Massimo D'Alema - Intervento alla summer school "La sfida riformista" PDF Stampa E-mail

L'opposizione riformista nel sistema maggioritario

Massimo D'Alema

L'opposizione riformista nel sistema maggioritario Massimo D'Alema Prima di arrivare ad affrontare il tema di come si caratterizza un'opposizione riformista in un sistema maggioritario, ovvero un'opposizione che mantiene la prospettiva del governo al centro della sua azione e che si propone come alternativa di governo, vorrei introdurre una riflessione più generale sulla crisi del riformismo e sulla possibile rinascita del riformismo. Se muoviamo dalla cronaca politica quotidiana in Italia e in Europa non possiamo evitare la sensazione — tanto più scioccante in un paese come il nostro nel quale per molto tempo la parola riformista è stata una parola ai margini della dialettica politica — che tutte le posizioni politiche in campo si identifichino come riformiste. Esiste infatti un riformismo della destra, particolarmente forte nei proclami, nel modo di atteggiarsi di fronte alla società  come unica autentica politica di innovazione sociale. Ed esiste un riformismo della sinistra che in Italia dopo decenni di divisioni è diventato l'approdo comune della sinistra. Oggi il riformismo cattolico e laico delle forze democratiche, rotta la centralità  della Democrazia Cristiana — il dominio centrista — sulla politica italiana, si sono ricollocati sull'ala di centrosinistra e si caratterizzano come forze riformiste. Di fronte alle crisi del socialismo europeo si predica un nuovo riformismo in Europa, e la parola riformista e riformismo sembrano essere diventate il terreno di un'aspra contesa sul quale si misurano tutte le culture politiche, ciascuna delle quali cerca di appropriarsi di questa parola e del suo significato. Il riformista è l'innovatore sociale, è il governo del cambiamento, chi guida la trasformazione e chi ne orienta il senso. E' dunque da questa riflessione che è necessario partire. Sarebbe infatti un grave errore se la sinistra si ritirasse da questa disputa, poiché le parole sono importanti e una volta cedute è difficile riconquistarle. La sinistra non può rinunciare a farsi identificare con il riformismo, se si spezzasse questa identificazione la sinistra perderebbe di significato e soprattutto verrebbe meno la sua capacità  di essere riconosciuta come forza propulsiva della trasformazione sociale. Che cos'è riformismo della destra con cui noi ci misuriamo oggi? Certamente non è il riformismo che ha avuto la sua stagione d'oro negli anni Ottanta, nel corso dello straordinario decennio neoliberista della signora Thatcher e di Ronald Regan, rispetto al quale il riformismo della destra italiana appare come una pallida imitazione. Il riformismo della destra ha significato la trasformazione della società  tendente a smantellare la struttura dello Stato sociale allo scopo di favorire lo sviluppo impetuoso delle forze produttive legate alla rivoluzione tecnico-scientifica, alla globalizzazione dell'economia. E' questo il significato profondo del riformismo di destra. Un intervento per cambiare la società  che potrebbe essere definito marxianamente come una rimozione di vecchi rapporti sociali interpretati come un freno allo sviluppo delle forze produttive. Non a caso fu usata l'espressione 'rivoluzione neoliberista', dato che 'rivoluzione' nel lessico di Marx significa appunto la rimozione di vecchi rapporti sociali che ostacolano lo sviluppo delle forze produttive. Oggi la destra italiana si presenta come l'imitatrice di questa impostazione, il riformismo della destra tende a liberare le forze produttive, il mercato del lavoro dai vecchi vincoli, a favorire la crescita e lo sviluppo. L'esperienza di questa destra italiana tuttavia non si presenta come l'erede di una tradizione liberale né liberista ma come l'espressione in realtà  di una visione in gran parte statalista e corporativa. L'opposizione riformista per vincere deve però fare i conti anche con le ideologie e i simboli. Vince in Italia e in Europa infatti solo se oppone a questa visione del 'riformismo' della destra un progetto alternativo di trasformazione e innovazione sociale e se non si limita alla difesa delle conquiste sociali che la destra vuole smantellare, ma si mostra bensì in grado di reinterpretare i suoi valori facendoli vivere in nuovi modelli sociali, più aperti, meno corporativi, più inclusivi e in grado di favorire una più accentuata dinamica della società . Oggi la sinistra è esposta in Europa a un rischio paradossale che deriva dal successo storico. Il secolo socialdemocratico si è infatti concluso con uno straordinario successo storico: l'esaurirsi dell'esperienza rivoluzionaria e contemporaneamente l'affermarsi di alcuni dei valori costitutivi dell'esperienza socialdemocratica come valori condivisi della civiltà  europea. L'idea di Europa coincide con l'idea di una parte del mondo nella quale le libertà  individuali e la democrazia appaiono inscindibili da un certo grado di coesione sociale, di solidarietà , di pari opportunità  offerte ai cittadini. I diritti sociali sono a pieno titolo parte dei diritti umani in questa parte del mondo e la stessa Carta europea sancisce questa indivisibilità  dei diritti. L'esperienza riformista, socialdemocratica, è