Tommaso Nannicini - Intervento al convegno La sinistra e il futuro dell'Italia - Roma 19 marzo 2002 Stampa E-mail

Sfidando le assunzioni di base di quello che viene chiamato il "ciclo politico economico" (la teoria per cui le forze politiche di governo possono contare su una più alta probabilità  di vittoria se si presentano alla vigilia del voto con variabili economiche favorevoli), il centrosinistra del 2001 ha perso la sfida con il centrodestra. Nonostante che- durante l'arco temporale dei suoi governi- il numero degli occupati sia cresciuto di oltre un milione d'unità , con una discesa della disoccupazione dall'11,6% al 9,6%; nonostante che il risanamento della finanza pubblica (con l'indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni all'1,5% nel 2000 contro il 7,6% del 1995) abbia permesso di aderire all'Unione Monetaria Europea; nonostante che il numero delle imprese attive sia cresciuto del 33%; nonostante che il tasso d'interesse reale si sia dimezzato, da valori prossimi al 4% a valori vicini al 2%; nonostante che la pressione fiscale sia stata riportata al di sotto del livello pre-risanamento. Per spiegare una simile sconfitta, si è parlato di "riformismo senza popolo". Facendo intendere che l'azione di governo del centrosinistra- coerentemente riformista- non è stata sufficientemente spiegata agli italiani. Non è così, o non è solo così. Il riformismo senza popolo non è nato da un limite di comunicazione, ma da un preciso errore politico: il riformismo senza convinzione. Il nostro è stato un riformismo senza convinzione, perché apparentemente inconsapevole delle ragioni delle scelte compiute in termini di efficienza ed equità . I processi di modernizzazione del sistema economico che il centrosinistra ha avviato (dalla riforma previdenziale a quella del-l'assistenza sociale, dall'architettura del mercato finanziario all'introduzione di strumenti di flessibilità  nel mercato del lavoro) sono stati vissuti da molti come una ne-cessità  tattica, dettata dall'appartenenza all'UE o dall'esigenza di accreditamento presso settori sociali ritenuti ostili alla sinistra. Il nostro riformismo non si è basato su una scelta univoca di linea politica, su un dibattito trasparente rispetto alla nostra identità . Insomma, siamo apparsi (e spesso siamo stati) "riformisti per forza", per dirla con Nicola Rossi, piuttosto che riformisti per convinzione. Ed è in mezzo alle nostre in-certezze che si è inserito il centrodestra, facendo passare il messaggio paradossale che la sinistra italiana è portatrice di un'idea di intervento pubblico ostile allo sviluppo e al libero dispiegarsi delle energie imprenditoriali. E' da qui che dobbiamo ripartire: dalla costruzione di una cultura economica moderna e condivisa dalla maggioranza del nostro gruppo dirigente. E questo processo di rinnovamento politico-culturale non può che ruotare intorno a un'aggiornata teoria del ruolo economico dello Stato. Dobbiamo prendere definitivamente coscienza che il messaggio della sinistra durante il secolo socialdemocratico è diventato- per dirla con Giuliano Amato- "strutturalmente minoritario". Questo messaggio era la promes-sa rivolta alla maggioranza dei cittadini di fornirli della protezione dello Stato rispetto a esigenze essenziali (scuola, lavoro, salute, vecchiaia). Era un messaggio forte, che ha segnato la fortuna della sinistra (e del capitalismo occidentale) nel secolo che si è appena concluso. Ma ormai le nostre società  sono cresciute e al loro interno molti hanno iniziato ad avvertire un fastidio per i costi della protezione. Le stesse conquiste socialdemocratiche hanno creato quella che Galbraith ha chiamato la "cultura dell'appagamento", la convinzione della maggioranza dei cittadini di poter fare a meno dello Stato in molti settori della loro vita. Questo non significa che incertezze e rischi siano spariti; forse sono addirittura aumentati nell'economia della flessibilità . Ma nuovi rischi e nuove incertezze richiedono nuovi strumenti di tutela, non necessariamente riconducibili a forme tradizionali di intervento pubblico. Prendere