Una riflessione sulle linee di un'azione della sinistra sul terreno dell'economia e dell'impresa non è né facile né a portata di mano. Molte sono le ragioni di questa situazione. Su tutte, spicca la scarsissima 'presa' di questi temi nell'agenda delle discussioni che hanno fatto seguito alla sconfitta elettorale del 13 maggio, e in particolare di quelle che hanno coinvolto le diverse 'anime' dei democratici di sinistra nel corso dell'estenuante discussione congressuale di questo partito. La constatazione si estende all'anima che è risultata nominalmente vincitrice del congresso dei DS, benché per tradizione essa fosse certamente, culturalmente e politicamente, attrezzata al riguardo. Situazione che è a sua volta in gran parte riconducibile al paradosso per cui, a fronte di una notevole sensibilità e apertura di molti policy makers della sinistra alle 'ragioni' dell'impresa e del capitale, certamente ben maggiore di quella di gran parte della destra soidisant di governo, si accompagna la bassissima popolarità della riflessione su questi temi nel 'sentiment' della sinistra italiana, ivi compresa la gran parte dei suoi 'quadri' dirigenti, per non parlare dei 'militanti'. Questa materia viene infatti per lo più ritenuta nel suo insieme, nella migliore delle ipotesi, una 'koine' tecnocratica delegabile a uffici studi amici oppure, nella sua versione apparentemente politicista, ma in realtà frutto di scarsa consapevolezza strategica,'merce di scambio' nella ricerca di equilibri di consenso con le constituencies economiche e di impresa ('i poteri forti'), su tutte Confindustria. La lettura delle mozioni congressuali dei DS, di per sé esercizio intellettuale non dei più gratificanti, è ahimè assai avara di indicazioni sui temi dei quali mi è stato chiesto oggi di occuparmi, quasi che il ruolo dell'impresa nello sviluppo del sistema economico del Paese, e l'incidenza di questa questione sugli orientamenti degli elettori, siano del tutto trascurabili e marginali. Eppure, uno dei meriti del programma dell'Ulivo del 1995 è stato, tra l'altro, a mio parere, proprio quello di aver affermato con forza e convinzione l'esigenza che l'azione di governo dovesse porre al centro dei suoi obiettivi quello 'di far crescere il mercato', rompendo con una tradizione della sinistra del tutto insensibile- e addirittura ostile- a questa esigenza. D'altro canto, proprio sul terreno delle ragioni dello sviluppo dell'impresa e della crescita del mercato dei capitali i governi dell'Ulivo e del centro-sinistra hanno dato la miglior prova di sé. Si pensi alla vicenda, per certi aspetti rivoluzionaria, della privatizzazione di gran parte dell'apparato finanziario-bancario e industriale pubblico italiano, nonché a quella della liberalizzazione di taluni servizi di pubblica utilità (tlc e energia elettrica). Si tratta inoltre di governi che hanno fornito un alto esempio di dedizione e professionalità nella 'gestione' della presenza pubblica nelle attività economiche: si pensi all'eccellente conduzione della direzione generale del Tesoro da parte di Mario Draghi e al fondamentale contributo del Comitato per le privatizzazioni nel relativo processo, ma anche, perché non dirlo, ad alcune scelte relative al management di molte imprese pubbliche di questi governi che sono state fatte da : è il caso delle Poste Italiane, con Passera, dell' Enel, con Tatò, delle stesse Ferrovie dello Stato, con Cimoli. Non siamo certo sicuri che, neppure su questo terreno, l'attuale Governo sarà capace di fare meglio dei precedenti. Ma anche la gestione più propriamente politica del Tesoro da parte dei governi di centro-sinistra non è stata da meno. Basti pensare al validissimo contributo di numerosi sottosegretari, da Cavazzuti a Pinza, per citare coloro che si sono occupati dei temi dell'economia e della finanza privata, ai processi di dismissione delle imprese pubbliche. Assai importante è stato poi il contributo di molti parlamentari della sinistra, da Lanfranco Turci a Mauro Agostini, a Ferdinando Targetti, a Salvatore Biasco e ad altri ancora, nella realizzazione di un imponente programma di interventi normativi nel settore delle imprese e del mercato dei capitali. Molto è stato fatto sul terreno legislativo nella materia della quale mi occupo oggi, per esempio,con la legge Draghi, che tra le tante cose ha tra l'altro