dunque parte costitutiva della società  europea. E tuttavia il paradosso della sinistra nasce da questo successo e dall'identificazione fra la sinistra e la parte della società  che ha realizzato queste conquiste, che raccoglie gran parte del lavoro salariato, del lavoro intellettuale, delle classi medie, e in particolare delle classi medie intellettuali. Una parte della società  che ha realizzato un relativo benessere e un buon grado di cultura e quindi una qualità  della vita mediamente elevata. La sinistra oggi rappresenta quella parte della società  che appare più interessata alla difesa delle conquiste di civiltà  e di democrazia che ha realizzato nel corso di un secolo e che tali conquiste è disposta a difendere, ma che è invece diffidente verso i cambiamenti temendo ragionevolmente che il cambiamento possa portare verso il peggio. Nel mettere in scena questo paradosso non c'è nessun intento moralistico, poiché esistono ragioni serie per cui un patrimonio di civiltà  che appare insidiato vada difeso. Ciò non è in contraddizione con la capacità  della sinistra di rappresentare anche i bisogni di cambiamento e di innovazione che si addensano ai confini di questa parte della società . Si pensi al mondo dei giovani lavoratori di un'economia non fordista largamente esclusi dal sistema delle garanzie conquistate dallo Stato sociale tradizionale. Questo tipo di compromesso sociale è particolarmente chiuso alle esigenze delle nuove generazioni. Noi viviamo in una società  ricca di garanzie ma anche abbastanza statica e chiusa rispetto a chi si offre sul mercato del lavoro sulla base di capacità  e di talenti. Tutto il nostro sistema è relativamente stabile e corporativo: dalle università , agli ordini professionali, all'organizzazione di una società  in cui sono molto più forti gli interessi consolidati rispetto ai bisogni emergenti. Il problema della sinistra è dunque quello di mettere in comunicazione i suoi valori con nuove esigenze sociali, scrollandosi di dosso il rischio di vedersi rinchiusa nella dimensione della difesa di conquiste, certamente importanti, ma che oggi appaiono insufficienti a garantire alle nostre società  quel dinamismo, quello slancio verso il futuro, quella capacità  di competere di cui l'Europa ha bisogno per affermare i suoi valori. E non solo come garanzia di benessere per gli europei ma come valori universali nel mondo della globalizzazione. Credo che questa sia un'esigenza e una missione fondamentale della sinistra europea: promuovere i valori della nostra civiltà , farli diventare principi fondamentali di un nuovo ordine mondiale per recuperare lo slancio, l'orgoglio di essere europei, e la fiducia nel futuro. Se così non sarà  le nostre società  saranno sempre più vecchie, chiuse, egoiste, dominate dalla paura e inesorabilmente sospinte a destra. Ciò a cui abbiamo assistito in diversi paesi europei lo conferma: l'insorgere di forme di nazionalismo, di etnocentrismo, culture della paura nei confronti della globalizzazione che sono il segno di una perdita di slancio, di vitalità  e fiducia nel futuro da parte delle società  europee. Affrontando questi temi e cercando di andare a fondo delle ragioni della crisi del riformismo europeo si era posta l'attenzione su due fattori determinanti: le grandi trasformazioni sociali che hanno investito le società  europee, il processo di individualizzazione del lavoro e quindi di erosione progressiva di quella base di lavoro fordista che ha rappresentato la base sociale del riformismo europeo. L'organizzazione del lavoro fordista, l'esistenza di una classe operaia di massa della grande industria e lo Stato sociale sono state due facce di uno stesso modello di organizzazione della società , il sistema delle tutele delle rappresentanze collettive. Oggi questo sistema è messo in crisi da un processo radicale di trasformazione del lavoro e della società . Dall'altra parte l'altro fattore di crisi è stato il progressivo impoverirsi delle risorse dello Stato nazionale, della funzione di quello che gli studiosi definiscono il policy making nazionale, anche perché il riformismo europeo si è sviluppato nell'orizzonte dello Stato nazione e il compromesso sociale del riformismo europeo ha avuto nello Stato il suo garante. Lo Stato nazionale è anche un fattore di crisi di questo compromesso, basti pensare a come la spinta della competitività  nazionale mette in discussione le politiche nazionali. La globalizzazione è dominata da una cultura neoliberale nella quale la politica ha la responsabilità  di assolvere i compiti che l'economia le assegna: ridurre il deficit, smantellare i sistemi di protezione sociale, essere più competitivi, ridurre il costo del lavoro. Il margine di autonomia di decisione si riduce gradualmente e poiché il riformismo è decisione politica, ingegneria sociale, quando questa possibilità  di decisione nazionale viene erosa giorno dopo giorno dall'incalzare dai bisogni di un'economia non regolata si riduce anche lo spazio del riformismo e si riducono le differenze all'interno delle politiche nazionali. La differenza tra destra e sinistra si ridurrà  in conseguenza alla riduzione del peso della politica e delle decisioni nazionali. Questi due grandi processi di trasformazione hanno eroso le basi stesse del riformismo