Victor Tambone - Intervento al seminario bioetico "Dialogo sulla vita umana" PDF Print E-mail

There are no translations available

Victor Tambone
Università Campus Biomedico di Roma
This e-mail address is being protected from spam bots, you need JavaScript enabled to view it

Scienza e Vita Umana

Intervento al seminario bioetico "Dialogo sulla vita umana"
Assisi 29 gennaio 2003


In ossequio alla formula seminariale di questo incontro mi propongo di offrire l’enunciazione di tre ambiti di studio e riflessione che mi sembrano importanti contenuti del tema prescelto. Il primo problema è di carattere metodologio, il secondo è più marcatamente inerente all’Etica Generale mentre il terzo è più inerente all’Etica Applicata.


1. La necessità metodologica di definire il concetto di Vita Umana

La centralità del Metodo all’interno dell’attività scientifica è stato recuperato in questi ultimi anni in ambito medico dall’orientamento che conosciamo come Evidence Based Medicine attraverso la rilettura dell’epistemologia di Popper e di un razionalismo critico più o meno radicale o più o meno aperto alla filosofia dell’essere. Tale impostazione con le sue aperture auto-critiche o chiusure sono fonte di riflessione e di un dibattito fecondo all’interno della ricerca di base e della metodologia clinica, ossia nel versante applicativo.

Con parole dello stesso Popper “la mia concezione del metodo della scienza è semplicemente questa: essa sistematizza il metodo prescientifico dell’imparare dai nostri errori; lo sistematizza grazie allo strumento che si chiama discussione critica. Tutta la mia concezione del metodo scientifico si può riassumere dicendo che esso consiste in tre passi: 1. inciampiamo in qualche problema ; 2. tentiamo di risolvere, ad esempio, proponendo qualche nuova teoria ; 3. impariamo dai nostri sbagli, specialmente da quelli che ci sono resi presenti dalla discussione critica dei nostri tentativi di risoluzione. O, per dirla in tre parole: problemi-teorie-critiche. In queste tre parole, problemi-teorie-critiche, sembra riassumersi tutto il modo di procedere della scienza razionale” .

Il problema nel quale ci imbattiamo, in primissimo luogo, nel riflettere riguardo la Vita Umana è la sua definizione e delimitazione. Senza dire ed accettare in modo critico, cioè razionale, cosa intendiamo per essere umano vivente ritengo che non potremmo agire in modo scientifico negli ambiti ad esso correlati. Il modo per realizzare tutto ciò, all’interno della metodologia popperiana, è caratterizzata dall’identificazione dello strumento competente che è la ragione nella sua dimensione dialogica e, pertanto, critica.

Tale osservazione mi porta a pensare, e offro alla vostra critica tale ipotesi di lavoro, quanto segue:
1. il tema della definizione della vita umana per chi vuole discutere di essa è premessa logica (scientifica) indispensabile;
2. lo strumento con cui cercare di giungere a definire una tesi (confermare un’ipotesi) è la ragione umana, la qual cosa ritengo sgombri il campo dalla paura che una differenza di fede o l’assenza di essa possa essere un ostacolo per comprendersi e per confrontarsi: si tratta di un tema che, a questo livello, semplicemente non richiede lo strumento teologico;
3. tale apertura dialogica richiede un approccio interdisciplinare che può nascere e sostenersi solo rinunciando ad ogni tipo di riduzionismo metodologico che voglia, da parte di una qualunque scienza pratica, advocare a sé e solo a sé la competenza su tale tema . In altre parole ritengo che si tratti di un obiettivo interdisciplinare. Un esempio che mi piace esplicitare qui anche per la presenza di tanti illustri pensatori e del prof. Boncinelli e del prof. Corbellini, è l’interpretazione possibile dell’azione dei geni homeobox come praxis teleia cioè come atto immanente perfettivo .



2. Rilevanza dell’Ecologia Umana

Dopo aver proposto un primo punto in ambito metodologico, vorrei adesso proporre un secondo spunto che penso sia un importante riflesso del nostro tema in ambito etico.

Rispettare la Vita Umana, ipotizzando che la si voglia rispettare, vorrà dire, in senso fondamentale, agire senza indurre in essa trasformazioni riguardanti aspetti sostanziali ed in senso generale evitare azioni che comportino “la perturbazione della vita di qualche essere vivente” . In altre parole ci poniamo il problema ecologico applicato all’interno dell’umano.

Come sappiamo l’uomo è l’unico essere che dopo la radiazione geografica, seguo la teoria dell’evoluzione di Darwin, non scompare come Sapiens poiché è l’unica specie che non si adatta all’ambiente ma tende ad adattare l’ambiente a sé. Proprio per questo è l’unica specie che è capace, purtroppo, di creare un problema ecologico. Tutto ciò, come è palese ai nostri occhi, conduce a gravi conseguenze di difficile gestione e risoluzione.
Questa dimensione di pericolo diventa ancor più grave se il problema ecologico venisse creato all’interno dell’umano stesso, così che molti iniziano a chiedere, Fukuyama è uno di questi, di impegnarsi in primo luogo per sostenere una politica reale ed efficace di Ecologia Umana che diventa, a mio parere, una priorità.