decretato la privatizzazione dei mercati borsistici e ha dato il via ad una intensa amministrativizzazione della disciplina relativa ai mercati finanziari, agli intermediari e agli emittenti; la stessa legge di riforma del diritto societario che è in fase di elaborazione da parte della Commissione Vietti, nella sua parte non inquinata dalle vicende processuali del Presidente del Consiglio, è in gran parte frutto dell'azione dei Governi dell'Ulivo. Un significativo apporto allo sviluppo del sistema economico-finanziario, benché di più controversa efficacia, è venuto dal legislatore tributario, anche con interventi finalmente rivolti all'efficienza dell'Amministrazione finanziaria. Le attività economiche e finanziarie, del resto, hanno indubbiamente beneficiato dell'azione di governo. La security industry, per esempio, ha tratto vantaggio dalla crescita della finanza italiana che, come dimostrano i dati che ha di recente commentato Pierluigi Ciocca, si è verificata negli anni novanta anche grazie alla imponente opera di regolamentazione della materia che si è verificata in questo periodo. Nonostante questo innegabile impegno, è tuttavia un fatto, confermato anche da recentissime indagini (si v. per esempio da ultimo il saggio del responsabile del servizio studi della Banca d'Italia L.F.SIGNORINI, L'economia italiana: un'introduzione, in Il caso italiano 2, a cura di T.Padoa Schioppa e S.R.Graubard, Garzanti, 2001), che il sistema economico italiano nel suo insieme, in particolare il suo comparto industriale, non abbiano tratto grande giovamento in termini di sviluppo e di crescita dall'azione di governo degli anni novanta. D'altro canto, è diffusa la sensazione, anzi la convinzione, che trova peraltro riscontro in recenti e accurate ricerche elettorali e demoscopiche, che il 'mondo' delle imprese, e in particolare quello assai dinamico delle piccole e medie imprese, non soltanto del Nord del Paese, non abbia riconosciuto gli sforzi fatti dal centro-sinistra sul terreno dello sviluppo e della crescita delle imprese e dell'economia e anzi sia stato, e sia, fortemente critico verso quell'esperienza, al punto da aver massicciamente preferito far credito ad una nuova maggioranza politica. 2. La sinistra deve dunque partire da questa duplice constatazione e interrogarsi, da forza responsabile di opposizione, su quali basi è possibile affrontare il tema dello sviluppo del sistema economico e industriale italiano e, per questa via, ricercare il consenso di una parte significativa del Paese. E' mia convinzione che questa prospettiva di analisi richieda una riflessione non episodica né affrettata e, soprattutto, che rifugga dall'illusione di soluzioni rassicuranti e a portata di mano. Un radicale cambiamento di analisi e di prospettiva di azione della politica si impone oggi alla sinistra, se vuole competere con la destra dei condoni e degli scudi fiscali, dispensatrice di messaggi di destabilizzante e spesso cialtrona deregulation selvaggia, nell'allargamento della propria audience elettorale e di consenso. Il primo, ma fondamentale, passaggio- sul quale vorrei oggi concentrare l'attenzione- di questo cambiamento investe in pieno la necessità di porre radicalmente in discussione l'idea stessa che i mutamenti nel sistema economico e industriale, e in particolare la sua crescita, richiedano una massiccia azione di governo. Parimenti da abbandonare è la diffusa ma fallace convinzione che le ragioni della mancanza di consenso della sinistra presso i ceti sociali più dinamici siano imputabili ad un deficit di questa azione. A mio parere, è invece vero il contrario. In sintesi, la necessità dei soggetti economici è oggi non già quella di più politica bensì di meno azione da parte del Principe, nelle sua ramificate e tentacolari articolazioni, statali e territoriali, legislative e regolamentari, anche rispetto a quanta ne ha 'prodotta' la stagione dell'Ulivo. Di meno regole e per quanto possibile meno complicate, inutili e irrazionali, ma efficaci e giustificate economicamente; di meno vessazioni amministrative e giudiziarie, e invece di scrupoloso e indipendente esercizio della relativa discrezionalità . Di controlli e obblighi, ma funzionali a restituire efficienza e flessibilità alle attività di impresa. Di minore incidenza della variabile politica nei processi di ristrutturazione del sistema industriale e finanziario. In una parola, di meno incertezza esogena all'attività economica. 