in Europa, ne hanno radicalmente messo in discussione le modalità , gli strumenti e non è un caso che il ciclo elettorale europeo venga interpretato da più parti non come un dato congiunturale ma come l'esaurirsi di una lunga fase storica rispetto alla quale gli ultimi anni, quelli dell'Euro e dell'aggiustamento, sarebbero stati una sorta di canto del cigno della sinistra europea. Il paradosso di questa crisi è che la crisi del riformismo europeo coincide con il momento in cui si esprime il massimo bisogno di riformismo. Dal momento che l'anarchia della globalizzazione capitalistica senza regole porta con sé rischi drammatici di disuguaglianze, instabilità , conflitto di cui il terrorismo internazionale è forse solo l'espressione più lacerante. La mancanza di politica rischia di essere compensata soltanto con la 'prosecuzione della politica' con altri mezzi, ovvero la guerra. E' la mancanza di politica che finisce per enfatizzare lo strumento militare come strumento di regolazione, di contenimento dei conflitti, di garanzia di sicurezza, e oggi ci troviamo di fronte a una vera e propria crisi di quella visione apologetico-liberista della globalizzazione di cui è anche espressione l'emergere di una destra neolocalista, neonazionalista, corporativa, euroscettica che rappresenta l'espressione, anch'essa, di una crisi di fiducia nelle magnifiche sorti progressive della globalizzazione. La risposta a questa contraddizione può venire solo da una rinascita su basi nuove del riformismo in Europa. Ma questa rinascita del riformismo in Europa non può che avvenire con l'ambizione di parlare alle contraddizioni globali, con l'ambizione di un'Europa che vuole giocare il ruolo di una potenza globale, non tanto in termini di potenza militare quanto in termini di affermazione dei valori, di principi di civiltà . E' evidente che questa stagione riformista può riacquisire vigore solo se si lega a un progetto sovranazionale e se il riformismo separa il suo destino da quello dello Stato-nazione ed assume il progetto dell'unità  politica dell'Europa come il cuore del suo progetto. Fino ad oggi il socialismo europeo non è stato in grado di farlo. Il socialismo europeo ha vissuto il progetto di unità  politica dell'Europa come una necessità , riflettendo al suo interno tutti i diversi orientamenti nazionali che esistono rispetto al processo di unità  politica dell'Europa: fra questi maggiore prudenza da parte inglese, una visione dell'Europa come una confederazione di Stati nazionali nella sinistra francese. In definitiva non è esistito fin qui un progetto del socialismo europeo per l'unità  politica dell'Europa; si è trattato di un processo vissuto come una necessità  ma con tutto il carico di prudenza e di scetticismo di culture politiche fortemente legate all'esperienza e alla sovranità  dello Stato nazionale. La mancanza di un progetto di unità  politica dell'Europa è stata una delle ragioni della sconfitta del socialismo europeo e non a caso il tema dell'Europa è stato un tema cruciale nei confronti elettorali che si sono giocati in questo anno terribile per la sinistra. Un tema cruciale perché la sinistra che ha guidato l'aggiustamento delle politiche di bilancio, pagando anche un prezzo in termini di restringimento della sua possibilità  di un'azione di riequilibrio sociale, non è apparsa in grado di restituire ai cittadini sotto il profilo della sicurezza, di strategie comuni per l'innovazione, per la crescita, per il lavoro, per la qualità  della vita, ciò che era stato loro tolto in termini di riduzione delle risorse nazionali. La sinistra non è riuscita neppure ad appassionare i cittadini europei ad un progetto politico che non può che avere un unico fondamento nella psicologia diffusa popolare: l'orgoglio di essere europei deve essere legato a una missione, a una visione dell'Europa, mentre difficilmente ci si può sentire orgogliosi di una burocrazia, delle sue regole, delle regole del mercato comune o soltanto di una moneta unica malgrado il grande valore simbolico che è associato a questa. Si pensi al valore che l'orgoglio nazionale ha negli Stati Uniti: una società  multietnica, una sorta di impressionante legione straniera di asiatici, di neri, discendenti degli europei, in cui tuttavia il sentimento di appartenenza alla nazione americana, e alle missioni che questa porta avanti, anche in forme talora discutibili e inquietanti, ha una capacità  amalgamante e una forza di integrazione che rappresenta certamente un fenomeno cui si deve guardare anche con ammirazione. Credo quindi che il processo di unità  europea debba incoraggiare l'orgoglio di essere europei, diversamente non potrà  uscire dalle sabbie mobili dei regolamenti e dei vincoli che certamente è difficile che vengano vissuti con entusiasmo e passione. Naturalmente dell'orgoglio di essere europei fa parte anche una nuova idea dell'Europa negli equilibri globali. Non in senso antiamericano ma nel senso di una dialettica, di una crescente assunzione di responsabilità , di una capacità  di far valere gli interessi e anche i valori dell'Europa che oggi ancora non esiste. E' comprensibile che un cittadino europeo che ha pagato la tassa per l'Europa consideri con scetticismo lo spettacolo di un'Europa che nel Medio Oriente vede messi in discussione