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Franca Chiaromonte Camera dei Deputati
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Intervento al seminario bioetico "Dialogo sulla vita umana" Assisi 29 gennaio 2003
Il passaggio d’epoca nel quale siamo ha già disegnato un nuovo spazio pubblico. Non sempre il linguaggio - dunque il pensiero e il discorso pubblico - riesce a darne conto. Il dialogo, dunque, serve (anche) a questo: ad aprire la possibilità non di un'etica, ma di una lingua comune nella quale affrontare i temi della vita, della cura, della morte. Nella quale verificare, di volta in volta, convergenze, divergenze componibili, distanze irriducibiIi. Il dialogo, dunque, dal mio punto di vista, è prima di ogni altra cosa, ridefinizione, prima di tutto linguistica - "i limiti del mio mondo sono i limiti del mio linguaggio" - dello spazio pubblico. Uno spazio che, ripeto, nei fatti è già cambiato, ma chiede di essere nominato nelle sue modificazioni. In questo senso - sul terreno, cioè, del senso - siamo in una di quelle situazioni il cui il nuovo stenta a emergere.
I progressi della biologia e della medicina hanno cambiato e cambiano in modo radicale e profondo le circostanze del nascere e del morire e, più in generale, il nostro rapporto con il corpo e con la vita. In passato, la scarsa conoscenza dei processi riproduttivi faceva sì che si nascesse pressoché per caso, mentre le scarse conoscenze degli agenti patogeni rendevano la salute e la morte eventi dipendenti dalla mera naturale o dal contesto socio-economico. Oggi l’aumento delle conoscenze mediche comporta per tutti e tutte un aumento di responsabilità. Problemi che fino a pochi anni fa appartenevano alla sfera privata o erano lasciati alla natura, oggi diventano questioni pubbliche, di cui si discute in pubblico, su cui si deve decidere insieme. Volenti o nolenti, è finito il tempo dell’innocenza: non è più possibile eludere la scelta responsabile, lasciando ad altri il compito di decidere per noi. Vale per i non credenti. Ma anche, mi pare di poter dire, per i credenti: Rostagno, per esempio, invita a "non delegare a Dio la scelta". Responsabilità, etica, spazio pubblico: parole, luoghi "laici" per definizione. Dire questo non significa essere relativisti o indifferenti al valore della vita; o irrispettosi dei valori trascendenti. Significa, al contrario, che anche quei valori, nello spazio, nel discorso pubblico, in quello politico, vengono declinati a partire da quella pluralità di concezioni, ideologie, fedi che rende impossibile considerare le scelte che derivano da imperativi religiosi o ideologici valide anche per chi quegli imperativi non sente propri. Vittorio Matthiew sostiene che "i problemi nascono a causa delle carenze della politica". Naturalmente, non è così. Però, a un certo livello, è anche così. Perciò la politica non può voltarsi da un'altra parte. Bisognerà dunque costruire insieme le condizioni minime perché la politica possa occuparsi delle questioni bioetiche meglio di quanto abbia fatto finora. Meglio per tutti, per tutte: non credo, per esempio, che chi - il ministro sirchia, per esempio - definisce la clonazione riproduttiva "un crimine contro l'umanità" (non è il mio caso) possa essere soddisfatto dell'assenza di una normativa in proposito. Ma non si può ignorare che la pretesa di assimilare la clonazione riproduttiva a quella terapeutica, l'embrione alla persona sia stato uno sbarramento alla possibilità di produrre quella normativa. Magari, anche (Mendacci) tenendo lontana "la bioetica dalla cronaca, in attesa dell'ampliarsi di luoghi di confronto più favorevoli". Come questo, per esempio.
Quali sono queste condizioni? Provo a elencarne alcune. 1) Innanzitutto, l'accettazione, da parte di tutti e tutte, del "terreno di gioco". Che non può non essere quello del contratto, del patto sociale. Stipulato, da stipulare ogni volta (il professor Donati parla di morale provvisoria), non dico sotto il rawlsiano velo d'ignoranza, ma quasi. In questo senso, la bioetica (Donati) è una forma di razionalizzazione convenzionale dei problemi. Da questo, però, io non derivo né l'assolutezza del principio di maggioranza, né che gli eventi naturali si enumerino sotto la voce "patologia" e nemmeno, soprattutto, la rinuncia a quell'ottica relazionale cui fa riferimento lo stesso Donati (ma di questo dopo, perché credo sia, possa essere un vero, fruttuoso, "interessante" terreno d'incontro tra pensiero religioso e elaborazione delle donne. Meglio: del pensiero della differenza sessuale).
