Maurizio Mori - Intervento al seminario bioetico "Dialogo sulla vita umana" PDF Stampa E-mail

Maurizio Mori
Consulta di Bioetica
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Intervento al seminario bioetico "Dialogo sulla vita umana"
Assisi 29 gennaio 2003

Il riconoscimento del pluralismo etico è il presupposto irrinunciabile di una società civile

I limiti di tempo per questo breve intervento non mi consentiranno di argomentare le tesi che verrò proponendo come avrei voluto. Me ne scuso, ma spero di avere credito del fatto che lo saprei fare ove avessi più spazio. Per vedere il tipo di dialogo che si può fare sulla vita umana oggi, credo sia opportuno iniziare cercando di capire dove ci troviamo, cioè vedere il terreno di gioco su cui ci troviamo ad operare. Solo avendo chiaro quali sono le coordinate del contesto generale in cui la "vita umana" diventa problematica, potremo stabilire quale sia la forma di dialogo più proficua tra le diverse posizioni al riguardo. Nel momento in cui ci poniamo in questa prospettiva dobbiamo riconoscere un aspetto che è stato spesso evocato in questo incontro, ma che credo debba essere tematizzato con maggiore cura. Oggi siamo chiamati a riflettere sulla vita umana perché è in corso la rivoluzione biomedica. Conviene riflettere su questo. Ancora agli inizi del XX secolo la vita era una categoria a se stante: il mondo vivente sembrava rispondere ad un misterioso ed imprendibile "slancio vitale" che rendeva la vita qualcosa di unico e di inspiegabile. Sul piano clinico era indiscussa la validità del tradizionale principio della terapia ippocratica secondo cui -come osservava Giuseppe Montalenti "la guarigione avviene per opera della natura: il medico con le sue cure deve favorire e aiutare l'opera della vis medicatrix naturae". L'uomo deve semplicemente aiutare la natura, e non cercare di sostituirla. Oggi la situazione è radicalmente cambiata. C'è ancora molta strada da fare per capire i meccanismi vitali, ma l'aumento delle nostre conoscenze e delle capacità di intervento è tale da far sì che la vita abbia perso l'alone di mistero e di sacralità che la circondava. Sul piano clinico non si capisce più che cosa è l'aiuto alla natura: la fecondazione assistita è aiuto o sostituzione? L'uomo riesce ad avere il controllo del processo biologico, e quindi la differenza tra "azione della natura" e "azione dell'uomo" sfuma o addirittura scompare. La rivoluzione biomedica investe i più diversi settori della vita ed ha effetti analoghi a quelli prodotti dalla rivoluzione astronomica. Prima di Galileo e Newton, Shakspeare poteva scrivere: "I cieli stessi, i pianeti e questo centro [la terra], osservano l'ordine gerarchico, le priorità,…: tutto segue un criterio d'ordine", e questo criterio diventava fondamento dell'ordine sociale ed esistenziale. Così, continua Shakespeare, "quando è scosso l'ordine gerarchico, … la società si ammala e decade! Come potrebbero le comunità, … i diritti di primogenitura e di nascita, le prerogative riservate all'età, alle corone, … restare saldi nella loro autentica posizione, se non seguendo l'ordine gerarchico?" (Troilo e Cressida, atto I, scena III). Queste parole ricordano le preoccupazioni espresse oggi dal papa e dai teologi cattolici, che, sgomenti per gli sconvolgimenti del tradizionale "ordine biologico" e del cosiddetto "linguaggio del corpo", ripetono che è in pericolo la nostra civiltà. Ancora oggi infatti, per i cattolici il finalismo biologico della vita umana è rivelatore del disegno divino e fondamento dell'ordine sociale basato sulla famiglia tradizionale. Ovviamente per ragioni di retorica oggi più nessuno si pone contro la scienza, ma si dice che la vera scienza stessa è in pericolo, perché oggi predominante sarebbe la "tecno-scienza", ossia una degenerazione della scienza stessa, la quale è sottoposta ad un