i suoi interessi vitali, la sua aspirazione alla pace, e la sua idea dei diritti dei popoli. E che non riesce ad aver alcuna influenza in una regione del mondo nella quale la presenza dell'Europa è vitale sia per il popolo palestinese sia per l'economia di Israele che molto deve all'associazione con l'Unione Europea. Questi temi della sicurezza e della pace hanno grandissimo peso. Dobbiamo liberarci di una visione economicistica del riformismo anche perché nell'orientamento dell'opinione pubblica di paesi relativamente ricchi i temi della sicurezza, della pace e del futuro hanno un peso enorme sull'orientamento dell'opinione pubblica e anche a questo riguardo soffriamo di una limitatezza dell'orizzonte della nostra azione politica. Questa nuova stagione del riformismo deve assumere come tema centrale l'unità  politica dell'Europa, la sua funzione nel mondo e nello stesso tempo deve riavvicinarsi alla grande questione dell'innovazione sociale. A cominciare dal fatto che le politiche riformiste d'integrazione sociale non possono più muovere intorno alla centralità  dello Stato, non perché non si debbano difendere alcune essenziali funzioni pubbliche ma perché non c'è dubbio che queste funzioni vanno interpretate in modo innovativo nel senso di una concezione del potere che tende a ridurre progressivamente la centralità  dello Stato nazionale. Non credo che le profezie sulla fine dello Stato-nazione avessero un fondamento ma senza dubbio lo Stato-nazionale vede un mutamento radicale della sua funzione e diventa sempre di più il nodo di una rete istituzionale che tende a trasferire poteri e sovranità  verso l'alto, e cioè verso istituzioni sovranazionali. Pensiamo al peso crescente delle istituzioni globali: dall'Organizzazione mondiale per il commercio, all'Organizzazione per il lavoro. Peso crescente che è indispensabile per la regolazione della globalizzazione economica. Il vero problema sarà  quello dell'accountability, della trasparenza di queste istituzioni, del loro carattere politico e non soltanto tecnico. Quindi lo Stato nazionale tende a trasferire sovranità  e funzioni su una rete di istituzioni regionali, in Europa, o globali e questa è una necessità  per superare il gap tra politica ed economia. Fabrizio Saccomanni, un dirigente della Banca d'Italia, ha pubblicato in questi giorni un libro dal titolo Tigre globale, domatori nazionali in cui esprime questo concetto, non si regola l'economia globale con gli strumenti dello Stato-nazione, poiché in tutto il mondo evoluto è in corso un processo di trasferimento di poteri di organizzazione, di gestione degli Stati-nazionali verso corpi intermedi, verso sistemi di poteri locali, regionali ma anche verso un settore, una società  civile sempre più organizzata e, non soltanto in Italia, meno statalista. Un riformismo cosmopolita e mutualistico, come lo ha definito Giulio Sapelli nel bel saggio Sulla crisi della rappresentanza socialista del lavoro pubblicato su Italianieuropei, che nello stesso tempo va oltre la dimensione nazionale e assume il tema dei corpi intermedi, di associazione tra cittadini, come un tema cruciale di riorganizzazione anche dal basso del welfare. Naturalmente questa visione ci spinge a considerare questa nuova stagione riformista come una stagione aperta anche a culture diverse da quelle socialiste perché non c'è dubbio che questa visione del riformismo da una parte si sforza di dialogare con le domande che vengono dai nuovi movimenti sui temi della globalizzazione, e dall'altra parte attinge al patrimonio cattolico, dei movimenti cristiani, di movimenti ambientalisti, cioè di grandi esperienze democratiche e riformiste che sono cresciute fuori dalla tradizione dell'ortodossia socialdemocratica. Una nuova stagione del riformismo si muove su un terreno diverso rispetto all'economicismo tradizionale della cultura socialista operaia e inevitabilmente tende ad emanciparsi da quel primato della crescita quantitativa che ha rappresentato a lungo una visione della società  di sinistra di matrice socialista. Si dovrebbe insistere sulla necessità  di un riformismo più attento alla qualità  della vita delle persone, ai temi della riproduzione sociale oltre che della produzione, che assuma il tema della centralità  della cultura e persino dell'utopistico diritto alla felicità , uno dei principi costitutivi del costituzionalismo americano. Sono convinto che esista una relazione con una più equilibrata ripartizione delle opportunità  di benessere su scala globale, un problema cruciale, tra i maggiori problemi di sopravvivenza accanto a quello dello sviluppo compatibile con la sopravvivenza dell'ambiente naturale: queste sono le due grandi funzioni su cui si gioca il futuro dell'umanità . Perché è certamente difficile pensare che la democrazia e la libertà , possano sopravvivere in una parte del mondo assediata dalla disperazione, dal fanatismo di miliardi di esseri umani. Dunque è cruciale l'esigenza di una più equilibrata ripartizione delle possibilità  di benessere e quindi l'obiettivo di un riequilibrio tra ricchezza e miseria è strettamente legato con il riaffermarsi di una linea politica più attenta alla qualità  della vita e meno subalterna alla corsa sfrenata della crescita quantitativa individuale e collettiva. Una