Demetrio Neri - Intervento al seminario bioetico "Dialogo sulla vita umana" PDF Stampa E-mail

Demetrio Neri
Università di Messina
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Intervento al seminario bioetico "Dialogo sulla vita umana"
Assisi 29 gennaio 2003


"La rivoluzione biologica e i compiti dell’etica
Contro Habermas"


Si dice spesso, ed è sostanzialmente vero, che a noi è stato dato in sorte di vivere nell’epoca della rivoluzione biologica. Come è accaduto per tutte le rivoluzioni, anche questa non poteva non destare, accanto agli entusiasmi, anche sconcerto, inquietudine, timori: sentimenti e reazioni che d’altronde hanno sempre accompagnato l’umanità quando si è trovata, praticamente da sempre, di fronte a cambiamenti epocali nella vita associata. Tutto sommato, nonostante i soliti profeti di sventura che di epoca in epoca si sono scagliati contro tutte le innovazioni, finora l’umanità se l’è cavata bene nel governare il cambiamento e questo è un mondo in cui, pur con tutti gli squilibri e i problemi che conosciamo, si vive meglio che nel passato. Io confido che ce la caveremo anche con la rivoluzione biologica in atto, anche se indubbiamente, il livello del cambiamento è qualitativamente diverso rispetto al passato: come ha osservato uno studioso già nei primi anni ’80, la specie umana è stata finora una specie che si è evoluta modificando il proprio ambiente di vita; ora ci troviamo a decidere se vogliamo diventare una specie che si autocrea: questa è la natura della transizione in atto. Come è evidente, il cambiamento è radicale e pone problemi inediti: l’enorme quantità di conoscenze che, in modo rapidissimo e quindi difficilmente metabolizzabile, la ricerca biologica ha accumulato, stanno cambiando profondamente, ad esempio, le nostre concezioni della salute e della malattia e quindi, inevitabilmente, di cosa sia vita e infine (vado per colpi d’accetta) di cosa sia l’essere umano. Ma in quale direzione ci stiamo muovendo? Qualcuno dice: nella direzione sbagliata, quella di una sorta di “genetizzazione della vita” che sembra favorire una visione deterministica e riduzionistica dell’umanità, risultato – un po’ paradossale – dei successi ottenuti dal modello analitico e riduzionistico del programma di ricerca perseguito dalla biologia molecolare. L’idea è che i geni possano diventare così importanti nella nostra vita da produrre un impoverimento delle sue dimensioni culturali e spirituali, un impoverimento che nell’antico dibattito natura/cultura tornerebbe a far prevalere la natura, con tutte le conseguenze che ciò comporterebbe e che abbiamo conosciuto, ad esempio nei primi trenta o quaranta anni del secolo scorso, ma sulle quali non ho tempo di trattenermi. Ciò che è curioso è che il vecchio riduzionismo genetico, stile anni ’30, quando peraltro nessuno sapeva come è fatto un gene, sembra ritornare, proprio in un momento in cui se c’è una cosa su cui gli scienziati sono d’accordo ( e tutti ripetono, con sollievo, per dimenticarsene subito dopo) è che il riduzionismo genetico è scientificamente sbagliato e quindi sono sbagliati tutti gli scenari che comportano il riduzionismo genetico. Eppure, dicevo, stiamo assistendo a un ritorno di questo riduzionismo che ha assunto la forma di una vera e propria mistica del gene, una sorta di nuovo “essenzialismo” a base genetica nel quale il gene diventa addirittura l’equivalente dell’anima. E non poteva ovviamente mancare, per questa via, la sacralizzazione del genoma, con i suoi inevitabili corollari di inviolabilità e indisponibilità, da assicurare e proteggere per via giuridica, come, da ultimo, ha proposto Jurgen Habermas in un libro che, sebbene Habermas stesso ne parli come di un “tentativo, nel senso letterale del termine”, probabilmente avrà un gran peso nel dibattito dei prossimi mesi. Vorrei qui esporre alcune provvisorie osservazioni in proposito.