3. Oggi l'attività delle imprese è afflitta e addirittura vessata da una regolamentazione torrentizia, disordinata, per lo più di cattiva confezione tecnica, della più disparata provenienza: legislazione europea, convenzioni internazionali, atti del Governo, del Parlamento e degli enti territoriali dei Ministeri; regolamenti e raccomandazioni di Autorità amministrative, e molto altro ancora. Le competenze nella produzione regolamentare si sovrappongono e accavallano, spesso soltanto per la difesa del Lebensraum di ciascun ente o autorità (si pensi alla intricata rete di interconnessioni che vi sono tra Banca d'Italia, Consob, Covip, ISVAP, Autorità Garante della Concorrenza etc,). Nuovi obblighi e vincoli vengono introdotti quasi ogni giorno: ultimi quelli che nascono dalla disciplina della responsabilità penale delle persone giuridiche che impone alle imprese, anche piccole, di dotarsi di complicati sistemi di controllo interno. Le imprese quotate in Borsa devono mantenere legioni di dipendenti e consulenti per la 'compliance' alla miriade di ukase che gravano sull'operatività aziendale. L'imprese sono esposte a una continua e crescente incertezza giudiziaria, sotto il tiro e il rischio di azioni e decisioni spesso prive di qualsiasi razionalità economica e financo etica. Sollecitata da un ceto professionale, e in specie forense, ormai palesemente privo di alcuna inibizione deontologica, e incline a patrocinare senza scrupolo le azioni anche più meschine e pretestuose pur di campare la vita, spesso la magistratura- anche quando non risulta preda di narcisistico protagonismo- agisce animata da una nobile ma malintesa volontà indennitaria, il più delle volte esemplare ma non 'educativa'. Sovente la Corte ignora o comunque disconosce l'idea stessa del rischio di impresa e di investimento, ponendo a carico dei gestori delle attività economiche veri e proprio oneri sociali impropri, laddove tutela senza razionalità economica creditori malaccorti ovvero in mala fede o risparmiatori tutt'altro che sprovveduti e afflitti dal need of protection della tradizione americana. Esemplare è la giurisprudenza fallimentare relativa ai rapporti tra banche e 'fallito' nonché quella in materia di intermediazione finanziaria, laddove riconosce a investimenti per loro natura esposti all'alea 'capitalistica' il diritto al completo rimborso anche nel caso in cui la perdita di questi investimenti non sia esclusivamente riconducibile alla responsabilità dell'intermediario! La giustizia d'impresa è inoltre per lo più cieca e all'ingrosso, colpendo -nei rari casi in cui lo fa- allo stesso modo i veri gestori del business e gli amministratori o i dirigenti privi di alcun potere, sulla base del grossolano assunto che lorsignori 'non potevano non sapere'!. Le sanzioni calano improvvise come una mannaia, anche solo per il fatto, per citare un esempio, di aver svolto attività di sindaco in una società di capitali per poche settimane prima del suo crack, troncando o comunque compromettendo carriere e dignità professionali. Le Autorità di controllo e regolazione rivendicano spazi di intervento pervasivo crescenti, spesso con il pur legittimo esercizio della sola moral suasion, magari protetta da uffici vitalizi, la quale tuttavia, nella sua declinazione italiana assume talvolta veste di diktat inappellabile dal sapore vagamente ricattatorio. In alcuni casi, nuovi obblighi e nuove responsabilità , privi di un esplicito fondamento normativo o regolamentare, sono semplicemente il frutto delle impuntature di solerti dirigenti e funzionari, non sempre, peraltro di inappuntabile professionalità e moralità individuale. 