Dal punto di vista etico e filosofico tutto questo mi porta a proporre di superare la “fallacia naturalistica” di Hume come via per ridare alla azione umana, scienza compresa, una vera anima ecologica.
Dal punto di vista applicativo mi sembra invece che un suggerimento importante sia quello di integrare la visione quantitativa delle scienze mediche ed applicative sull’uomo a quella qualitativa: è il recupero della filosofia dell’essere che Ivan Cavicchi , ritengo, cerchi di realizzare nel suo modello di medicina noto come “Medicina della scelta”;
è la rivalorizzazione che Donati cerca di indicare con la riscoperta della relazione a livello sociologico generale e medico in particolare passando da un modello sistemico ad uno propriamente relazionale ;
è lo sforzo, in fine, che molti stanno realizzando per completare il bagaglio delle cure palliative con interventi miranti non solo a necessità funzionali ma anche alle dimensioni psicologiche e relazionali del paziente, “spiritual distress” compreso.


3. La Scienza a servizio della Vita attraverso la sua specifica competenza

Una maggiore chiarezza circa l’oggetto comporta, o può comportare, anche una migliore chiarezza negli obiettivi, utile elemento valutativo circa la perfezione dell’atto professionale concreto.
E’ infatti un pericolo attuale perdere tempo ed energie di tanti ricercatori e uomini di scienza solo perché il campo di applicazione non è di loro competenza.
Un esempio per chiarire ciò che intendo. Nel New England Journal of Medicine qualche anno fa si sviluppò un interessante dibattito circa la liceità o illiceità della eutanasia e del suicido medicalmente assistito da un punto di vista, ovviamente, morale. Uno di questi interventi mi divertì e mi colpì: l’autore protestava la sua noia riguardo la trattazione morale del tema “eutanasia” da parte dei medici: chiamiamo allora questo atto, proponeva, “suicidio filosoficamente assistito” e che i medici tornino a fare i medici.
Anche se questa osservazione appare come provocatoria e paradossale, mi sembra offrire un suggerimento interessante che mi piace inserire in ciò che alcuni chiamano “Etica del lavoro ben fatto” .
In sintesi voglio sostenere che al di là dell’interesse personale che i temi morali generali hanno per ognuno e per tutti, il primo dovere etico di un professionista è quello di lavorare bene ricercando l’eccellenza nel suo agire specifico mantenendo chiaro il fine proprio della sua scienza, nel nostro contesto, a servizio della Vita Umana.
Tale impostazione ha, fra le tante possibili, una applicazione operativa circa l’approccio dell’eutanasia da parte dei medici. In quanto medici la richiesta eutanasica ci interessa non per quanto concerne la sua liceità o illiceità ma, come ogni aspetto clinico, perché può essere inquadrata dal punto di vista nosografico come una pulsione suicida mediata (è anche questa una ipotesi di lavoro). Ora, l’etica del lavoro ben fatto, mi porta, in quanto medico, ad affrontare una pulsione suicida con un intervento di prevenzione primaria possibile, anche, grazie all’identificazione degli agenti etiologici. Noi lo abbiamo fatto con una indagine realizzata in Italia e nello Stato di New York , ottenendo come risultato che le ragioni principali negli ultimi tre anni sono, in ordine di apparizione: 1. dolore fisico; 2. sentirsi di peso; 3. depressione reattiva (soprattutto da mancanza di senso). A questo punto la conclusione sarà che risulta necessario sviluppare in modo eccellente tre ambiti di ricerca:
1. la terapia del dolore (soprattutto nelle metastasi ossee e nel cancro perineale);
2. formule di assistenza domiciliare ed intermedia che siano in grado di prevenire la sindrome da crollo familiare ;
3. il supporto psicoterapeutico al paziente con diagnosi infausta.

Al di là delle proposte concrete, se ne potrebbero forse individuare di migliori, l’atteggiamento che l’etica del lavoro ben fatto suggerisce ai medici a fronte della richiesta eutanasica è la sua prevenzione, risolvendo i problemi pratici che portano il paziente a voler morire e non a discutere se è lecito o meno finirlo.

Tale atteggiamento, nella sua dimensione etica, vuol dire lavorare per rinsaldare la frattura avvenuta fra finis operis e finis operantis nelle scienze pratiche e sperimentali, curando così alla radice una certa schizofrenia presente nel lavoro scientifico quando perde di vista il perché ricerca, rinchiudendosi dentro una dimensione autoreferenziale che lo porterà a perdere la capacità di essere un atto di servizio, e di splendido servizio, alla vita umana.