visione dunque non economistica della battaglia riformista che spinge a pensare anche in modo nuovo il rapporto tra rappresentanza del lavoro e Stato sociale. Di nuovo Sapelli descrive una 'crisi irreversibile della rappresentanza socialista del lavoro' che nasce dal fatto che il lavoro non è più come nella società  fordista una costituency con una rappresentanza lineare sul terreno degli interessi che entrano sullo scenario del mercato politico. All'interno del mondo del lavoro si intrecciano istanze corporative, conservatrici e bisogni di cambiamento e noi stessi siamo spinti a concepire il nuovo Stato sociale più come affermazione di diritti universali di cittadinanza che come proiezione sul terreno legislativo, statuale di conquiste del mondo del lavoro. La maternità  è un diritto individuale delle donne, non è un diritto delle lavoratrici: c'è un salto culturale da una visione lavorista che ha avuto una straordinaria funzione civilizzatrice nella storia d'Europa e una visione dei diritti di cittadinanza che spingono verso una concezione universalistica. Questo vale in tutti i campi: dal tema della maternità  al tema degli ammortizzatori sociali, essendo sempre più insostenibile l'idea che il lavoratore dipendente occupato della grande azienda, e quindi in qualche modo garantito, sia protetto dalla cassa integrazione mentre il giovane disoccupato sia escluso da ogni forma di sostegno e di protezione. Anche qui una riforma del sistema di protezione sociale non può che essere universalistica, anche perché la difesa di un vecchio impianto corporativo è incompatibile con i valori della sinistra. Talvolta a sinistra si confonde l'affermazione dei nostri valori con la difesa di un vecchio modello sociale. Quando invece i nostri valori, a cominciare da quello dell'eguaglianza, dovrebbero spingerci a mettere in discussione un vecchio modello sociale che genera esclusione e diseguaglianze. Questo non significa che la sinistra non debba continuare a sforzarsi di rappresentare il lavoro, ma questo avverrà  in modo nuovo, non attraverso una rappresentanza diretta degli interessi ma attraverso uno sforzo di ricomposizione intorno a valori, innanzi tutto quello della libertà  come possibilità  per tutti di realizzare il proprio progetto di vita e intorno a questo valore dobbiamo sforzarci di ricomporre la società , scomponendo i vecchi blocchi sociali e organizzando una maggioranza dei cittadini che condividono un insieme di valori e un progetto di società  che ad essi si ispira. La sinistra e il riformismo del futuro non deve proporsi di presentare i 'suoi', espressione estremamente ambigua perché questa continuità  tra interessi sociali e rappresentanza politica è inesorabilmente spezzata, basta considerare la sociologia elettorale europea per rimanere impressionati di quanta quota di lavoro operaio tradizionale si rappresenta a destra oggi. Questa sfida non si vince partendo dall'idea che dobbiamo presidiare i nostri territori della società , ma partendo dall'idea che è una 'sinistra che parla a tutti', come ha detto con una bella espressione Giuliano Amato, e che può conquistare una maggioranza intorno ai suoi valori, a un progetto di trasformazione sociale che a questi si ispira. Questo è un discorso di carattere generale ma si riferisce allo scenario dove noi dobbiamo collocare questa riflessione. Perché è del tutto evidente che quello che dico suggerisce una chiave culturale, un criterio sulla base del quale affrontare i programmi che oggi il riformismo italiano ha di fronte a sé, un approccio che naturalmente considera fondamentale il legame tra il riformismo italiano, l'Ulivo, il centrosinistra, e il riformismo europeo. Questo legame continua ad essere centrale perché nessuna analisi seria dell'evoluzione italiana è possibile al di fuori del quadro europeo. Ci siamo infatti attardati in una lunga discussione cercando di capire quale mossa tattica sbagliata avesse favorito il successo della destra in Italia per accorgerci poi che il successo della destra in Italia era il risultato di un processo europeo che ha investito la Francia, l'Olanda, il Portogallo, così come la vittoria dell'Ulivo nel 1994 era stato un episodio di un processo europeo che vide in rapida successione la vittoria dei riformisti in Gran Bretagna, in Francia, in Germania. Purtroppo ci scopriamo tragicamente provinciali perché siamo convinti di essere l'ombelico del mondo, e che quello che succede da noi sia originale, nel bene o nel male. Al contrario molto spesso quello che succede fa parte di processi estesi anche perché sotto l'incalzare della globalizzazione economica, culturale, le società  sono molto più integrate della politica. Ciò che avviene nella società  italiana, ovvero le paure, la psicologia di massa, è molto più simile a quello che avviene nella società  francese o britannica di quanto invece i processi politici non mantengano un loro profilo nazionale, una pretesa autorefenzialità  che è soltanto il segno di arretratezza e di provincialismo. Per la sinistra è importante mantenere questo profilo europeo anche dall'opposizione. La forza della sinistra al governo dell'Italia è quella di essere stata la forza più europea del nostro paese, anche nella dura assunzione dei vincoli che l'Europa ci imponeva. L'opposizione