4. Ma, nonostante tutto il profluvio, anzi il diluvio!, di regole e requirement, il quadro del sistema industriale e finanziario italiano, benché confuso, è tutt'altro che eccellente, per citare la nota immagine delle Guardie Rosse, ed è ben lungi dal favorire e incoraggiare la crescita e lo sviluppo del nostro Paese. La corporate malpratice dilaga a ogni livello, anche nelle società più importanti e blasonate, benché il fenomeno sia tutt'altro che limitato alla dimensione nazionale (il caso Enron sta a ricordarcelo), senza effettiva prevenzione né efficace repressione, scoraggiando l'afflusso e l'allocazione del pur abbondantissimo risparmio privato, non solo italiano, che è disposto a investire nel nostro Paese. Conflitti di interesse, appropriazioni indebite in ogni segmento delle attività economiche, collusioni addirittura malavitose all'interno delle imprese, 'estrazioni' di benefici privati del controllo (una sol cosa le 'tasche' dell'imprenditore e dell'impresa, incasso di stock option astronomiche a fronte di risultati negativi dell'impresa), mancanza di separazione tra proprietà e controllo, con manager costretti quotidianamente a chinare il capo di fronte alle 'superiori' esigenza della proprietà -che non sempre coincidono con quelle dell'impresa-, sono all'ordine del giorno. Diffusissime le pratiche di insider trading e di manipolazione del mercato, spesso condotte con specifica professionalità e la complicità di intermediari e consulenti, e di fatto mai punite dall'Autorità Giudiziaria, impotente al riguardo. Elusioni di leggi (peraltro per lo più legittime sotto il profilo tecnico-giuridico) alla luce del sole e anzi rivendicate con fiero orgoglio, comportamenti border- line nelle operazioni di finanza straordinaria. Esemplare è la materia tributaria, ove non c'è ormai operazione di merger & acquisition che non venga regolata in Lussemburgo, in Svizzera o nelle Antille Olandesi. Pressochè tutte le imprese italiane hanno la testa fuori d'Italia, con holding nei paradisi fiscali. Scarsa professionalità e deontologia da parte di 'operatori', ad esempio intermediari, consulenti e esperti valutatori, talvolta spinti a patrocinare e condurre operazioni industriali e finanziarie dalla sola aggressività commerciale e dal desiderio di lucro a buon mercato: si pensi a molti IPO del Nuovo Mercato. Mancanza di indipendenza di analisti finanziari e sostanziale asservimento della stampa specializzata, in cronico deficit di professionalità , alle diverse constituency di potere e di interessi 'forti'. Burocratica adesione ai codici aziendali e di impresa di best pratice, come il codice Preda per le imprese quotate, e timido sviluppo dell'autonomia statutaria. Modestissima tutela del credito non professionale, ancor più ridotta protezione del risparmio e del consumo, specie se inesperto. Scarse opportunità di 'mobilità ' per lo svolgimento, anzi l'inizio, di molte attività economiche e professionali. E l'elenco potrebbe continuare. 5. Che fare, dunque? In poche battute, per la sinistra si impone una vera e propria rivoluzione culturale e di prospettiva, innanzi tutto culturale. Benché alla sinistra non possa certo rimproverarsi la mancata accettazione dei 'valori' dell'economia di mercato, essa deve infatti abbandonare l'idea, assai radicata, che la crescita e lo sviluppo richiedano una nuova stagione di regolamentazione e accettare la diversa -ma obbligata - prospettiva secondo cui la politica è tenuta a fare più di un passo indietro. La sinistra deve convincersi, oltre che del fatto che lo spazio di azione sul terreno dell'economia e della finanza dei policy maker nazionali è sempre più angusto, stretto come è tra la fedeltà agli obblighi europei e internazionali, la potestà normativa di enti locali, i poteri di regolamentazione di enti e autorità , e financo di associazioni di categoria, vincoli tecnologici etc. (si pensi alla integrazione tra le Borse europee), del fondamento dell'osservazione che per far crescere l'impresa, e con essa il sistema economico e industriale, occorre necessariamente abbandonare illusioni dirigistiche e pervasive. Queste ultime, del resto, avrebbero ben poco spazio di 'sfogo', dopo il vero e proprio ingolfamento regolamentare del decennio che è trascorso. La politica deve invece adoperarsi affinché venga creato e alimentato, oltre che, beninteso, un 'sistema-Paese' adeguato (in temi di istruzione e formazione, Pubblica Amministrazione e pubblici servizi, infrastrutture etc), un ambiente istituzionale e regolamentare adatto. Questo 'ambiente' deve consentire alle attività economiche- e ai loro promotori e titolari- di sprigionare le energie necessarie- la abusata immagine schumpeteriana degli animal spirit- perché ciascun soggetto economico, secondo le proprie capacità , aspirazioni e interessi, e nel rispetto di un quadro di regole per quanto possibile self-explanatory e razionali, possa giocare le proprie carte