processo di corruzione operata dal mercato e dal connubio con l'industria. Mentre la scienza "autentica" avrebbe uno scopo meramente conoscitivo-contemplativo, la tecnoscienza sarebbe accecata dalla smania del controllo e del dominio sul mondo biologico, che invece dovrebbe procedere secondo l'ordine naturale. L'abbandono dell'ordine gerarchico tipico del sistema tolemaico sta alla base delle moderne democrazie e dell'uguaglianza dei cittadini, che noi riteniamo essere conquiste della civiltà. Sono convinto che la fine dell'ordine scandito dal cosiddetto "linguaggio del corpo" produrrà effetti positivi analoghi, mostrando che gran parte delle attuali remore sono solo superstizioni e tabù ingiustificati. Ma non voglio impegnarmi in previsioni azzardate. Siamo nella fase chiaroscurale, siamo in mezzo al guado, ma dobbiamo riconoscere che sui problemi della vita umana esistono due opposti paradigmi etici. Come la rivoluzione astronomica ha prodotto il contrasto tra tolemaici e copernicani, così la rivoluzione biomedica produce il contrasto tra sostenitori dell'etica della sacralità ed etica della qualità della vita. Come ci sono voluti secoli a risolvere la controversia tra i paradigmi astronomici, così è facile ci vorrà tempo per risolvere quella tra le due etiche. Nel frattempo che cosa possiamo fare? Quali valori comuni individuare? (come chiedeva l'onorevole D'Alema, e quali certezze proporre, come auspicava il presidente Casini) Ebbene, a me pare che il valore comune debba essere non il generico "rispetto della vita" o l'altrettanto generale "dignità della persona", bensì la tolleranza rispettosa delle diverse visioni etiche. Questo non è relativismo etico, né ammissione di debolezza del pensiero, né abdicazione della ragione. Tutt'altro: io sono convinto che la prospettiva che propone il cosiddetto "linguaggio del corpo" sia analoga a quella che proponeva la "scala dell'essere" e come questa insostenibile perché metafisica e mitica. Ma riconosco che i cattolici continuano a difendere l'idea del "linguaggio del corpo". In questa fase di transizione e di incertezza, in cui la validità delle opposte prospettive non è ancora precisamente stabilita, credo che la soluzione più adeguata sia quella che propone il rispetto delle opinioni etiche altrui, avendo cura di considerare la diversità morale come una ricchezza, e non come l'inizio della catastrofe. Purtroppo nel nostro paese l'idea che oggi ci siano due opposti paradigmi etici non è presa in adeguata considerazione, perché i cattolici continuamente ripetono che chi nega l'ordine naturale è un fautore della "cultura della morte" o un sostenitore di un becero relativismo morale. In questa scia, ad esempio, di recente il ministro della salute, Sirchia, ha affermato quanto segue: "mi auguro che venga pronunciato un no secco [per ogni forma di clonazione]. Non mi aspetto il contrario, sarebbe molto grave. Se venissero lasciati aperti dei varchi significherebbe che la nostra società è a rischio. Oppure che quel gruppo [di minoranza] non pensa al benessere dell'uomo. Posizioni radicalchic, di avanguardismo, vanno bene per bar e salotti" (Corriere della sera, 12 gennaio 2003). Questa incapacità di cogliere la natura profonda del problema ha due conseguenze nefaste. La prima è già stata ricordata riguarda il ritardo nella ricerca scientifica. In Italia si rischia la chiusura. Ma su questo punto altri sono già intervenuti e non insisterò oltre. L'altra conseguenza è ancora più grave, perché essa comporta una violazione dei diritti umani delle persone le quali si trovano in un ambiente tale per cui non possono seguire le proprie convinzioni etiche. Questo capita soprattutto in campo della fine della vita, dove l'autodeterminazione del paziente non è né riconosciuta né garantita. Ma capita anche in campo riproduttivo, dove le limitazioni che si profilano