Don Giuseppe Tanzella Nitti - Intervento al seminario bioetico "Dialogo sulla vita umana" PDF Stampa E-mail

Don Giuseppe Tanzella Nitti
Pontificia Università della Santa Croce, Roma
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Intervento al seminario bioetico "Dialogo sulla vita umana"
Assisi 29 gennaio 2003


La mia lettura del tema del seminario è quella di un teologo in dialogo con il pensiero scientifico. Parte essenziale di questo dialogo è vedere la scienza non come fonte solo si problemi o peggio di guai per la teologia, ma metterne in luce il valore, le potenzialità positive di servizio all’uomo e alla società, al progresso e allo sviluppo dei popoli. La ricerca scientifica può essere per la teologia anche fonte di speculazione filosofica e può aiutarla a comprendere meglio alcuni aspetti della Rivelazione. Al tempo stesso, la teologia sa di avere ricevuto proprio dalla Rivelazione le risposte alle domande ultime sull’uomo e sul mondo. E queste risposte è chiamata ad offrire alla società e alla cultura umana, mostrandone non solo la compatibilità con la ragione, ma anche il pieno accordo con le ansie più profonde del cuore dell’uomo.
Da teologo interessato al dialogo interdisciplinare a livello epistemologico proporrò in questo breve intervento alcune riflessioni che non si sovrappongono a quelle di chi si occuperà, o si è già occupato di affrontare il rapporto diretto fra visione cristiana della vita umana e attività medica o ricerca scientifica. Desidero qui riflettere sul significato di due espressioni: “autonomia della scienza” e “libertà di ricerca”.
Le dimensioni filosofica o anche religiosa della conoscenza umana sono spesso viste, a mio avviso erroneamente, in modo eteronomo rispetto alla conoscenza proveniente dalle scienze. Compito della filosofia, dell’etica in particolare, sarebbe quello di porre dei limiti (se si preferisce dei paletti) alla ricerca scientifica. Nel caso della religione, questi paletti si trasformerebbero in muraglie invalicabili, al di là delle quali ricacciare gli scienziati desiderosi di conoscere i misteri della vita e di impiegarne le scoperte nei diversi ambiti applicativi. In questa immagine la scienza, lasciandosi circoscrivere e confinare nella sua attività, perderebbe così la propria autonomia.
L’errore sta nel fatto che il ruolo della filosofia – tanto della metafisica o della filosofia della natura, quanto dell’etica – non è limitare l’oggetto o il soggetto delle scienze, ma mostrarne i veri fondamenti. Il sapere filosofico, in quanto sapere meta-empirico, fonda in modo inespresso, ma reale, ogni metodo scientifico, rendendolo possibile; la riflessione etica fonda, in modo anch’esso implicito, ogni attività dello scienziato, il quale per agire ha sempre bisogno di ragioni, di fini, siano essi l’amore alla verità, la semplice curiosità di conoscere, l’affermazione delle proprie idee o il profitto economico. La dimensione religiosa opera sul prolungamento della dimensione filosofico-conoscitiva, quando il soggetto giunge ad interrogarsi sul perché della ricerca del vero o si stupisce di fronte alla complessità e alla bellezza della vita. Ma la dimensione religiosa agisce anche sul prolungamento di quella etica, quando ci si interroga sui perché davvero ultimi: su cosa si fonda la norma morale? chi ne garantisce la verità? verso chi sono responsabile delle mie azioni?
In sostanza, autonomia della scienza e dello scienziato non vuol dire indipendenza dal sapere filosofico e neanche dalla dimensione religiosa (qui usata nel senso più ampio del termine), perché, senza l’uno e senza l’altra, non vi sarebbe né conoscenza scientifica né motivazioni che la possano sorreggere.
Per quanto riguarda la libertà di ricerca, a riprova della delicatezza del tema può essere significativo ricordare i risultati dello studio commissionato dalla Fondazione Agnelli ad Achille Ardigò e a Franco Garelli, risalente a una decina di anni fa (cfr. Valori, scienza, trascendenza, Fondazione Agnelli, Torino 1989-1990). In base a questa ricerca, la gran maggioranza degli scienziati credenti riteneva possibile una reale conflittualità fra libertà di ricerca e verità della fede, e vi era la chiara tendenza, interrogati su questo punto, a porre la libertà di ricerca al vertice più alto delle priorità da seguire .