sul terreno della crescita e dello sviluppo. E in questo contesto, esso dovrà venir lasciato libero di scegliere la dimensione del proprio business, decidendo magari di restare 'piccolo' e di non crescere. Una siffatta azione non deve, se non in taluni casi, nei quali è pur lecito ipotizzare interventi mirati e circoscritti, tradursi in opzioni politico-legislativa dirette ma risolversi soprattutto in azione di indirizzo, di 'proselitismo' e di diffusione di una nuova Kultur, nell'accezione thomasmanniana del termine, la quale incoraggi naturalmente lo sviluppo delle attività economiche e d'impresa. La sinistra deve dunque porre al centro della propria riflessione e azione, sin da subito, anche da forza di opposizione, alcune issue radicalmente nuove, che devono divenire vere e proprie parole d'ordine, moderno e consapevole agit-prop.Essa è insomma chiamata alla sfida di promuovere valori e obiettivi diversi da quelli della propria tradizione, e al contempo alternativi- radicalmente alternativi- rispetto a quelli della destra di governo. A mò di semplice elenco, ecco un inventario di queste issue, che è deliberatamente provvisorio e incompleto. Ci sarà tempo per approfondire e sviscerare le diverse implicazioni delle varie tematiche. La sinistra riformista, a mio parere, dovrebbe: (i) favorire e incoraggiare il cambiamento nei comportamenti dell'homo oeconomicus, diffondendo la cultura della responsabilità individuale e dell'etica degli affari, in risposta a quella della compliance obbligata, e dunque fatalmente elusiva, rispetto a prescrizioni e disposizioni spesso soltanto vessatorie e punitive. Per un sistema di controlli e di sanzioni che tenga conto del rischio di impresa- e anzi lo incoraggi- e degli effettivi ruoli e responsabilità dei soggetti che svolgono attività economiche e di impresa. Per lo sviluppo della best pratice che venga affidato, per quanto possibile, a codici di autoregolamentazione e di adesione convinta ma spontanea, anziché a regole e sanzioni. Per la diffusione di meccanismi di censura reputazionali e non esclusivamente repressivi. (ii) premiare il merito e le capacità individuali, garantendo parità di accesso e promozione professionale meritocratica e non di casta o corporazione, ripensando il sistema universitario e il valore legale del 'titolo' e la disciplina delle attività professionali. (iii) diffondere i valori e la cultura dell'investimento e del consumo, operando affinché investitori e consumatori siano informati e tutelati ma anche consapevoli circa i rischi e le incertezze che sono connessi intimamente alle decisioni di allocazione e impiego del risparmio. (iv) favorire lo sviluppo della managerialità e di una 'classe' di autorevoli e indipendenti gestori di business, come essenziale volano della crescita delle imprese, specie nelle imprese e negli enti pubblici, intervenendo, innanzi tutto, sul terreno della formazione e dei meccanismi di recruiting del personale delle Autorità amministrative e giudiziarie chiamate a regolare e dirigere questioni in materia economica e di attività di impresa. (v) delimitare e circoscrivere la residua ingerenza della politica nella gestione delle partecipazioni pubbliche in imprese private, preservando la funzione tecnica del Ministero dell'Economia, e proseguendo nell'opera di privatizzazione e liberalizzazione, specie dei servizi pubblici locali. (vi) ridefinire l'ambito, come dice Giuliano Amato, di 'effettiva sussidiarietà ' delle Autorità amministrative e giudiziarie, ripensando i meccanismi di reclutamento e di aggiornamento professionale dei rispettivi componenti e appartenenti nonché il funzionamento della giustizia di impresa. 6.Come si può constatare, il programma è ampio e ambizioso e, come si diceva una volta, di vasto respiro. Non so se con questo programma la coalizione di centrosinistra vincerebbe le prossime elezioni politiche e, soprattutto, otterrebbe la benevola benedizione dei vari Antonio Di Pietro e Fausto Bertinotti, nonché quella dei 'guru' del correntone, nella loro veste di destinatari del monopolio della ortodossia anticapitalista; certamente, se la sinistra lo applicasse anche solo in parte, e con convinzione, essa acquisterebbe un merito storico verso le generazioni che verranno in Italia, e scusate se è poco.
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