questa affermazione della pari dignità? Questo essere che non ha il corpo come il nostro, non ha la mente come la nostra, non ha sentimenti come i nostri, questo essere che alla gran parte dei normali fa impressione, e paura, col suo stesso presentarsi, si dice che è uguale, ontologicamente, a noi. Perché? Come si è potuti giungere a questo principio così nuovo per la storia dell’umanità? È un’affermazione buonista, o c’è sotto un pensiero?

C’è sotto un pensiero, il pensiero straordinario che la vita umana è un assoluto. Il valore della vita umana non dipende da nessun altro fattore che non sia il suo essere umana. Poco importano le qualità esteriori e interiori. Conta solo il fatto di essere stati generati da altri uomini: l’umanità si propone come un valore che non è secondo a nessuno, a nulla relativo, si propone come assoluto.
Le religioni sostengono che l’assolutezza della vita umana dipende dal fatto che viene da Dio. Ma questo pensiero non è stato in grado, lungo i secoli, di generare una fattiva attenzione all’handicap, di considerare gli anormali esseri umani come gli altri, figli di Dio come gli altri (capitava che venisse loro rifiutato il battesimo). Quando invece si è cominciato a pensare la vita umana come un valore in sé assoluto, a nulla relativo (neppure a Dio), allora ne è scaturita una prassi che ha portato all’affermazione della pari dignità e alle politiche sociali corrispondenti.

Dire che l’uomo costituisce il valore assoluto significa esporsi a una duplice critica. Una critica da parte delle religioni, per le quali l’assoluto è Dio (il libro sacro, la legge che ne scaturisce, le gerarchie); e una critica da parte di tutte quelle forme di pensiero che non conoscono la trascendenza ma solo l’immanenza e per le quali non c’è alcun assoluto, neppure l’uomo lo è, l’uomo è solo natura nella natura, non diverso, ontologicamente, dagli alberi e dagli animali. Non è per nulla naturale per gli esseri umani la posizione dell’uomo (di ogni uomo) come assoluto. L’abissale profondità della loro libertà che li chiama all’età adulta (all’uscita, come diceva Kant, dallo stato di minorità) spaventa gli uomini, che per questo ricorrono o a un Padrone celeste a cui rimettere la libertà e alla cui legge obbedire, oppure a Madre Natura, alla quale pure obbedire, alle sue leggi determinate, al suo ciclo sempre uguale, alla sua cieca indifferenza. La posizione dell’uomo come assoluto è possibile solo sulla base di un profondo concetto della libertà umana, un concetto che pone l’essenza dell’uomo nella libertà.

La posizione dell’uomo come assoluto è un’operazione squisitamente cristiana. Il centro speculativo del cristianesimo è dato dall’incarnazione di Dio: il legame tra Dio e uomo tocca l’essere stesso di Dio, ha, per Dio, una poderosa valenza ontologica. Per nessun’altra religione è così, nessuna religione come il cristianesimo lega così strettamente Dio all’uomo. Per nessuna filosofia è così, nessuna filosofia lega così strettamente la verità all’uomo. Il Dio cristiano è il Dio-uomo; il vertice della rivelazione di Dio non è un libro, è un uomo. Per il cristianesimo teocentrismo e antropocentrismo si identificano. Il cristianesimo, se è veramente fedele a se stesso, non può non parlare dell’uomo (di ogni uomo) come del valore assoluto.
La storia europea conosce la contrapposizione tra un pensiero del primato dell’uomo e uno del primato di Dio, ma, se si pensa davvero il cristianesimo, si comprende la falsità della contrapposizione. Non vi può essere nessun bene per l’uomo che non sia bene per Dio, e nessun bene per Dio che non sia bene per l’uomo. Cristo espresse la sua rivoluzione antropocentrica col dire: “il sabato è per l’uomo, non l’uomo per il sabato”.

Pensare l’handicap ci impone anche una diversa visione della natura. Le religioni legano la natura direttamente a Dio, ne fanno l’espressione del suo volere. Per questo hanno sempre parlato dell’handicap per lo più come punizione. Il cristianesimo, che pensa Dio come amore, e amore concreto per l’uomo, non accetta queste visioni (e quando le ha accettate non era cristianesimo). Ma l’handicap c’è, avviene ogni giorno, è il dono della natura ad alcuni suoi figli e alle loro famiglie. Il prodursi dell’handicap, quindi, è come un possente cuneo di ferro che separa Dio e la natura. La natura non è l’espressione del volere di Dio, perché essa stessa è sottoposta alla corruzione, come dice la Lettera ai romani.
Come è possibile allora che ancora adesso nella Chiesa cattolica si parli di legge naturale, di metodi naturali? E ancora mi chiedo: che cosa è più vicino al Dio-uomo, i ricercatori che coltivano cellule staminali per guarire malattie mortali e prevenire malformazioni, oppure la natura che può anche generare corpi e menti deformi?

Infine il pensiero dell’handicap ci consegna anche una diversa visione della storia e del suo rapporto con la morale. È molto significativo il fatto che proprio il ‘900, il secolo che viene considerato il vertice del male, sia stato il secolo che abbia riconosciuto la pari dignità ontologica degli handicappati. È vero, il ‘900 è stato Auschwitz, l’arcipelago gulag, Hiroshima, ma, insieme, mai come nel ‘900 il benessere è stato diffuso, i diritti civili e politici condivisi, la giustizia sociale applicata, la medicina sempre più per tutti. Nel ‘900 l’individuo inizia a contare per se stesso, non importa se maschio o femmina, bianco o nero, ricco o povero, etero o omosessuale, sano o malato: ciò che conta è il suo essere uomo. Il secolo che ha costituito il vertice del male è, insieme, il vertice del bene: abissale dialettica dello spirito umano.
Ma questo ci insegna che la storia contribuisce alla formazione della morale; non nel senso che il bene e il male mutano a seconda dei tempi, ma nel senso che la nostra comprensione di ciò che è bene e ciò che è male ha un’evoluzione storica. È mutata la valutazione dell’handicap, ma anche del ruolo della donna, della razza, delle inclinazioni sessuali, di molte altre cose. Quelli che oggi chiamiamo “diritti naturali dell’uomo” sono in realtà una grande conquista culturale: naturale è la schiavitù non l’uguaglianza, la supremazia dei potenti non la pari dignità, l’emarginazione e la soppressione degli handicappati non la loro cura. Cristo prefigurava questo processo col dire: “lo spirito vi guiderà verso la verità tutta intera”.
La verità tutta intera nessuno la conosce, ma c’è. Si tratta di essere davvero liberi dentro, credenti e non credenti, per progredire verso di essa. A ciascuno è posto un compito. Da parte dei credenti si deve iniziare a pensare, a farlo davvero e non solo retoricamente, di non possedere la verità, soprattutto in un campo così complesso come la morale. Viceversa da parte dei non credenti si deve tornare a postulare (proprio nel senso kantiano) l’esistenza della verità e della dimensione spirituale nella quale essa risiede. Che lo si possa benissimo fare, senza per questo credere in un Dio personale, c’è tutta la grande filosofia greca, e non solo, che lo testimonia.