all'orizzonte sono davvero pesanti e cupe. Il testo di legge approvato alla Camera è infatti lesivo dei diritti riproduttivi di chi ha difficoltà in questo ambito. Visto che c'è presente Bindi, osservo che il 12 giugno 2002 alla Camera, nella sua dichiarazione di voto, ha detto di no all'eterologa perché essa rappresenterebbe "una forma di accanimento terapeutico procreativo squilibrante nei rapporti di coppia ed in quello tra i genitori ed il bambino, perché ritengo che una coppia, obiettivamente squilibrata nei confronti dell'eterologa dal punto di vista naturale, lo diventerà successivamente (rischia di diventarlo) anche nel rapporto educativo, ponendo il bambino in una posizione squilibrata nei confronti dei propri genitori". Secondo me questa proposizione è priva di fondamento empirico ed anche poco rispettosa delle migliaia di persone che, con grandi sacrifici e attraverso mille difficoltà, hanno fatto ricorso alla eterologa e che vivono una relazione di coppia normale (come quella di molte famiglie), avendo cura di evitare aspetti "squilibranti". Ma, pur non condividendo affatto le paure e i timori dell'onorevole Bindi per ogni deviazione dall'ordine "naturale", io le rispetto. Mi domando però come l'onorevole Bindi possa, in base a quest'argomento, vietare per legge il ricorso alla eterologa a tutti i cittadini, anche a coloro che hanno convincimenti morali diversi. Non dimentichiamo che negli ultimi decenni circa 50.000 bambini sono nati grazie all'eterologa, e che un consistente numero di cittadini ha mostrato con la propria vita che non ci sono i fattori squilibranti paventati da Rosi Bindi, o che comunque essi possono essere sopportati. Perché questi cittadini non dovrebbero avere accesso alla fecondazione eterologa? Non si viola un loro diritto umano fondamentale, quello circa la libertà di procreare impedendo di ricorrere all'assistenza tecnica? A me pare che sia un grave errore non tenere conto che oggi c'è il conflitto tra due diverse etiche, e che il compito è quello di favorire la convivenza ed il rispetto di visioni etiche diverse ed anche contrapposte. Questo non è un compito modesto, non è il compito di chi rinuncia a obiettivi "alti" e si limita a fare come il vigile urbano, che regola il traffico senza curarsi delle direzioni imboccate. Infatti, nel momento in cui si mantiene la convivenza ed il rispetto, si consente l'autorealizzazione delle persone e si garantisce la libertà ai cittadini: il che è un obiettivo quanto mai elevato. Purtroppo, in Italia, la cultura cattolica è così influente e forte da far sì che anche la sinistra oggi continui a cercare "valori comuni sostantivi" come la "tutela della vita umana" o simili, valori che sono sostenibili solo quando formulati in modo generali (e generico). In questo senso, la sinistra è continuamente costretta ad estenuanti mediazioni per giungere ad un fragile punto di equilibrio tra posizioni inconciliabili. Non di rado, capita poi che anche i cattolici più aperti al dialogo vengano a negare l'accordo raggiunto osservando di non potere contravvenire alle direttive del magistero ecclesiastico. Questa situazione è oggettivamente grave perché lascia senza difese e senza voce sul piano pubblico il pluralismo etico e l'etica della qualità della vita. Vorrei che -riconosciuta l'esistenza del pluralismo etico e della diversità delle posizioni morali-la sinistra abbandonasse il gioco delle continue mediazioni ed assumesse il compito di difendere le nuove libertà dei cittadini derivanti dalla rivoluzione biomedica. La difesa dei nuovi diritti in campo bioetico sarebbe positiva per l'intera cultura italiana, ed anche per i cattolici stessi (molti dei quali sono estremamente aperti e non capiscono i divieti del magistero ecclesiastico). Inoltre, una simile posizione ci metterebbe al riparo del pericolo di trovarci fuori dall'Europa.