Andrea Vicini - Intervento al seminario bioetico "Dialogo sulla vita umana" PDF Print E-mail

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Andrea Vicini, S.I.
Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale: Sez. S. Luigi (Napoli)
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Intervento al seminario bioetico "Dialogo sulla vita umana"
Assisi, 29 gennaio 2003

Trasformazioni in atto nella ricerca genetica:
Un tentativo di lettura morale in ambito cattolico

Approfitto di quest’occasione di dialogo interdisciplinare sulla vita umana oggi per condividere alcune riflessioni. Esse sono state suscitate da recenti incontri con scienziati e ricercatori (non italiani) coinvolti in innovativi progetti di ricerca in ambito genetico. Inoltre, sono state rafforzate dalla scelta della prestigiosa rivista scientifica Science (20 December 2002) di riconoscere quale breakthrough of the year 2002 le recenti scoperte in ambito genetico riguardanti i nuovi ruoli attribuibili all’RNA nella trasmissione e nella modulazione dell’espressione dei caratteri genetici presenti nel nostro patrimonio cellulare. Esaminati brevemente questi recenti sviluppi indicherò quali sono le risorse etiche che ritengo più appropriate per considerare le implicazioni che essi sollevano.

Recenti sviluppi
In ambito bioetico e morale continua l’interesse per la terapia genetica, l’enhancement e la clonazione (sia quella c.d. terapeutica che quella riproduttiva), con le possibilità terapeutiche ed i problemi etici che esse possono presentare. Nel milieu scientifico, una nuova tendenza che pare invece emergere mostra l’abbandono d’interesse da parte di ricercatori per queste tecnologie genetiche. In quanto bioeticisti e moralisti potremmo presumere ciò dipenda dalla pressione e dalla stringenza argomentativa generatasi a seguito dello sviluppo di queste tecniche e dalla pubblicità che le ha circondate — pensiamo soprattutto all’enhancement e alla clonazione. In quanto cittadini, politici e giornalisti, al contrario, possiamo ritenere che tale cambiamento di tendenza è legato al battage mediatico e alla capacità di risposta da parte dell’ambiente politico. Senza negare i contributi significativi in termini di riflessione forniti da ciascun gruppo professionale, occorre una presa d’atto, credo, più umile.
L’abbandono d’interesse per la terapia genetica, l’enhancement e la clonazione dipendono dalla crescente presa di coscienza che i presupposti scientifici su cui esse si fondano sono inappropriati, se non chiaramente erronei. Ritenere sia possibile procedere con una terapia genica efficace, semplicemente servendosi dell’individuazione del difetto genetico responsabile della patalogia che intendiamo curare e guarire, parte da una premessa che sembra delinearsi come infondata. Le recenti scoperte circa il ruolo complesso svolto dai vari tipi di RNA scoperti e da altri possibili “mediatori-modulatori” dell’informazione genetica, presenti all’interno del citoplasma della cellula, suggeriscono che l’idea d’introdurre il gene capace di correggere il difetto genico è inattuabile. Non si tratta quindi di fare il possibile per trovare i vettori virali appropriati per veicolare geni. Il problema è ben altro. È necessario comprendere con maggiore profondità ed accuratezza scientifica l’insieme della funzionalità cellulare, investigando le modalità di regolazione dell’espressione del carattere genetico. Solo così sarà possibile servirsi di tali conoscenze per ottenere, nel futuro, i risultati terapeutici ricercati. In altre parole, usando una metafora, l’approccio che pare rivelarsi insufficiente ed inappropriato consiste nel pensare che occorra individuare l’errore nell’hardware e correggerlo (in meccanica, rimpiazzare il pezzo), senza considerare l’insieme del patrimonio genetico e della sua espressione e regolazione come un sistema informativo con una molteplicità di elementi che intervengono per costituirlo e per garantire il suo corretto funzionamento.