deve necessariamente mantenere il suo carattere europeo, il suo legame con il processo di integrazione europea, con il riformismo europeo e la rinascita del riformismo in Europa. La seconda questione riguarda la necessità  di contribuire al processo di rinnovamento, di allargamento dei confini culturali, di rinnovamento programmatico del riformismo in Europa: a partire dal grande tema del futuro politico dell'Europa. Questo dovrebbe essere uno dei punti fondamentali su cui la sinistra oggi rilancia coraggiosamente la propria funzione. Oggi un'opposizione riformista in Italia deve essere più europeista del governo. Lo scenario politico non è più quello del 1996, quando in definitiva la scelta tra l'Ulivo e il centrodestra si proponeva come una scelta tra 'Europa sì' 'Europa no', come la scelta tra la volontà  determinata di far parte del gruppo di punta dei paesi dell'Euro o la scelta di rinunciarvi anche nel nome degli interessi più retrivi ma corposi di un certo capitalismo italiano che preferiva difendere un determinato modello di competitività , e che vedeva la partecipazione all'Euro una sfida, un gradino troppo alto per la nostra economia e la nostra impresa. Lì la scelta fu netta, ma in quell'occasione L'Ulivo ebbe il picco più alto di consensi di un'opinione pubblica consapevole che i sacrifici per stare in Europa erano un modo essenziale per difendere il ruolo dell'Italia nel mondo. In quell'occasione abbiamo assistito al manifestarsi di un insolito orgoglio nazionale, di una volontà  diffusa di dimostrare che eravamo in grado di farcela che l'Ulivo seppe ben interpretare. Poi lo scenario si è fatto più complesso. Berlusconi si è presentato all'appuntamento elettorale del 2001 non come anomalia del moderno partito azienda ma come il leader del partito popolare europeo. Noi, anche qui malati di un certo provincialismo, puntammo poco i riflettori su questa novità  che rappresenta il vero capolavoro politico che Berlusconi è riuscito a compiere: farsi accettare come un leader europeo. Egli ha capito che questa era la via anche per legittimarsi come forza di governo nel nostro paese e ha portato a successo un'operazione avvenuta sulla base di una reciproca convenienza: quella dei popolari europei ad avere un alleato anti-sinistra e quella di Berlusconi in chiave tattica di reciproca convenienza piuttosto che per un'autentica evoluzione politica e culturale della destra italiana. I nodi sono infatti, almeno in parte, venuti al pettine, prima di tutto in relazione ai problemi della stabilità  finanziaria. Come deve essere un'opposizione riformista dunque? Deve essere più europeista del governo, più netta nello modo di stare con l'Europa ma anche proporre questo rapporto in termini nuovi rispetto al 1996 poiché il problema non è più 'Europa: sì o no' ma quale Europa, quali istituzioni politiche, quale democrazia, quale modello sociale, quali politiche dell'Europa dell'innovazione per il lavoro e per lo sviluppo. E se non è accettabile l'idea di allentare i vincoli per favorire una ripresa delle politiche corporative e clientelari nazionali, tuttavia la sinistra non può neppure più limitarsi semplicemente a presidiare i vincoli in una vecchia logica monetarista, ma deve semmai porsi il problema di come oggi ad una politica di rigore finanziario si accompagni un politica europea di investimenti per l'innovazione, le infrastrutture, il lavoro. Politica assente fino ad oggi. Sarebbe sbagliato per un'opposizione riformista presentarsi come una sorta di presidio della Banca centrale europea contro il lassismo della destra, anche se questo lassismo va combattuto. Un'opposizione riformista deve oggi chiedere che accanto alla Banca centrale ci sia un potere politico europeo in grado di guidare politiche di innovazione, di sviluppo, nel quadro di una stabilità  finanziaria. Dunque il terreno diventa quello di quale Europa adottare, a cominciare dal salto di qualità  sul terreno istituzionale e democratico che deve essere compiuto con la Convenzione europea. L'altro piano oggi decisivo per un'opposizione riformista che non si limiti alla difesa delle conquiste minacciate riguarda la questione della democrazia italiana, del completamento della transizione italiana. Non c'è dubbio che la questione democratica si ripropone nel nostro paese. Personalmente mi oppongo all'idea che viviamo in un regime, perché credo che le forzature linguistiche siano sempre pericolose sia da parte degli intellettuali ma soprattutto da parte dei leader politici. In Italia non c'è un regime, ma una battaglia democratica aperta. Sono ben visibili i rischi e le contraddizioni di un paese nel quale il conflitto di interessi, la concentrazione dei mezzi di informazione, ma più in generale la nascita di un maggioritario senza garanzie, senza pesi e contrappesi, sono questioni ancora irrisolte. Siamo ancora in bilico tra un vecchio sistema a centralità  parlamentare e un nuovo sistema nel quale di fatto quella vecchia centralità  parlamentare non c'è più, ma non ci sono neppure quei penetranti poteri di controllo che l'opposizione detiene nei sistemi democratici maggioritari, si è quindi spogliati dei vecchi poteri consociativi senza aver acquisito quei poteri di controllo sull'esecutivo che l'opposizione ha nei sistemi