a) Habermas scrive (p.45) che “ciò che costituisce un problema non è ovviamente l’ingegneria genetica, ma la modalità e lo spettro delle sue applicazioni”. Questo è giusto e per tutto il libro Habermas va alla ricerca della possibilità di salvare certe applicazioni dell’IG., quelle riconducibili dentro il rapporto clinico-terapeutico, con tutte le difficoltà ben note a chi si occupa di bioetica. E’ un intento umanamente apprezzabilissimo, che Habermas costruisce anche come critica alla genetica liberale (From chance to choice) incapace di fare distinzioni, a dire di Habermas. Il fatto è però che gli argomenti che egli mette in campo contro i pericoli della genetica liberale sono argomenti contro l’ingegneria genetica tout court, che non consentono di fare distinzioni tra questa o quella applicazione e alla fine Habermas stesso ci rinuncia. Cosicché la conclusione è drastica, ancorché non molto nuova: smettiamola di pasticciare con genoma umano, anzi col genoma di tutti gli esseri viventi e quindi chiudiamo i laboratori di biologia molecolare. Come da tempo aveva chiesto Hans Jonas e, se non ricordo male, almeno nei primi anni ’90, anche Giuliano Pontara.

b) Ma perché dovremmo fare una cosa di questo genere? Perché, scrive Habermas, l’IG tocca direttamente i presupposti del giudizio e dell’agire morale: “Possiamo considerare l’autotrasformazione genetica della specie come un mezzo per accrescere l’autonomia individuale, oppure questa strada metterà a repentaglio l’autocomprensione normativa di persone che conducono la loro vita portandosi mutuo ed eguale rispetto? “(p. 31). Al già lungo elenco di ciò che l’ingegneria genetica mette a repentaglio (classico argomento dei conservatori di ogni epoca: Otto Hirschmann), Habermas aggiunge l’autocomprensione etica di soggetti capaci di azione e linguaggio, liberi e uguali, la nostra stessa forma di vita, insomma. Ecco perché, secondo Habermas, bisogna rendere giuridicamente indisponibile la base stessa dell’etica di genere, che Habermas individua nella datità naturale della dotazione organica. Noi possiamo continuare a pensarci come persone libere ed uguali solo se viene assicurata l’intangibilità della casualità della nascita che, par di capire, trova il suo suggello nel casuale mescolarsi dei geni al momento della fecondazione. Io non so se ho capito bene, ma devo dire che non sono per niente sicuro che la nostra autocomprensione etica di genere, di persone libere ed eguali, sia così strettamente correlata (non vorrei dire fondata, sarebbe un errore logico) alla datità naturale della dotazione organica. Ripercorrendo mentalmente i processi storico-culturali di formazione della nostra forma di vita non trovo grandi tracce di questo nesso, in specie quando la datità naturale si concretizza in un fenomeno biologico scoperto solo negli ultimi anni dell’Ottocento. Inoltre, e già da molto prima che questo fenomeno venisse scoperto, non abbiamo fatto altro che lottare (vittoriosamente, almeno nelle civiltà occidentali) contro il peso della datità naturale, riconoscendoci liberi ed eguali non sulla base, ma contro tutte le datità naturali che, di volta in volta venivano evocate: la datità del sesso, della razza, dell’orientamento sessuale e così via. Come ha scritto Sartori, l’eguaglianza è il concetto politico più innaturale che esista. Non capisco bene, quindi, cosa ci sia di pregevole nella datità casuale della nascita, tanto da farne (a parte la legge di Hume) il valore fondante della nostra forma di vita.

Inoltre, se è vero –come è vero – che l’IG ha tolto l’indisponibilità della datità naturale, dei fondamenti organico- naturali dell’etica di genere, che senso ha appellarsi alla legge perché ripristini un fatto che non esiste più? E come, poi? Chiudendo appunto questo campo di ricerca e ordinando agli scienziati di non sapere e di non fare ciò che sanno e fanno da almeno venti anni? Si badi che Habermas non sta chiedendo che l’IG venga sottoposta a controllo sociale, venga plasmata e governata per i fini che la società vuol porsi. Chiede che sia tolta di mezzo per legge e a me questo sembra il massimo dell’astensionismo filosofico, una sorta di dixi et salvavi animam meam che può forse essere gratificante e consolatorio sul piano della coscienza individuale, ma che è assolutamente sterile e inattuale in ordine all’esigenza e alla necessità di governare il cambiamento in atto. Qui si apre un grande spazio di riflessione per una filosofia non astensionista, che sia capace di offrire risposte anche umanamente accettabili. Infatti – e concludo con un po’ di retorica – siamo proprio sicuri che sia bene sacrificare sull’altare dell’etica di genere le persone reali che domani nasceranno con difetti genetici che procurano sofferenza e morte precoce? Per quanto mi riguarda, no grazie, non si accettano sacrifici umani.