NOTE
Inciampare vuol dire, a mio avviso, riconoscere come quesito pertinente una realtà percepita dalla nostra conoscenza. Tale prima fase è anch’essa critica, cioè logica – razionale, poiché non tutto ciò che conosciamo viene riconosciuto come problema, cioè come qualcosa che devo risolvere, che posso risolvere, che forse posso risolvere e che, in ogni caso, posso affrontare con gli strumenti scientifici propri della mia scienza. Tale natura intrinsecamente critica – razionale del problema sul quale inciampiamo comporta il fine critico di conoscere il problema il meglio possibile. A tal fine acquistano un importante significato metodologico, in medicina, l’esame obiettivo e l’anamnesi nonché l’indicazione di possibili ulteriori indagini di laboratorio o diagnostici strumentali in confronto con l’epidemiologia, la statistica medica e la conoscenza (ancora conoscenza intenzionale) degli elementi storici del malato (recenti e passati). In questo modo la generazione dell’ipotesi è in un certo senso alogica nel suo sorgere immediato ma razionale perché atto di un essere razionale (critico). In ogni caso il problema nel quale inciampo nasce e si sviluppa in una dinamica di conoscenza spontanea ed intenzionale che compone l’atteggiamento razionale e critico (razionale ed autocritico).
Naturalmente qui si tratta di giungere ad una teoria interpretativa ancor prima che applicativa o pratica. Da qui che la teoria che viene proposta debba essere giustificata (innanzitutto alla propria ragione) secondo la formulazione di un razionale scientifico che dia ragione del contenuto proposto. Questa fase, così intesa, fonda la successiva attraverso la confutazione o la conferma dell’ipotesi di lavoro. Se ciò avviene l’ipotesi può diventare una tesi che, solo allora, sarà fondamento razionale delle scelte di intervento. E’ interessante considerare che una dinamica di questo tipo può esistere solo all’interno della logica del senso comune che sostiene l’intelligibilità del reale (valore teorico dell’ipotesi e della tesi) e del principio di non contraddizione (valore della confutazione). Il ruolo della verità, apparentemente messo in disparte o addirittura negato, è invece importante poiché da una parte diventa obiettivo tendenziale come motivo della ricerca scientifica, e dall’altra fonda la confutazione o il riconoscimento di un errore come vera non-verità (la negazione è una affermazione).
Popper K., Problemi, scopi e responsabilità della scienza, in: Scienza e Filosofia, Rusconi Milano, 1989
L’intelligenza umana ha una struttura dialogica e ciò significa che l’intelletto agisce attraverso un dialogo che si potrà realizzare nei seguenti diversi livelli:
Riflessivo: l’intelligenza dialoga con se stessa attraverso domande (che faccio adesso?, dove posso trovare una citazione giusta?, che cosa mi ha voluto dire?, ma è diventato matto?…), attraverso comandi (sta zitto!, non devo ridere!, è meglio che prenda appunti – è meglio che io non prenda appunti…) attraverso descrizioni di stati propri (non ce la faccio più, è la cosa più bella che abbia mai visto, ) o di situazioni che si stanno vivendo (mi ha accettato al tirocinio!, mi ha veramente umiliato, questa macchina mi sta per tagliare la strada, sta piovendo moltissimo..).
Intersoggettivo: attraverso il linguaggio con altre persone umane. E’ quello che stiamo cercando di fare in questo momento, tanto che parlando a volte si cambia idea, si precisa una posizione, si scoprono dati nuovi, ecc… Il linguaggio non deve essere necessariamente verbale ma anche non verbale.
Cosmico: attraverso il contatto con gli oggetti del mondo non umano ma che hanno significatività per l’uomo. In questo caso però mi sembra essere una modalità particolare del dialogo riflessivo che prende spunti dagli oggetti non umani.
Culturale: quando l’intelligenza si confronta con le opinioni altrui e con le diverse concezioni culturali.
La struttura dialogica dell’intelligenza comporta che la conoscenza umana sia un “conoscere insieme agli altri”, o per lo meno che tenda ad essere un “conoscere insieme agli altri”. Ciò che noi pensiamo viene da noi stessi abitualmente confrontato con ciò che pensano gli altri attraverso il carattere intersoggettivo e culturale del nostro agire conoscitivo , ma anche attraverso la riflessione riguardante i dati cosmici in nostro possesso.