maggioritari veri. A una questione così complessa non si risponde attraverso la lamentazione o vagheggiando una sorta di ritorno al passato che appare quanto meno improbabile. Si tratta di un progetto di completamento della transizione italiana; questo è stato uno dei grandi limiti del centrosinistra nel corso della sua esperienza di governo e uno dei punti in cui si è più esercitato un condizionamento conservatore. La difesa dell'impianto della costituzione del 1948, certamente da difendere nei suoi valori costitutivi, ma non nella sua strumentalizzazione istituzionale, che tuttavia ha fortemente condizionato il centrosinistra, è stato uno dei limiti dell'azione riformista nel corso del quinquennio dell'Ulivo e dovrebbe essere questo uno dei temi su cui concentrare una riflessione critica e autocritica. Ciò non è avvenuto perché al contrario una gran parte della riflessione è andata nella direzione opposta e cioè si è lamentato il tentativo di riformismo anziché vedere come il vero problema siano state le resistenze conservatrici. Questo è un capitolo che deve essere riaperto, non si deve aspettare che Berlusconi proponga la repubblica presidenziale magari mettendo l'elmetto e preparandoci ad un nuovo capitolo della resistenza. Il vero problema è come la sinistra rimetterà  in campo un disegno democratico di compimento della transizione, di costruzione delle istituzioni del maggioritario, disegno che è rimasto a metà . Le istituzioni sono organismi che non possono essere riformati a metà  e oggi il contrasto fra un federalismo che ha suscitato tante attese e il ritorno verso il centralismo, tanto più opprimente in quanto espressione di una debolezza e il persistere del vecchio Stato centrale rischia di essere un conflitto drammatico. Un'opposizione riformista deve mettere in campo un suo progetto di formazione delle istituzioni democratiche nel senso della piena costruzione di una democrazia del maggioritario, mettendo sul piatto della bilancia un rafforzamento dell'esecutivo. Continua ad essere un'assurdità , anche se il primo ministro è Berlusconi, che l'Italia sia l'unico paese in cui il capo del governo non possa sostituire un altro ministro. Un rafforzamento dell'esecutivo cui faccia da contrappeso un più forte potere del Parlamento di indirizzo. Una riforma del Parlamento che permetta di incardinare in una camera federalista il federalismo delle regioni che deve avere una sede di definizione delle scelte comuni, in caso contrario questa sede sarà  il governo nazionale, ma nessun sistema federalista si regge senza un'Assemblea rappresentativa del sistema delle autonomie: si pensi all'America o alla Germania. Questo comporta una coraggiosa riforma del parlamento che avrebbe anche l'effetto di semplificare e snellire i procedimenti parlamentari. Occorre una coraggiosa opera di delegificazione; indipendentemente da chi è al governo è assurdo che in Italia per ripartire i fondi ad esempio dopo un'alluvione si debba fare una legge, si deve poterlo fare con un atto amministrativo. In questo quadro anche i temi su cui bisogna dare battaglia, dal conflitto d'interessi, alle garanzie di pluralismo, acquistano non il significato di una battaglia difensiva, resistenziale, ma di un tassello di una nuova democrazia governante del maggioritario. Il terzo punto riguarda quale modello di competitività  adottare, ovvero come affrontare il grande problema che si pone per l'Italia di fronte alla globalizzazione e che è diventato più stringente dopo che l'Italia è entrata nell'Euro, della capacità  dell'economia, del sistema Italia, di reggere la sfida con il mercato globale. Qui la destra propone una sua idea della competitività , non nuova, secondo cui un paese come il nostro che ha un basso livello di innovazione, una spesa molto limitata nella ricerca scientifica, che ha un sistema produttivo molto frantumato e molto forte solo nei settori cosi detti 'maturi', possa competere soltanto attraverso una riduzione dei costi di produzione, attraverso un contenimento dei salari e una riduzione dei diritti e quindi del potere contrattuale del sindacato. Credo che questa sia una visione miope e inaccettabile, e questa è la questione vera della sfida che si è aperta. Naturalmente anche qui non la si vince soltanto difendendo, come pure si deve fare, un sistema di diritti, che noi dobbiamo difendere ma di cui non possiamo non vederne la limitatezza. L'opposizione ha infatti messo in campo la sua idea di allargamento di questi diritti, una nuova visione dei diritti del nuovo lavoro, quello non tutelato. Certamente questo resta un punto essenziale: diritti del lavoro, ammortizzatori sociali, ma questo segmento acquista valore se sta dentro una rinnovata idea della competitività  italiana fondata su un elevamento della qualità  del nostro sistema produttivo. Dovremmo cominciare dalla discussione sul Dpf a dare sostanza a un'idea delle relazioni sociali che punta sulla dignità  della persona perché insiste sulla qualità  del lavoro, su un'idea dello sviluppo del paese che punta al rilancio della scuola, dell'Università , della ricerca scientifica, dell'innovazione, sul sostegno all'ammodernamento delle imprese, compreso un processo di crescita dimensionale delle imprese italiane. Un discorso che sappia parlare ad un 'blocco