Se questo concerne innanzitutto la terapia genica, le ripercussioni potrebbero manifestarsi anche a proposito delle ipotizzate possibilità di enhancement. La cellula pare essere un sistema così complesso che non consente di potervi introdurre un determinato gene da noi scelto capace di esprimere caratteri fenotipici da noi ricercati. Al contrario, se si approfondiscono le conoscenze riguardanti l’espressione e regolazione dei caratteri genetici, sarebbe possibile ipotizzare interventi di modulazione degli stessi servendosi dei modi stessi in cui la cellula regola la sua informazione genetica. Ciò renderebbe anche più comprensibile il ruolo svolto dall’ambiente nella regolazione dell’informazione genica. Per esempio, quando sarò possibile comprendere quali geni sono implicati nella strutturazione, controllo e funzionamento del sistema immunitario, e con quali modalità l’informazione in essi contenuta viene espressa, sarà ipotizzabile intervenire in questo processo nel senso del miglioramento e potenziamento delle capacità che esso già possiede — abbandonando l’attuale ipotesi circa la possibilità d’introduzione nelle cellule somatiche e/o in quelle germinali di geni non precedentemente presenti nel genoma di quell’individuo.
Infine, alla luce di queste nuove tendenze della ricerca genetica, la clonazione riproduttiva — da un punto di vista meramente scientifico, anche senza considerare alcuna problematica bioetica — risulta fondata su una presupposizione scientifica di tipo ingenuo-deterministico: il ritenere che la complessità della regolazione genetica dipenda semplicemente dal nucleo e che la cellula in toto, quale insieme di citoplasma e nucleo (per non parlare delle interazioni con le cellule limitrofe e l’ambiente), svolga un ruolo puramente contingente e non significativo.
Per quanto riguarda poi la clonazione c.d. terapeutica, a queste considerazioni si aggiungono quelle derivanti dalle ricerche riguardanti le possibilità di trans-differenziazione e di de-differenziazione. Tali ricerche si focalizzano sulle cellule dell’individuo, ovviando quindi anche ai possibili problemi d’incompatibilità cellulare che paiono perdurare anche nel caso di cellule staminali (siano esse adulte od embrionali). La comprensione del processo di differenziazione e di trans-differenziazione consentirebbe di produrre linee cellulari (tessuti? organi?) semplicemente a partire dalla modulazione e dalla regolazione dei sistemi di differenziazione cellulare, senza dover ricorrere a cellule staminali embrionali e senza ripartire dallo sviluppo embrionale interrompendolo ad un certo punto.

Risorse etiche
Nel caso sia possibile confermare queste nuove linee di ricerca, ritengo che già disponiamo di risorse etiche per affrontarle. In primo luogo, possiamo ricorrere alla promozione della persona umana quale criterio etico di riferimento (human flourishing, nell’ambito anglosassone). Tale criterio è presente sia nel dibattito bioetico ad ampio spettro, sia in ambito morale, all’interno di una prospettiva di fede quale quella cristiana e, più specificatamente, cattolica. Si tratterebbe di comprendere tale promozione a partire da una conoscenza sempre maggiore dell’umano, iniziando dal livello genetico, ma non limitandosi alla sequenza dei geni. Tale conoscenza, potrebbe consistere anche in una promozione della vita in quanto tale (includendo quindi animali e piante). A partire dalla comprensione sempre più profonda della vita animale e vegetale sarebbe forse possibile superare rigide dicotomie esistenti tra ciò che è umano e ciò che non lo è, proponendo e valorizzando nuovi modi d’interazione tra gli esseri viventi che vadano nel senso non solo della difesa, ma della promozione dell’intero ecosistema.
In secondo luogo, parlare di promozione della vita presuppone un’attenzione complessiva al bene comune e ai modi in cui esso può essere individuato e rafforzato. Non ho la presunzione di definire cosa è bene per tutti e dovunque d’emblée, ma sono interessato e disposto ad un confronto che consenta una sua definizione, valorizzando così questa risorsa presente sia nella riflessione etica non-confessionale sia in ambito cattolico (soprattutto, forse anche esclusivamente, nel contesto della riflessione in morale sociale). La sfida etica è cercare di definire cosa è bene comune oggi. Viviamo infatti in un contesto mondiale globalizzato e, al tempo stesso, “localizzato” , caratterizzato da multiculturalità e multiconfessionalità, con la necessità etica d’interagire con il pluralismo, con i rischi di continuare sotto mentite spoglie forme di colonialismo etico , ed in presenza di proposte che intendono risolvere tali tensioni con un approccio relativista fondato esclusivamente sul soggetto o a partire da una comprensione dell’autonomia e della capacità di scelta non situate e non attente alle dinamiche relazionali personali e sociali.
