Roberto Mordacci - Intervento al seminario bioetico "Dialogo sulla vita umana" PDF Stampa E-mail

Roberto Mordacci
Università San Raffaele, Milano
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Intervento al seminario bioetico "Dialogo sulla vita umana"
Assisi 29 gennaio 2003


Le occasioni perdute della bioetica

Le questioni bioetiche fanno parte ormai da tempo dell’agenda politi-ca e culturale del nostro Paese. Anzi, la discussione sulle prospettive della clo-nazione umana, della modificazione eugenetica del DNA, della ricerca su cellu-le staminali, dell’eutanasia e delle varie forme di procreazione assistita è ormai diventata un vero e proprio «tormentone» massmediatico: ad ogni annuncio di una novità biotecnologica o di un evento di «cronaca bioetica» (un’uccisione pietosa, una nascita insolita, l’ennesimo annunci – vero o falso – di clonazione umana) si ripete, come un riflesso condizionato, la contrapposizione delle opi-nioni autorevoli (religiose, politiche, filosofiche), a ribadire la radicalità delle differenze, l’inconciliabilità dei pareri.
Si tratta certo di questioni spinose, che creano immancabilmente lace-razioni trasversali agli schieramenti politici e che, anche all’interno di prospet-tive culturali omogenee (per esempio, tanto nell’arcipelago cattolico quanto in quello laico), suscitano posizioni differenziate, crisi di coscienza e confronti polemici. Tuttavia, mai o quasi mai questi temi raggiungono il livello di un’autentica riflessione critica pubblica. In altri termini, essi raramente esprimono il sincero tentativo, certamente arduo, di dar forma attraverso il dialogo a un éthos per quanto possibile condiviso sulla vita e la morte in quanto oggetto del-le biotecnologie. Eppure, proprio nell’era biotecnologica, l’elaborazione di un senso morale critico condiviso appare imprescindibile: si tratta di formare un patrimonio morale inevitabilmente «altro» dalle forme consolidate di vita cultura-le: esso deve certo emergere dal pluralismo delle società multiculturali, valoriz-zandone la ricchezza; ma, al contempo, un tale éthos non può risultare dalla semplice giustapposizione di tradizioni diverse; al contrario, ogni tradizione dovrà impegnarsi a riformare i propri criteri di giudizio, anche profondamente, perché tengano davvero conto della posta in gioco. In tal senso, occasioni co-me quelle create da questo Dialogo sulla vita umana sono preziose, e costituisco-no un modello per un dialogo proficuo.
Invece, il modello prevalente di comunicazione su tali questioni ripete stolidamente, a colori sbiaditi, la forma del grande dibattito sull’aborto: pro-life contro pro-choice, sacralità della vita contro qualità della vita, etica tradizionale contro scienza e libertà, apocalittici e integrati. L’esito è che sulle questioni bioetiche (per esempio la procreazione assistita) ogni progetto di legge si arena in uno o l’altro ramo del parlamento, pronto per essere abbandonato o rivolu-zionato alla discussione successiva. Ma la verità è che le cose sono cambiate, e profondamente, nella coscienza civile e nei fatti: le scelte che ci si impongono in materia bioetica non possono più risultare da certezze consolidate, sottratte al vaglio della riflessione comune e del confronto interpersonale.
In passato, tale confronto era più arduo. La questione dell’aborto, nei modi (col senno di poi, sbagliati) in cui fu vissuta negli anni Settanta, si presen-tava realmente come uno scontro fra parti contrastanti della nostra cultura. Occorre però prendere atto che le questioni odierne hanno un carattere total-mente differente. Un esempio ne è ciò che comporta l’ingegneria genetica per la comprensione di noi stessi come uomini: non possiamo più concepirci come corpi coscienti semplicemente dati nella spontaneità della generazione, poiché da oggi saremo sempre più, almeno potenzialmente, progettati dalle scelte stra-tegiche dei procreatori. L’elemento stabile, «naturale», della nostra identità di uomini e di individui è ormai disponibile alla modificazione: che cosa do-vremmo farne? Quale modello di «natura umana» potremo mai portare a giu-stificazione delle nostre scelte pubbliche, come società civile, in materia di gene-tica? In questo contesto, anche il principio che, a parere di chi scrive, appare il più ragionevolmente giustificabile e ampiamente condivisibile, quello del «ri-spetto per le persone», richiede un lavoro comune di riflessione e chiarimento, tanto sull’idea di rispetto quanto su quella di persona.
Di fronte a tali questioni, replicare l’opposizione di modelli culturali presentati come radicalmente alternativi impedisce qualunque passo avanti nel-la discussione. Tutti si sentono autorizzati a non esibire mai ragioni che ogni al-tro partecipante alla discussione possa, in linea di principio, condividere o al-meno comprendere nel loro senso autentico. Poiché il dissidio è insanabile, ma la nostra stessa coscienza è incerta, ci limitiamo a riaffermare i nostri «credo», nella speranza, forse, di convincere noi stessi.
Vi è, in questo, una grande responsabilità dei mezzi di comunicazione, che sembrano prigionieri di una concezione spettacolare della bioetica: poiché il litigio fa audience (ma è vero?), lo si mette in scena, come un varietà, con la scu-sa di fare informazione su una controversia in atto. In questo modo, lo spazio di confronto riflessivo è completamente escluso: poco tempo per ribadire con-vinzioni che non possono che apparire irrazionali. La serietà delle questioni bioetiche attuali e il loro carico di conseguenze per il futuro impongono invece un confronto diverso, fra argomentazioni ragionevoli miranti alla ricerca di un accordo. E forse il primo passo è quello di tenere lontana la bioetica dalla cro-naca, in attesa dell’ampliarsi di luoghi di confronto più favorevoli.