| Amos Luzzatto - Relazione al seminario La riconciliazione oggi - Assisi 28.2.2002 |
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Mi permetto di fornire una interpretazione del titolo che, mi pare, chiamando in causa le fedi religiose assieme al pensiero laico, tende a trovare obiettivi di lavoro comuni e strumenti per realizzarli. Nel mondo presente, questi obiettivi parrebbero essere sostanzialmente due: più che la salvaguardia, il recupero della pace, perché temo che mai, neppure nei peggiori momenti della guerra fredda e della divisione del mondo in due blocchi contrapposti, ci siamo trovati a questi livelli di negazione della pace, a questa diffusione degli armamenti, al rischio di una conflittualità generalizzata e irrefrenabile. Qui ad Assisi abbiamo avuto da poco tempo un solenne e grandioso raduno di tutte le principali organizzazioni delle religioni, alla presenza di Giovanni Paolo II. Averli portati assieme in questa sede è stato un indubbio successo. Personalmente, sono stato molto meno entusiasta delle dichiarazioni di impegno, espresse in numerose lingue e con una certa solennità al termine della manifestazione. A leggerle attentamente, esse erano diverse non solo per la lingua ma anche, sfortunatamente, per i contenuti; mi limiterò, solo a titolo d'esempio, a citare coloro che condannavano il terrorismo a fronte di coloro che neppure lo menzionavano; e coloro che, invocando correttamente la giustizia per i paesi poveri ed oppressi, non ne precisavano né i contenuti né gli strumenti politici (e forse anche bellici?) per raggiungere lo scopo. Sono costretto a sottolineare che, parlando di religioni non possiamo trattarle in astratto, enunciandone solo i principi ideali, i testi sacri o le forme di ritualità e di preghiera. Quelle che chiamiamo "religioni" sono, se non sempre certo molto spesso, delle strutture organizzate che hanno responsabilità nelle società e molto frequentemente anche a livello statuale. Se prescindiamo da queste ultime caratteristiche (quanto piacerebbe anche a me parlare solo delle idee!) descriviamo entità che possono essere molto belle, ma inesistenti. E tuttavia mi pare che sia comune agli uomini di fede, di qualsiasi fede, ritenere che la causa ultima degli eventi terreni sia collocata all'esterno degli eventi stessi; per alcuni con uno spietato determinismo, per altri lasciando all'uomo la possibilità di scelta, dunque di assunzione delle proprie responsabilità ; è propria dell'Ebraismo l'idea che le azioni corrette degli uomini possano mitigare o annullare la severità dei decreti divini (li-dchot et roa' ha-gezerah). Questo piano di analisi e di invito ad agire va coltivato, perché, mentre sui principi assoluti è ben difficile e forse del tutto inutile trovare compromessi, sul terreno dell'azione ciò potrebbe essere possibile. I laici tendono a rivolgere la loro attenzione non sul solo presente, ma su un arco di tempo raggiungibile con gli strumenti della mente. Ma anche loro, in linea di massima, cercano risultati tangibili ed hanno attenzione per le strutture della società nella quale si riconoscono. La differenza fra loro e gli uomini di fede dovrebbe consistere nel fatto che i primi anteporrebbero i valori e gli interessi umani al valore delle idee e dei principi che dagli uomini derivano; i secondi farebbero l'inverso. Ma questo non assolutamente vero. I secoli delle ideologie ci hanno insegnato che si può morire e uccidere per la Patria, per "la causa", per l"'ideale". E, nel contempo, l'azione di uomini di fede che hanno scelto la via missionaria ha anteposto l'aiuto agli esseri umani a qualsiasi altro principio. Esiste, dunque, una fascia di sentire comune. Non so se è questo ciò che si chiama "riconciliazione", ma poco importa. Ciò che conta è che è nostro compito fare in modo che questa fascia possa allargarsi, anche perché gli eventi del presente parrebbero prefigurare esattamente la tendenza opposta, di divisione e di contrapposizione. Se è questo l'obiettivo cui puntare, è necessario da un lato dare voce ai religiosi e ai laici che lo condividono, attraverso la strutturazione di organi permanenti nei quali essi possano ritrovarsi e avanzare lungo l'opera comune che abbiamo indicato. Dall'altro lato, è urgente ritrovare una dimensione politica comune. Questo significa chiedere immediatamente ai Governi di investire: a) in programmi alimentari, ponendosi l'obiettivo e i tempi per una prima fase; b) in programmi educativi; c) in una grande campagna sanitaria; per far questo, impegnarsi da subito a finanziare l'esecuzione di questi tre punti mediante la riduzione del corrispondente onere delle spese per gli armamenti. Certo, non mi illudo che tale programma possa avere da subito risultati rilevabili. Ma lanciarlo sarebbe già una indicazione per porre una chiara scala di valori al centro dell'impegno comune. Il programma del convegno è disponibile qui. |










