Gianfranco Di Segni - Intervento al seminario bioetico "Dialogo sulla vita umana" Stampa E-mail

Gianfranco Di Segni
Istituto di Biologia Cellulare, CNR
Collegio Rabbinico Italiano

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Intervento al seminario bioetico "Dialogo sulla vita umana"
Assisi 29 gennaio 2003


L’approccio ebraico alla ricerca scientifica


Qual è l’approccio ebraico alla scienza? Penso che il modo migliore per illustrarlo sia citare un verso dalla Bibbia, dal libro della Genesi: all’inizio della creazione Dio pone la prima coppia umana, Adamo ed Eva, nel Giardino dell’Eden e dice loro che dovranno “lavorarlo e custodirlo” (Gen. 2:15). Questa è la missione dell’Uomo: lavorare il mondo, perfezionarlo, migliorarlo ma al contempo custodirlo, preservarlo, mantenerlo intatto per le future generazioni.
Un altro verso della Genesi (2:3) afferma che Dio nel 7° giorno “cessò da ogni Sua opera che aveva creato per fare”: i Maestri del Talmud, interpretando queste parole, sottolineano che non è scritto che “aveva creato ed aveva fatto”, ma “aveva creato per fare”. Il testo biblico ci vuole insegnare che “c’è ancora da fare” e questo è proprio il compito dell’Uomo. L’Uomo è chiamato, dai Saggi del Talmud, “socio del Signore Iddio” nell’opera della creazione.
Un altro verso della Bibbia, del Deuteronomio, parla della “saggezza e dell’intelligenza” del popolo d’Israele agli occhi degli altri popoli. Il Talmud dice che questa saggezza ed intelligenza è la capacità di calcolare le orbite dei pianeti e delle stelle. È bene ricordare che il Talmud è stato composto circa 1500 anni fa nelle Accademie ebraiche di Babilonia, una regione quindi dove l’astronomia (la scienza principale dell’epoca) era ben conosciuta. Per gli ebrei, occuparsi di astronomia, o se vogliamo di ricerca scientifica in senso lato, è motivo di vanto.
In un altro passo del Talmud si racconta che il fuoco fu un dono di Dio ad Adamo: il contrario esatto del mito greco di Prometeo, dove è l’uomo che ruba il fuoco agli dèi.
L’Uomo è stato messo nel giardino dell’Eden “per lavorarlo e custodirlo”: il fuoco, che se vogliamo rappresenta la tecnologia, deve servire per migliorare il mondo, non per distruggerlo.