atto del superamento della visione socialdemocratica dei compiti dello Stato, non significa trasferirsi armi e bagagli nel terreno del liberismo, ma cercare ter-reni e livelli diversi, individuando nuovi strumenti d'intervento nell'economia. Non dobbiamo essere intimiditi o impauriti dalla traversata del deserto richiesta da questa ricerca. Negli anni '50 e '60, di fronte alla politiche keynesiane della domanda e allo stato sociale universale, erano le forze conservatrici a essere sulla difensiva (e quando si trovavano al governo, si limitavano a gestire le conquiste socialdemocratiche). Oggi, il quadro è mutato e la lezione dei fatti pone difficili sfide alla sinistra. E' indub-bio che l'onere della prova spetti ormai ai socialisti e ai liberali interventisti: devono essere loro a dimostrare che- in determinate condizioni e utilizzando precisi strumenti d'intervento- lo Stato può aumentare il benessere sociale, integrando o correggendo il meccanismo di mercato. La prova opposta è già  stata data: si è visto come l'intervento pubblico (anche se giustificabile ex ante in termini di equità  o efficienza) possa creare effetti collaterali che finiscono per annullare l'iniziale vantaggio comparato dello Sta-to, sotto i colpi delle pressioni corporative, dell'inefficienza burocratica, dei disincentivi economici e dell'irresponsabilità  sociale. La teoria economica riconosce che in determinate situazioni il meccanismo con-correnziale non conduce all'allocazione ottimale delle risorse, a causa di fallimenti del mercato dovuti a esternalità , economie di scala o asimmetrie informative, oppure sulla base di motivazioni d'equità  ritenute impellenti dalla società . Da questo non di-scende, però, la semplice implicazione normativa che lo Stato debba sostituirsi o cor-reggere il mercato in tutti questi casi. Infatti, l'operatore pubblico potrebbe non essere in grado di superare i limiti informativi che rendono sotto-ottimale il mercato; oppure potrebbe essere afflitto da fallimenti dello Stato che ne annullano l'iniziale vantaggio comparato rispetto al mercato (come ci spiegano i recenti contributi della teoria delle scelte pubbliche). Esistono sia casi di fallimenti democratici (cioè di distorsioni crea-te motu proprio dal processo politico e dall'attività  di ricerca delle rendite delle cate-gorie socio-economiche), sia casi di fallimenti pubblici (cioè di effetti collaterali pro-dotti dall'intervento dello Stato). La tesi liberista che, sulla base dell'esperienza dei fallimenti dello Stato, l'intervento pubblico sia sempre negativo per il benessere so-ciale e che ogni sforzo redistributivo dia vita solo ad attività  di perseguimento delle rendite, deve essere contrastata. Ma può essere contrastata efficacemente soltanto da proposte che superino il test riformista dell'onere della prova, da politiche che non si limitino a giustificare l'intervento pubblico sulla base dell'esistenza dei fallimenti del mercato, ma si sforzino di mostrare come i fallimenti dello Stato possano essere con-tenuti. Altrimenti, il messaggio che è meglio lasciar fare agli animal spirits del settore privato sarà  sempre più convincente. Come è accaduto nell'Italia del 2001. Si tratta di rispondere con strumenti aggiornati all'invito lanciato da Keynes: "La transizione dall'anarchia economica a un regime che tenda coscientemente al control-lo e alla direzione delle forze economiche nell'interesse della giustizia e della stabilità  sociale, presenterà  difficoltà  enormi, sia tecniche sia politiche. Avanzo, tuttavia, l'ipo-tesi che il vero destino del nuovo liberalismo consista nel ricercarne la soluzione". Ci aspettano- oggi più di ieri- difficoltà  enormi, sia tecniche sia politiche. E come sini-stra di governo dobbiamo avvertire in pieno la responsabilità  dell'onere della prova rispetto alla loro soluzione. Ma si tratta ancora oggi del compito prioritario del libera-lismo interventista e socialista: correggere i fallimenti del mercato, attraverso stru-menti d'intervento che si sforzino di minimizzare i fallimenti dello Stato. Parliamo di mercato del lavoro. E' giusto