L’individuazione, precisazione, e promozione del bene comune richiede una capacità di confronto e di collaborazione interdisciplinare con necessarie verifiche ed adattamenti progressivi. Tendere verso la comprensione di cosa può promuovere il bene comune pare comunque richiedere un ampio orizzonte di attenzione etica. Nell’ambito della bioetica ciò significa che non si potrà separare la considerazione delle potenzialità offerte in ambito terapeutico — per esempio, dal progresso delle conoscenze genetiche — dall’insieme delle problematiche riguardanti la salute umana e le condizioni di vita dell’ecosistema. Ciò include, ma oltrepassa, il problema dell’accesso all’utilizzazione di quanto le nuove tecnologie potranno offrire ai cittadini. Si tratta infatti di considerare con accuratezza quali sono bisogni di salute primari che non possono essere disattesi nelle nostre città e metropoli, nei paesi e nelle campagne, nell’Occidente industrializzato e nelle parti del mondo in cui lo sviluppo economico è più ostacolato.
Riflettere sulla promozione della vita e sulla comprensione di cosa costituisce il bene comune oggi conduce, quindi, ad esaminare i concetti di giustizia che sono operativi all’interno della nostra società italiana e in ambito mondiale. Come è noto, il contributo cristiano, e cattolico, a questa riflessione insiste sulla necessità di un’attenzione concreta ed efficace alle fasce più marginali e marginalizzate, accompagnandole affinché vengano riconosciuti i loro diritti.

NOTE
Cf Jennifer Couzin, “Breakthrough of the Year,” Science 298, no. 5602 (2002) 2296-2297, Donald Kennedy, “Breakthrough of the Year,” Science 298, no. 5602 (2002) 2283. Tali recenti scoperte riguardano: (1) i piccoli RNA temporanei, chiamati micro RNA (miRNA), che controllano l’espressione genica reprimendo la traslazione o degradando l’RNA messaggero (mRNA) di riferimento; (2) gli RNA che rendono silenti i geni (interfering RNA, RNAi) che sono prodotti da aberranti RNA a partire dall’enzima Dicer. Inoltre, gli RNAi possono modificare la struttura della cromatina e, quindi, alterare l’espressione genica nello stesso genoma.
Ad esempio, al 44° convegno annuale della Society of Christian Ethics a Pittsburgh, Pennsylvania, il 10 gennaio 2003, il paper di Audrey A. Chapman, “Should we design our descendants?”, riguardante il tema delle manipolazioni genetiche, ha visto una grande partecipazione degli eticisti e moralisti presenti al convegno. L’autrice, che appartiene all’American Association for the Advancement of Science, ha recentemente pubblicato: Audrey R. Chapman, Unprecedented Choices: Religious Ethics at the Frontiers of Genetic Science, ed. Kevin J. Sharpe, Genetics and the Sciences (Minneapolis: Fortress Press, 1999). Per quanto riguarda la terapia genica, l’ultima complicazione, in ordine di tempo, è apparsa sul numero del NEJM in data 16 gennaio 2003: S. Hacein-Bey-Alina et al., “A Serious Adverse Event after Successful Gene Therapy for X-Linked Severe Combined Immunodeficiency,” New England Journal of Medicine 348 (2003) 255-256; P. Noguchi, “Risks and Benefits of Gene Therapy,” New England Journal of Medicine 348 (2003) 193-194.
A proposito di terapia genica ed enhancement, vedi, ad esempio, LeRoy Walters and Julie Gage Palmer, The Ethics of Human Gene Therapy (New York and Oxford: Oxford University Press, 1997).