sociale', poiché non si vince nel nome di una sola parte sociale. La questione di questi giorni è come si risponde al 'patto'. Non radicalizzando la divisione che si è creata, ma mettendo in campo una piattaforma che possa rappresentare il terreno per la costruzione di un blocco sociale che possa attirare anche una parte del mondo delle imprese. Un'opposizione riformista quale strategia alternativa mette in campo? Non pensando in termini di due diverse alternative politiche, poiché non si può dimenticare che esiste una diversità  di ruoli tra chi rappresenta una parte della società  per la sua funzione e chi, un partito politico, deve necessariamente lavorare alla costruzione di un blocco sociale. Il punto è che questa diversità  di ruoli non venga interpretato e non degeneri in un conflitto politico-ideologico, ma venga vissuta come una positiva divisione del lavoro nel quadro di una battaglia di opposizione che deve saper usare gli strumenti della lotta e quindi della forza, e allo stesso tempo saper usare gli strumenti non della trattativa, ma della proposta che è una condizione ineliminabile per l'esistenza di un'opposizione riformista. Infine si deve prendere in considerazione il rapporto tra competizione, società  aperta e sicurezza. Si tratta di una questione difficilissima da risolvere in modo teorico in cui si dovrebbero combinare i vantaggi del modello americano con i vantaggi del modello europeo. Vi è un grandissimo problema di ingegneria sociale. La nozione di sicurezza, prima ancora di quella di ordine pubblico, sociale, personale comporta la capacità  di costruire nuovi reti di sicurezza. Il principale fattore di sicurezza è il livello di cultura individuale perché esso determina la capacità  di apprendimento permanente, non solo è un fattore straordinario di forza professionale sul mercato del lavoro, ma serve a far mutare continuamente l'ottica con la quale si guarda alla mobilità ; è diverso infatti l'atteggiamento del lavoratore altamente qualificato da quello del lavoratore ormai cinquantenne che rischia l'emarginazione di fronte all'innovazione tecnologica e che sente la parola mobilità  come una minaccia alla sua sicurezza di vita. Le parole cambiano notevolmente di senso a seconda del livello di forza dell'individuo che è soprattutto legato al livello delle sue conoscenze. Anche l'integrazione sociale è un fattore di sicurezza serve per regolare l'immigrazione come problema di ordine pubblico. Siamo di fronte a un punto di civiltà  irrinunciabile della sinistra e ad un'esigenza di sicurezza che richiede una notevole capacità  di ingegneria sociale. D'altro canto il riformismo è ingegneria sociale, è sperimentazione, capacità  di intervenire nei processi sociali attraverso gli strumenti della politica, la sperimentazione, e anche l'errore. Occorre un'alleanza, che sia tra diverse forze sociali, per la modernizzazione dell'Italia. La sinistra tornerà  a vincere nel momento in cui anche parte del mondo dell'impresa capirà  che il paese è più forte e competitivo se si cerca la collaborazione con i lavoratori anziché ridurne i diritti. Il fatto che oggi non esista più una rappresentanza naturale del lavoro nel mercato politico, non significa che la sinistra non debba porsi il problema di rappresentare il lavoro, ma che questo problema va posto in modo nuovo e cioè come organizzazione di un'alleanza intorno ad un progetto, il che comporta il riconoscimento dell'autonomia dei corpi sociali che rappresentano questi interessi e che non sono i partiti. La nostra è una società  ricca di forze, di organizzazioni, movimenti sindacali e che sempre di più dobbiamo concepire come dialettica. I partiti rappresentano progetti di società , programmi che riguardano il futuro di un paese e non sono una 'nomenclatura delle classi'. Il problema vero è rappresentare il punto di vista del lavoro in un progetto di società , considerando che oggi il lavoro è attraversato da interessi anche contrastanti quindi non rappresentabili in modo uniforme. In conclusione l'antipolitica è nemica del riformismo; una cultura della cosiddetta intransigenza che considera l'avanzare proposte come un cedimento al nemico di classe è nemica delle riformismo ma è anche nemica di una qualsiasi possibilità  di rivincita e quindi di governo. Il riformismo deve anche difendere il metodo dell'elaborazione di proposte alternative, della sfida a chi governa da parte di chi, volendo tornare a governare, ha il dovere di dire ai cittadini che cosa farebbe se fosse al governo. Mantenere questo orizzonte è vitale per la sinistra italiana. Il pericolo maggiore che si è proposto all'indomani della sconfitta elettorale è stato quello di una regressione psicologica della sinistra verso il ritorno all'opposizione, inteso non come frutto avvelenato di una sconfitta. L'opposizione ovviamente va fatta ma va vissuta non come una disgrazia, né come l'occasione di una rigenerazione morale, né come la riscoperta di un'identità  autentica della sinistra, come se l'essere al governo fosse un'esperienza momentanea nella quale abbiamo tradito la nostra ragione d'essere. Il riformismo per sua natura è cultura di governo, tanto di più quando ci si trova all'opposizione perché comporta uno sforzo maggiore, fondamentale per tornare al governo.