2) Questo comporta - è quasi un sinonimo - la separazione tra etica e diritto. Distinguere l’etica dal diritto significa dire che nessuna legge, in uno Stato laico, può essere sostenuta da un’etica di parte: come le norme che regolano la vita sociale e economica sono stabilite dai Parlamenti che colgono la volontà generale, così anche le future norme che devono regolare l’ambito della bioetica - le leggi, i codici di autoregolamentazione - sono espressione della volontà umana e di scelte storicamente condivise e trovano il loro vero limite nella libertà di coscienza e nel rispetto dei diritti delle minoranze. La ricerca di regole condivise e contrattate continuamente nello spazio pubblico è ricerca etica perché attiene alla costruzione di un ethos pubblico necessario tanto più in presenza di distanze considerevoli come quelle in campo etico che, per definizione, sono difficilmente risolvibili attraverso la regola pura e semplice della maggioranza, ma richiedono una continua interlocuzione, un continuo scambio, una continua mediazione. La distinzione tra etica e diritto è un principio e la laicità dello Stato è terreno condiviso da tutte le forze in campo. Questo significa che la legge non deve e non può dettare su tutto modelli di comportamento; che le leggi, le norme servono a suscitare, ad accompagnare la responsabilità degli attori sociali evitando di scegliere al loro posto o, peggio, di trasformare lo Stato in una specie di poliziotto morale. E che il diritto deve farsi il più possibile leggero, mite, non intrusivo nella vita delle persone, ma, se mai, pensoso delle conseguenze che dai cambiamenti in atto possono discendere. Un diritto così, un diritto cautelativo rispetto alle conseguenze dell’impatto delle nuove tecnologie sulla vita delle persone, un diritto che assume tra i suoi fondamenti la precauzione è un diritto che segue l’evoluzione delle scienze senza mettere paletti, ma senza, perciò, sottrarsi al dovere d’indirizzo. Senza subire (Donati) "l'eros della tecnica". Ma senza nemmeno coltivare l'onnipotente e impotente progetto di fermare il cammino della scienza e la curiosità umana. Di nuovo, questo non significa che tra etica e diritto non vi sia, non debba esservi confronto, dialogo, connessione. Che le valutazioni non siano etiche. Significa, però, che il terreno condiviso, in presenza del pluralismo etico, è, deve essere, quello dell'etica pubblica. E' la sola "etica condivisa" che mi sento di auspicare. Questo comporta, tra le altre cose, che, su questo terreno, le parti si scambino, si possano scambiare, è bene, necessario che si scambino: "perché - chiede giustamente Mancuso - il pensiero laico ha delegato ai credenti la dimensione della spiritualità?". E anch'io, come Mancuso, credo vi sia necessità, per me laica, di "fare esercizi spirituali". Cioè (traduzione impropria) di tenere viva, alta, la domanda di senso sull'agire umano sull'essere umano. Questo discorso dello spazio condiviso non vale solo per la religione. Vale, per esempio, per le donne, rispetto alle quali entrare nello spazio pubblico (Mancina) significa considerare che non vi sia niente - nemmeno il naturale potere femminile di generare - di non sottoponibile a discorso, a giudizio, a valutazione pubblica. 3) Altra conseguenza della prima condizione è non solo l'accettazione ma, per la politica, la scelta di governare una situazione di ineliminabile pluralismo etico. Cosa possibile se e solo se quel pluralismo venga considerato un valore e non un segno della caduta. Solo, in altre parole, se vogliamo, se ci piace il pluralismo etico. Se, per dirla leggermente, non ci proponiamo il sogno di una reductio ad unum, nel caso in cui avessimo il potere per farlo. (quindi dubbi su richiami di ratzinger). Significa praticamente che la politica agirà più sulle scelte di allocazione delle risorse (già fa così) che sui divieti, anche se i divieti, ovviamente, ci vogliono; teoricamente significa (vale anche per le donne e il potere di generare) non che si rifiuta l'idea - ci mancherebbe - che esistano ambiti che vengono prima, sopra la legge, o princìpi che governano i nostri comportamenti, ma che l'ambito privilegiato della mediazione non parte da lì, ma, di nuovo, dalla costante e necessaria costruzione di uno spazio pubblico condiviso. Fuori da qui, per fare solo un esempio, ogni discorso sulla gradualità, sul male minore (caro alla Chiesa) non sarebbe pronunciabile.
Alludono, queste condizioni, a una società tutta razionale, razionalistica, o, peggio, giuridificata? Al contrario. Credo, anzi, che, una volta stabilito l'ambito del discorso, della costruzione di incontro e di intesa, la realtà ci potrebbe sorprendere quanto al modo in cui ciascuno, ciascuna si "schiera" nel dibattito. Tutti, tutte, credo, avvertiamo il bisogno di uscire dalle parti che ci sono state assegnate. Per esempio, lo dicevo prima, credo che il terreno di ciò che deve, può essere sottratto alla logica e alla lingua dei diritti credo sia un fertile terreno di confronto e di incontro tra cultura delle donne - pensiero della differenza sessuale - e etica e pensiero religioso, cattolico. Un famoso libro del femminismo della differenza era intitolato "Non credere di avere dei diritti". Esistono, cioè, luoghi che vengono prima e devono essere sottratti alla normazione. Ma questo si fa se si ha fiducia nelle relazioni e nei corpi intermedi. Dalle donne è venuta la contestazione di quell'autonomia individuale identificata con la totale indipendenza o autofondazione dell'individuo, individua. Si possono fare molti esempi che vanno dall'assurda contrapposizione tra . "diritti dei minori" e ovvia responsabilità delle figure verso le quali i piccoli sono in condizione di dipendenza, alla necessità, allo stato di coscienza nel quale siamo oggi, di assumerci, come umani, umane, la responsabilità verso i viventi non umani, senza perciò poterlo fare solo nell'ottica dei "diritti degli animali". Naturalmente, l'esperienza più significativa riguarda la scelta, il modo in cui nasce la scelta di dare o non dare la vita: modo relazionale per eccellenza di agire una scelta morale. Insomma, credo che l'incontro possa produrre un'opposizione alla dittatura della lingua e della cultura - questa sì autonomistica - dei diritti. Non significa, ovviamente (se no chissà che mi succede) negare l'importanza dei diritti, ma sapere che non tutto è diritto (di nuovo, anche qui, gradualità). In generale, significa, per me, lavorare a una società - ecco l'etica pubblica - consapevole che lo Stato è parte e solo parte della più ampia comunità sociale e che, dunque, allo Stato e alle sue istituzioni spetti di accompagnare le scelte delle persone, delle famiglie, delle aggregazioni sociali creando il più possibile le condizioni perché possano essere vissute con agio e con pienezza.
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