contrastare il disegno del governo che toglie i diritti a chi li ha senza riconoscerne di nuovi a chi non li ha, e che introduce una proliferazione immotivata degli strumenti contrattuali atipici, con l'effetto di esa-sperare gli effetti negativi della "flessibilità  al margine", in cui tutti i costi della fles-sibilità  necessaria per la competitività  delle imprese ricadono su una fascia di lavora-tori deboli, meno attrezzati a competere sul mercato. Ma per opporsi efficacemente a questo disegno dobbiamo offrirne uno alternativo, che unifichi anziché dividere il mondo del lavoro e che giustifichi le ragioni di un nuovo protagonismo pubblico nel mercato del lavoro. Gli ingredienti di un progetto riformista di questo tipo- lo ha ri-cordato bene Romano Benini nel suo intervento- dovrebbero essere tre: uno "Statuto dei Lavori" che garantisca una rete minima di diritti per tutti; un insieme di politiche che mirino a far funzionare concretamente gli strumenti di tutela nel mercato (garan-tendo i diritti all'informazione, alla formazione mirata e permanente, alla mobilità ); una riforma del sistema degli ammortizzatori sociali che abbracci anche i giovani dei nuovi lavori, attraverso un'attenta combinazione di contribuzione e tassazione. Certo, trovandosi all'opposizione dopo che si è stati da poco al governo, non è facile con-frontarsi credibilmente con l'onere della prova. Possiamo anche provare a convincere i giovane con contratto atipico o in cerca d'occupazione che il proposito del centrode-stra di rimuovere i diritti degli insiders senza preoccuparsi minimamente di loro, de-gli outsiders, non li aiuta affatto. E che servirebbe un progetto più ampio. Il rischio, però, è quello di sentirsi rispondere che, dopo cinque anni di governo del centrosinsi-tra, se si recano in un Centro per l'Impiego per cercare quella tutela nel mercato di cui parliamo, non ricevono un servizio adeguato, a meno che non abbiano la fortuna di vivere in una delle isole felici del collocamento fotografate dall'ultimo rapporto ISFOL. Ecco che l'onere della prova, paradossalmente, è ancora più decisivo dall'opposizione. Non può essere la sola protesta- il semplice dire "no" alle proposte del centrodestra- a rendere credibile il nostro messaggio politico. E questo vale anche per altri argomenti, oltre al lavoro, che richiedono un ripen-samento degli strumenti d'intervento pubblico. In tema di globalizzazione, dobbiamo convincerci che la Tobin Tax non supera il test riformista dell'onere della prova, perché non è chiaro come definirne la base imponibile, non è facile quantificarne gli effetti distorsivi, ed è praticamente impossibile raggiungere il livello di coordinamento politico tra Stati che sarebbe necessario per la sua implementazione. Quindi, piuttosto che affezionarci a questa bandiera ideologica, dovremmo sforzarci di individuare le linee di una strategia di sviluppo che alla liberalizzazione del commercio internazionale sappia affiancare altri obiettivi, come l'incremento del capitale umano dei paesi poveri (sull'esempio della proposta di Gordon Brown per un nuovo "Piano Marshall" verso il Terzo Mondo, in linea con gli obiettivi della Millennium Declaration dell'ONU). In tema di sviluppo imprenditoriale del Mezzogiorno, va bene lanciare il messaggio della "nuova programmazione", ma- per esempio- dobbiamo interrogarci su come fare affinché uno strumento di autogoverno e di promozione delle classi dirigenti locali come i patti territoriali non si traduca- come rileva ancora Nicola Rossi in "Riformisti per forza"- nell'ennesima occasione per la creazione di un nuovo livello burocratico, all'interno del quale "settore pubblico e settore privato fanno a gara per difendere o conquistare posizioni di rendita". Lavoro, globalizzazione, Mezzogiorno: è intorno a questi temi e all'acquisizione di una cultura economica capace di elaborare politiche pubbliche che superino il test riformista dell'onere della prova, che si misurerà  la capacità  della sinistra di parlare all'Italia del 2002, con l'ambizione di rappresentare e governare l'Italia del 2006.