Vorrei ora passare a un esempio di un possibile contrasto fra la curiosità dello scienziato e l’esigenza etica.
Ho partecipato un mese fa a un convegno in Israele, a Gerusalemme, nel quale sono stati affrontati, fra gli altri, problemi di bioetica e del rapporto fra scienza e società, scienza e religione, con la partecipazione di professori universitari e ricercatori, rabbini, politici. Un po’ come questo convegno.
Uno degli intervenuti è stato il Prof. Michel Revel, di origine francese (credo di Strasburgo), da più di trent’anni in Israele all’Istituto Weitzmann, uno degli scienziati più autorevoli nella biologia molecolare. Revel è anche un ebreo religioso e osservante (in genere rifuggo da questo tipo di classificazioni, ma in questo caso faccio un’eccezione, dato il contesto in cui ci troviamo oggi, un incontro fra “laici” e “credenti”). Revel ha parlato fra l’altro della clonazione. L’ha portata come esempio di “terrorismo mediatico”. La gente è stata spaventata dai media riguardo ai rischi e alle mostruosità morali insite nella clonazione.
Pericoli nella clonazione ce ne sono, e tanti, ma essi derivano soprattutto dal punto di vista tecnico-scientifico. Infatti, sono molto più numerosi gli insuccessi dei tentativi riusciti; inoltre, le cellule nascono già “vecchie”, a causa probabilmente della struttura dei cromosomi. Il rischio di mettere al mondo un essere che forse dopo anni manifesterà una malformazione è molto alto, e per questo la clonazione va senz’altro proibita, almeno nell’uomo.
Ma ci sono anche degli impedimenti di ordine morale e religioso nella clonazione, o meglio, nel “trasferimento nucleare”, come oggi gli scienziati preferiscono chiamarla? E’ stato detto che si metteranno al mondo dei bambini fotocopia: quest’affermazione fa sorridere qualunque biologo. La personalità di un individuo, il suo carattere sono plasmati non solo dal genoma, ma anche dall’impatto ambientale. Figuriamoci se è possibile che un clone, nato decenni dopo, sia psicologicamente e culturalmente uguale al “genitore”. Forse gli assomiglierà (anche fisicamente), così come i figli “normali” assomigliano ai propri genitori. Anche i fratelli si assomigliano fra di loro, e ancor più si assomigliano i gemelli identici. Nessuno ha mai pensato che mettere al mondo dei gemelli sia un atto immorale per il fatto che essi si ritrovano lo stesso patrimonio genetico e sono la “fotocopia” uno dell’altro. Quello che conta è l’individuo nella sua totalità, non solo nel suo DNA; altrimenti si rischia di idolatrare il DNA, che invece è solo una componente dell’individuo. Tornerò in fondo a parlare di gemelli.
Un altro problema che è stato sollevato riguardo alla clonazione è quello della paternità e maternità. Se il nucleo viene dal padre e l’ovulo de-nucleato (privato del nucleo) dalla madre, è ovvio che questi sono i genitori del futuro bambino. Nessuno penserebbe mai, credo, che dato che l’ovulo è stato privato del nucleo, la madre non sia madre. Primo, perché l’ovulo, anche denucleato, contribuisce allo sviluppo embrionale, con il suo citoplasma, il suo DNA mitocondriale ecc., molto più di quanto si pensi; secondo, perché chi può realmente pensare che una donna che ha tenuto in grembo e partorito, e magari allattato, un bambino non sia sua madre solo perché non gli ha dato i suoi cromosomi.
I problemi si potrebbero però porre se l’ovulo e il nucleo provengono entrambi dalla madre, ad esempio perché il padre è affetto da una malattia genetica. Chi sarà il padre del bambino così nato? Il bambino non avrà in effetti un padre “biologico”, ma avrà comunque un padre in senso lato. Del resto, lo stesso caso si pone con l’inseminazione artificiale eterologa: anche lì c’è una madre e non c’è, di fatto, un padre biologico, perché se non sai chi è tuo padre, è come se non ce l’avessi. Si potrebbe obiettare che lì, però – nell’inseminazione eterologa -- il DNA maschile c’è; ma anche nel clone derivato da ovulo e nucleo della sola madre c’è DNA maschile, ed è quello del nonno materno. Con questo non voglio dire che l’inseminazione eterologa sia sic et simpliciter ammessa dalla legge ebraica (infatti non lo è, salvo casi eccezionali e in particolari condizioni), voglio solo dire che il problema della paternità e maternità è simile nei due casi, e le risposte date per l’inseminazione eterologa possono essere opportunamente estese anche a un eventuale bambino nato per “trasferimento nucleare”.
Si è detto che con la clonazione si interviene direttamente nella creazione dell’essere umano, sostituendosi, per così dire, a Dio: ma anche la fecondazione in vitro, una pratica comune in centinaia di centri specializzati, è una manipolazione diretta dei gameti dai quali deriverà il nuovo essere e le tecniche usate non sono sostanzialmente diverse da quelle necessarie per il trasferimento nucleare.
Concludendo questo breve excursus sulla clonazione, anche in campo ebraico ci sono autorevoli rabbini che sono contrari, perché vi vedono un sovvertimento dell’ordine naturale della creazione. Ma credo (e questa è una mia impressione personale) che essi non siano abbastanza dentro agli aspetti tecnico-scientifici della metodica. D’altra parte, ci sono altri rabbini, altrettanto autorevoli, che sono sì contrari, ma solo perché la tecnica ancora non è stata sufficientemente sviluppata. Quest’ultima è la posizione, p. es., del Rabbino Dr. Yigal Shafran, professore di bioetica alle Facoltà di Medicina dell’Università ebraica di Gerusalemme e del Politecnico di Haifa, e capo del Dipartimento di etica medica ebraica del Rabbinato centrale d’Israele.
Il “trasferimento nucleare” negli uomini è quindi sicuramente proibito allo stato attuale delle conoscenze, ma la sperimentazione negli animali va proseguita, per vari motivi: primo, perché se e quando, fra 5 o 10 anni, saranno risolti gli attuali problemi tecnici (forse insormontabili), il “trasferimento nucleare” potrà essere preso in considerazione come metodo per risolvere i problemi d’infertilità della coppia, qualora altri metodi si dovessero rivelare improduttivi. Secondo, perché il “trasferimento nucleare” è uno strumento eccellente nelle mani dei ricercatori per studiare i problemi fondamentali dello sviluppo, ossia di come si passa da una singola cellula a un organismo completo (che è il Problema della biologia molecolare). Terzo, c’è la cosiddetta “clonazione terapeutica”, in cui si blocca l’embrione dopo pochi giorni di sviluppo e lo si utilizza come fonte di cellule e tessuti geneticamente uguali (o molto simili) al donatore per curarne determinate malattie. Non abbiamo il tempo ora per approfondire questo aspetto, ma secondo la visione ebraica lo status di “essere umano” non si acquisisce immediatamente, al solo contatto fra i gameti, ma in un periodo successivo. A questo proposito, nella clonazione non si verifica un incontro di gameti e formazione di uno zigote nel modo usuale: mi chiedo perciò – e lo dico assolutamente senza alcun tono polemico ma solo con spirito costruttivo e come contributo alla discussione con i colleghi cattolici –se, dal punto di vista cattolico, un embrione nato da trasferimento nucleare, invece che dall’incontro normale di due gameti, possa possedere uno status diverso, più “facile” in un certo senso, ai fini della loro utilizzazione per scopi terapeutici. Ovviamente, non c’è bisogno di dire che il “trasferimento nucleare” non è l’unica tecnica possibile; anche la ricerca sulle cellule staminali va portata avanti e può portare enormi contributi alla medicina. Ma non possiamo sapere a priori quale tecnica sarà più utile.