In ogni caso tutto ciò ha valore a partire dal fatto che “io conosco”: in altre parole il dato culturale ha valore a partire dalla rielaborazione dialogica dell’intelligenza personale individuale e non viceversa. Ciò significa che il dato culturale (che in ogni caso è previamente conosciuto dalla intelligenza personale) è strumento dell’intelletto che rimane l’agente dell’atto conoscitivo e pertanto il responsabile della conseguente scelta e non viceversa. Sarebbe una inversione gnoseologica immotivata far condurre la scelta intellettuale dal dato culturale a prescindere dall’opinione dell’intelletto singolo. In altre parole il dato culturale ha un ruolo strumentale per la ragion pratica che è l’agente unico.
Il dato statistico può essere interpretato come il dato culturale utile ad una certa dialogicità intellettuale nell’ambito della conoscenza. Ciò comporta alcune conseguenze:
Deve essere preso in considerazione a costo di avere una conoscenza impoverita o poco fondata.
Il dato statistico non rappresenta l’adeguamento dell’intelletto con la realtà ma lo facilità attraverso il dialogo: ciò significa che sempre possono esistere condizioni non normali e vere.
Il dato statistico si costruisce di diversi atti di conoscenza riflessiva: di fatto la dimensione culturale no sarebbe possibile senza la dimensione riflessiva.
Problema di importanza e di libertà di fronte alle linee guida: in questa impostazione possono rientrare anche le linee guida (dialogicità culturale) che però, per quanto detto non toglie la responsabilità e, pertanto, la libertà personale di scelta. Così si può continuare a parlare di decisione secondo coscienza
La teoria dei tre mondi di K. Popper & J.C. Eccles: Lo sviluppo del mondo 1 determina un accrescimento del mondo 2, che a sua volta arricchisce il mondo 3; nuove conoscenze del modo 3 risvegliano esperienze più ricche del mondo 2, che si traducono in un incremento del mondo 1. Il progresso culturale non si verifica nell’uomo solo in risposta a necessità o situazioni materiali; spesso è la persona stessa a proporsi problemi e a creare alternative. Perciò non bisogna interpretare i rapporti tra il mondo 1 e gli altri due mondi in senso deterministico,come se si trattasse di vasi comunicanti (ecco l’elemento qualitativo della persona umana). Però è evidente ad esempio che la possibilità di trasmettere le tradizioni culturali e le idee (mondo 3) tramite l’inchiostro e la carta ( mondo 1) permette un maggiore sviluppo delle risorse del mondo 2. Il rapporto critico e maturo con cui il singolo entra in rapporto ed interagisce con tali ambiti della realtà è parte importante del processo di crescita della personalità individuale (anche le caratteristiche biologiche che possono essere inibite o attivate.
In sintesi facciamo rientrare la conoscenza dei dati statistici ed epidemiologici all’interno del mondo 3 come un confronto culturale codificata in un substrato scientifico utile (sulla base della relazionalità umana) allo sviluppo della personalità umana, proprio perché non coincide con essa. Anche in questa visione rimane libera la libertà.
Nel versante più pratico un tale ridimensionamento, e valorizzazione dello specifico, della Medicina può essere trovato ben descritto in Callahan D., La Medicina impossibile, Baldini & Castoldi, Milano 2000 (con il rifiuto dell’idea di progresso lineare ed illimitato) e in Lawn B., L’arte perduta di guarire, Rusconi, Milano 1998 (con la evidenza della dimensione qualitativa metascientifica nel rapporto terapeutico) .
Come è noto, nel pensiero aristotelico è l’atto compiuto da un soggetto che ricade nello stesso soggetto (ad esempio: pensare, svilupparsi, ecc.), che tende a compiere la perfezione dell’agente. Per Aristotele è l’atto che caratterizza l’essere vivente.
Marcos A., Etica Ambiental, Universidad de Valladolid, Valladolid 2001, p. 89.
Impossibilità di passare dal piano dell’essere a quello del dover essere e pertanto divide la conoscenza dalla norma etica. Il principio viene esposto da Hume nel suo Trattato sulla natura umana. Questa legge nasce all’interno dell’empirismo come conseguenza della convinzione che i valori non possono risiedere nel mondo.
Cavicchi I., La Medicina della scelta, Bollati Boringhieri, Torino 2000.
Donati P., Salute, famiglia e decentramento dei servizi, Franco Angeli, Milano 1988.
Cfr. Ad esempio: Rioufol MO, Prevention and control of a sense of powerlessness, the loss of hope, spiritual distress, Soins, 2002 Sept; (668): 55-6; Gallagher SM, Recognizing spiritual distress, Ostomy Wound Manage, 2002 Apr, 48(4): 16-8; Kohler C, The nursing diagnosis of spiritual distress, a necessary re-evaluation, Rech Soins Infirm, 1999 Mar, (56): 12-72.

Il riferimento è nel pensiero di Gonzalo Herranz.
Tambone V., Problemi di Bioetica e Deontologia Medica, SEU Roma, 2000.
Ottimi modelli italiani sono rappresentati dalla Associazione Anthea, Romanini e Ryder.