Non a caso, oltre alla difficoltà di successo nella clonazione riproduttiva animale, si sono riscontrate complicazioni ed alterazioni nello sviluppo e nel metabolismo degli animali clonati. Cf Gina Kolata, “Sheep Clone’s Cells Aging Faster Than She Is,” The New York Times, 27 May 1999, A24; “Multiple Gene Defects Found in Clones,” Science 297, no. 5589 (2002) 1991. Per una lettura storica-antropologica-teologica, cf Mark V. Attard, “Spunti di Antropologia Genetica: La Clonazione,” in Antropologia Cristiana: Bibbia, Teologia, Cultura, ed. Bruno Moriconi (Torino: Città Nuova, 2001) 841-889.
Cf Anne-Mari Håkelin et al., “Reprogramming Fibroblasts to Express T-Cell Functions Using Cell Extracts,” Nature Biotechnology 20 (2002) 460-466; Wolf Reik and Wendy Dean, “Back to the Beginning,” Nature 420, no. 6912 (2002) 127.
Aggiungo, inoltre, che l’attenzione a queste nuove linee di ricerca potrebbe consentire d’impostare il discorso etico senza ipotizzare scenari altamente problematici di tipo eugenico quali quelli considerati da Hans Jonas e, più recentemente, Jürgen Habermas. Cf Hans Jonas, Tecnica, Medicina ed Etica: Prassi del Principio Responsabilità, trad. Paolo Becchi e Anna Benussi, Biblioteca Einaudi 6 (Torino: Einaudi, 1997); Jürgen Habermas, Il Futuro della Natura Umana: I Rischi della Genetica Liberale, trad. Leonardo Ceppa, Biblioteca Einaudi 142 (Torino: Einaudi, 2002).
Cf D. Callahan, “Universalism & Particularism. Fighting to a Draw,” Hastings Cent Rep 30, no. 1 (2000) 37-44; Daniel Callahan, La Medicina Impossibile: Le Utopie e gli Errori della Medicina Moderna, trad. Rodolfo Rini, I Saggi 155 (Milano: Baldini&Castoldi, 2000); Ezekiel J. Emanuel, The Ends of Human Life: Medical Ethics in a Liberal Polity (Cambridge, MA, and London, England: Harvard University Press, 1991), Andrea Grillo, “Il «Bene Comune» nella Dottrina Sociale della Chiesa,” Rivista di Teologia Morale 26, no. 103 (3) (1994) 409-418; David Hollenbach, The Common Good and Christian Ethics, ed. Robin Gill, New Studies in Christian Ethics (Cambridge, UK: Cambridge University Press, 2002); Paul Lauritzen et al., “The Gift of Life and the Common Good. The Need for a Communal Approach to Organ Procurement,” Hastings Center Report 31, no. 1 (2001) 29-35; June O’Connor, “Making a Case for the Common Good in a Global Economy: The United Nations Human Development Reports [1990-2001],” Journal of Religious Ethics 30, no. 1 (2002) 157-173; Francis Schüssler Fiorenza, “La Sfida Portata alla Riflessione Etica dal Pluralismo e dalla Globalizzazione,” Concilium, no. 4 (2001), Amartya Sen, “Le Capacità e il Futuro della Libertà,” Etica per le professioni 3, no. 1 (2001) 71-76. Per quanto riguarda i documenti del magistero cattolico, cf Conférence épiscopale d’Angleterre et du Pays de Galles, “Voter Pour Le Bien Commun,” La Documentation Catholique 48, no. 2249 (2001) 542-546; Vescovi cattolici del bacino del Columbia (USA-Canada), “Rispetto Per la Creazione e Bene Comune,” Il Regno-Documenti 46, no. 886(15) (2001) 498-507. Inoltre: Rerum novarum, Quadragesimo anno, Divini Redemptoris, Mater et magistra, Pacem in terris, Gaudium et spes, Populorum progressio, Octogesima adveniens, Laborem exercens, Sollicitudo rei socialis, Centesimus annus, Veritatis splendor, Evangelium vitae.
Vedi il neologismo glocal proposto ed utilizzato per definire la situazione contemporanea.
Mi riferisco al dibattito riguardante il ruolo di argomentazioni fondate sui diritti umani in contesti sociali, culturali e religiosi diversi da quello occidentale marcato dalla rivoluzione illuminista.