Commento di Mariano D'Antonio al position paper "l'Unione europea ha ancora una politica economica?" PDF Stampa E-mail

Il documento sulla politica economica europea reso pubblico da Italianieuropei è sicuramente un passo in avanti per delineare una strategia ben fondata e realistica che valga a superare l’attuale, deludente condizione dell’economia europea. Prevale, infatti, in Europa il ristagno della produzione con rischi di caduta dei prezzi ben presenti dappertutto ma specie in Germania, che rappresenta il 33% del prodotto interno lordo dell’intera zona euro e che perciò, essendo l’economia più forte di Eurolandia, ne condiziona l’andamento. Il position paper dice in estrema sintesi che, mentre occorre salvaguardare alcuni punti fermi fissati nel Trattato di Mastricht grazie al quale l’Europa dei 12 ha evitato nella seconda metà del decennio scorso una rovinosa crisi finanziaria, mentre è dunque necessario salvaguardare il patrimonio di credibilità accumulato con politiche di bilancio rigorose che hanno dissuaso la speculazione della finanza internazionale, occorre nella congiuntura attuale rilanciare la domanda e la produzione con investimenti pubblici in reti e infrastrutture, in difesa e sicurezza e nella ricerca, concordati a scala europea.
Il significato di questo documento è anche politico in senso stretto. Serve alla sinistra italiana, europea per sfuggire a due errori in cui potrebbe ancora ricadere e che sono stati, a mio avviso, all’origine della perdita di consensi verificatasi, specie in Italia, negli ultimi anni: l’errore di guardare troppo in avanti sostenendo esclusivamente le riforme di struttura dei mercati per i loro effetti attesi di rianimazione del potenziale produttivo, e l’errore opposto, di guardare troppo all’indietro mantenendo ad ogni costo la linea di rigore nella finanza pubblica, che poi ha significato finora inasprimenti fiscali piuttosto che contenimento e qualificazione della spesa pubblica.
Le riforme dei mercati dei prodotti e del lavoro vanno sicuramente perseguite ben sapendo che incontrano resistenze d’imprese in essere, di gruppi professionali che lucrano posizioni di rendita e di fasce di lavoratori dipendenti sindacalmente protetti – le resistenze che chiamerei degli stock (di privilegi ereditati, di capitale imprenditoriale e di capitale umano) contro le necessità dei flussi (di nuova occupazione e di nuovi entranti nelle attività imprenditoriali).
Il rigore finanziario a sua volta non può diventare la camicia di forza che blocca lo sviluppo economico: non basta richiamare che il Patto di stabilità (peraltro era chiamato anche Patto di crescita, ma quest’ultima dizione è stata spesso dimenticata, non a caso) è uno strumento flessibile perché riconosce il ruolo degli stabilizzatori automatici, dunque attenua la flessione ciclica. Nella situazione attuale anche i governi come quello degli Stati Uniti che all’inizio avevano esplicitamente assunto un orientamento di politica economica dal lato dell’offerta, sono stati indotti dalla flessione dei mercati ad interventi di ampio sostegno della domanda rovesciando il saldo di bilancio pubblico da un attivo ad un rilevante passivo.
Il caso europeo è certamente diverso da quello americano: non possiamo permetterci alla lunga i due deficit gemelli (di bilancia commerciale e di bilancio pubblico) che agli USA sono consentiti dal dominio del dollaro come moneta internazionale, dalla capacità d’attrarre capitali esteri, da un rapporto ancora ridotto del debito pubblico sul PIL. Ciò accresce l’esigenza, dichiarata nel position paper, che gli investimenti pubblici di comune interesse dell’Europa siano in larga parte finanziati ricorrendo al mercato dei capitali europei, attualmente caratterizzati da impieghi liquidi pronti ad essere convertiti in titoli pubblici e privati americani appena superata la flessione dei corsi in USA. E sottolinea per questo la necessità che gli investimenti pubblici concordati dalle autorità europee siano non soltanto capaci di sostenere genericamente la domanda di beni bensì anche adatti ad innalzare la produttività privata e sociale dell’economia.
Rimane tuttavia da affrontare la strozzatura degli investimenti imprenditoriali che sono il tallone d’Achille in Europa nell’industria manifatturiera e nei servizi. Un’iniezione di domanda qualificata, che in parte si autofinanzia generando maggiori introiti fiscali e in parte si finanzia ricorrendo ai risparmi liquidi dei privati, non è da sola sufficiente ad innescare un ciclo d’investimenti delle imprese. Se il blocco degli investimenti imprenditoriali si fa dipendere dalle rigidità dei mercati dei prodotti e delle risorse produttive, dunque può essere superato con riforme di struttura dei mercati, occorre individuare le riforme che prioritariamente andrebbero avviate. Quali riforme sono le più urgenti, specialmente nel caso italiano? Quelle del mercato del lavoro? Quelle della regolazione dei mercati dei prodotti nel senso di una maggiore concorrenza e libertà d’entrata e d’uscita delle imprese? Quelle del mercato dei capitali, per passare da un assetto, come si dice, bancocentrico ad un assetto centrato sulla diffusione e sul trasferimento dei diritti di proprietà delle imprese, dunque sulla borsa valori?
Gli economisti cadono spesso nella trappola intellettuale del “tutto dipende da tutto” per cui interventi isolati di politica economica non avrebbero significato e sarebbe perciò necessario agire simultaneamente su più fronti a causa dell’interdipendenza tra i problemi dell’economia.
I politici possono sfuggire a questa tentazione e indicare la sequenza degli interventi da realizzare: possono dire cosa viene prima e cosa segue dopo. Dunque, quale dovrebbe essere specie in Italia la sequenza delle riforme di struttura dei mercati che accompagni e assecondi gli effetti moltiplicativi sulla produzione e sull’accumulazione produttiva, provocati da una robusta politica d’investimenti pubblici?

Mariano D’Antonio