Ogni riflessione sulla libertà di ricerca dovrebbe a mio avviso partire dalla costatazione che questa non la si può comprendere, né può costituirsi filosoficamente, come libertà della scienza, ma è sempre libertà del soggetto. In senso stretto, la libertà di ricerca non esiste, perché la libertà può predicarsi solo di un soggetto personale. È in questo senso, ad esempio, che parliamo di libertà di espressione o di libertà religiosa. Come atto del soggetto, vi è pertanto collegata la percezione di una corrispondente responsabilità: come per la persona umana la libertà non può comprendersi come libertà di essere ciò che non si è, ma di diventare e di realizzare ciò che si è chiamati ad essere, così la libertà di ricerca non può comprendersi come libertà di fare tutto ciò che sia scientificamente possibile e tecnicamente praticabile, ma come libertà di orientare la scienza verso quei fini che le sono propri. Tale orientamento lo compie il soggetto. La libertà di ricerca si rivela anch’essa, analogamente ad ogni altra dimensione della libertà umana, come auto-determinazione che trova il suo pieno compimento nell’opzione per la verità e per il bene. Non è libertà normativa, ma libertà normata da una natura e da una verità che devono essere lette nelle cose e non poste a priori dal soggetto. Questa verità e questa natura non sono stabilite in modo eteronomo, ma scoperte e conosciute in piena autonomia dallo scienziato.
Vorrei concludere con due citazioni. La prima da una nota pagina del Concilio Vaticano II, tratta dalla Gaudium et spes (1965):
«Se per autonomia delle realtà terrene intendiamo che le cose create e le stesse società hanno leggi e valori propri, che l'uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare, allora si tratta di una esigenza legittima, che non solo è postulata dagli uomini del nostro tempo, ma è anche conforme al volere del Creatore. Infatti è dalla stessa loro condizione di creature che le cose tutte ricevono la loro propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine; e tutto ciò l'uomo è tenuto a rispettare, riconoscendo le esigenze di metodo proprie di ogni singola scienza o arte».
Il riferimento al rispetto di una «legge propria» presente nelle creature è esplicito e puntuale. Si tratta di un’autonomia che coinvolge anche «il metodo di ogni singola scienza», il cui essere vincolato alla verità non si traduce in restrizione o confinamento, ma in fedeltà al proprio oggetto formale e in onestà di ricerca.
«Se invece con l'espressione “autonomia delle realtà temporali” si intende che le cose create non dipendono da Dio, che l'uomo può adoperarle senza riferirle al Creatore, allora non vi è chi riconosca Dio e non avverta quanto false siano tali opinioni. La creatura, infatti, senza il Creatore svanisce. Del resto tutti coloro che credono, a qualunque religione appartengano, hanno sempre inteso la voce e la manifestazione di Lui nel linguaggio delle creature. Anzi, l'oblio di Dio priva di luce la creatura stessa» (n. 36).
La non percorribilità di una nozione di autonomia intesa come totale indipendenza e autofondazione non viene stabilita su basi bibliche, ma ancorata alla rivelazione naturale comune a tutte le religioni, alla capacità che l’uomo ha di cogliere l’Assoluto come ragione ultima del contingente, una riflessione disponibile ad ogni filosofia che possegga un’istanza metafisica.
La seconda citazione è parte di un discorso di Giovanni Paolo II all’Assemblea Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze (2000). Facendo appello alla ragione e non ad una visione confessionale, egli affermava:
«[parlare di dimensione umana nella scienza] non vuol dire temere che si prospetti una sorta di “controllo umanistico sulla scienza”, quasi che, sul presupposto di una tensione dialettica tra questi due ambiti del sapere, fosse compito delle discipline umanistiche dirigere ed orientare in modo estrinseco i risultati e le aspirazioni delle scienze naturali, protese verso la realizzazione di sempre nuove ricerche e l’allargamento dei loro orizzonti applicativi [...].
Le responsabilità etiche e morali collegate alla ricerca scientifica possono essere colte, perciò, come un’esigenza interna alla scienza in quanto attività pienamente umana, non come un controllo, o peggio un’imposizione, che giunga dal di fuori. L’uomo di scienza sa perfettamente, dal punto di vista delle sue conoscenze, che la verità non può essere negoziata, oscurata, o abbandonata alle libere convenzioni o agli accordi fra i gruppi di potere, le società o gli Stati. Egli, dunque, a motivo del suo ideale di servizio alla verità, avverte una speciale responsabilità nella promozione dell’umanità, non genericamente o idealmente intesa, ma come promozione di tutto l’uomo e di tutto ciò che è autenticamente umano» (Alla Pontificia Accademia delle Scienze, 13.11.2000, nn. 2-3).