Allora, tutto è lecito? Ogni sperimentazione è ammessa?
L’altro ieri era il Giorno della Memoria della Shoà, dello sterminio degli ebrei perpetrato dai nazi-fascisti durante la II guerra mondiale. Alla televisione hanno fatto vedere uno dei documenti più sconvolgenti che abbia mai visto sull’argomento. Non parlo dei cadaveri ammonticchiati a centinaia uno sull’altro, che molte volte abbiamo visto, purtroppo anche in documentari girati in anni recenti. Parlo di un filmato (girato dai sovietici che avevano liberato il campo di Auschwitz), in cui si vedono decine di bambini che, a coppie, mano nella mano, camminano verso il cancello. Ma come, i bambini non erano i primi ad essere mandati nelle camere a gas, o direttamente – per fare prima – nei forni crematori, come ci hanno sempre detto i testimoni? Sì, era così, ma quelli erano bambini speciali, erano gemelli; per questo camminavano a coppie. Erano i gemelli superstiti alle sperimentazioni del famigerato Dr. Mengele. Che costui avesse fatto “ricerca” – si fa per dire – sui gemelli era cosa nota; ma vedere i bambini che mano nella mano escono dalle baracche di Auschwitz ha fatto un certo effetto.
Ecco, questo è un esempio di ricerca proibita. Iniettare il fenolo nel cuore dei gemelli per vedere come reagisce l’uno e come l’altro, come faceva Mengele, è una mostruosità morale; sperimentare il trapianto di cuore negli animali per poterlo poi applicare negli esseri umani, con lo scopo di salvare loro la vita, è lecito e anzi doveroso.
Il primo comandamento dato da D-o all’Uomo, come ci racconta la Bibbia nel libro della Genesi, riguarda l’albero della conoscenza del bene e del male. Questa è la bioetica: la capacità di distinguere fra ciò che è bene e ciò che non lo è.