Silvestro Duprè - Intervento al seminario bioetico "Dialogo sulla vita umana" Stampa E-mail

>Silvestro Duprè
Università di Roma La Sapienza
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Intervento al seminario bioetico "Dialogo sulla vita umana"
Assisi 29 gennaio 2003


Insegno Chimica Biologica alla Facoltà di Medicina dell’Università di Roma “La Sapienza”, faccio ricerca da quarant’anni nel campo del metabolismo dei composti solforati, quindi ricerca di base, e sono cristiano evangelico credente. Non so a quale casualità o a quale di questi tratti biografici sia dovuto l’onore di essere stato chiamato qui a partecipare a questo dibattito.
Ho quindi voluto tener conto di tutti questi aspetti nelle brevi considerazioni che presenterò, che voglio sviluppare in tre punti.
Anzitutto mi sia consentito di esprimere le mie perplessità sulla dizione “bioetica tra laici e credenti”. Non mi ci riconosco, non mi interessa vederli in opposizione, questa dizione ha una sapore molto italiano e legato ad una tradizionale contrapposizione tra due mondi che per forza devono avere leggi diverse. Non lo ritrovo in altre tradizioni culturali, dove probabilmente le posizioni dei credenti sono più sfaccettate ed il ruolo ed il significato della Chiesa, inteso come magistero, è spesso assai diverso da quello con cui siamo confrontati in Italia.
Mi sento laico e credente al tempo stesso, e non perché non cerco di capire quale sia la volontà del mio Creatore in ogni circostanza della mia vita ma perché mi sento anche molto rispettoso delle convinzioni degli altri e non posso e voglio imporre ad un non credente le mie scelte e le mie convinzioni. E’ la posizione che come evangelico ho tenuto in tante circostanze: a favore della legge sul divorzio o sull’aborto, profondamente contrario al divorzio e all’aborto nella mia vita personale. E se c’è contraddizione in questa posizione, è per me la contraddizione che segna sempre la vita del credente in continua tensione tra il Regno di Dio che viene e che è già presente in noi ed il mondo nel quale siamo posti e nel quale vogliamo e dobbiamo vivere, il mondo per il quale è venuto il Cristo. Questo, me ne rendo perfettamente conto, è il linguaggio di un credente. E nella mia libertà di credente cerco nella parola del Signore quale sia la sua volontà nei miei confronti: non leggi imposte e da imporre a tutti, ma l’amore di Dio che opera in me.
Se posso esprimerlo in modo paradossale, se Dio avesse messo nel paradiso terrestre un laico con la sua compagna, sono convinto che si sarebbe comportato nello stesso modo di Adamo: l’unica differenza che vedo tra laico e credente è che al credente è stata donata la fede per cui è confrontato continuamente con la legge di Dio. E quindi mi risulta difficile vedere posizioni nettamente distinte: la bioetica non è campo esclusivo dell’uno o dell’altro, ed una bioetica cristiana per me di tradizione protestante sarà un continuo problema di coscienza individuale, con al centro l’essere umano ed il rispetto per la sua dignità come creatura di Dio.
Nel mio lavoro di ricercatore assai spesso mi sono chiesto cosa potesse significare, nel contesto della ricerca scientifica, la parola di Gesù riportata in Matteo 6: “Nessuno può servire a due padroni ……. Voi non potete servire a Dio ed a Mammona”. Quale sia la volontà di Dio e quale sia Mammona, la tentazione presente nel mio e posso dire nel nostro lavoro, data la presenza di molti colleghi. Nel mio lavoro di ricerca, che è di scarso impact factor e di ancor più scarsa risonanza mediatica, assaporo spesso, anche se con fatica, la sensazione di libertà di non essere condizionato da interessi economici, dato che industria o macchine belliche o multinazionali farmaceutiche non investono in questo campo, che pure si occupa della vita umana. E questo dev’essere uno degli aspetti di Mammona, la pressione del denaro a condizionare la libertà della ricerca, quanto simile alla libertà del cristiano di cui parla Paolo. Che strana similitudine tra libertà della ricerca e libertà del cristiano. Qual è il limite? La legge di Dio? Ma può essere scavalcata, certo subendone le conseguenze. O il limite è l’amore, come dice Paolo nell’Epistola ai Galati? Cos’è l’amore nella ricerca scientifica? C’entra? E’ sufficiente dare regole o dettare ed imporre divieti per chiarire i limiti imposti dall’amore? E questa libertà della ricerca, così spesso invocata, posta su alto piedistallo o condannata, che origina dalla libertà delle idee e dalla curiosità di conoscere, spesso mi ha posto grossi problemi. L’impossibilità di prevedere le future conseguenze di una ricerca o al contrario la piena coscienza di possibili usi nefasti o impropri; l’uso di tante tecniche, di per se puramente asettiche ed al di sopra del bene e del male; la tentazione e spesso la necessità della sperimentazione su animali o addiritttura sull’essere umano; il concetto così relativo di progresso-bene per la società, di avanzamento delle conoscenze; l’irrompere talvolta improvviso di profondi problemi di coscienza da cui nessuno, nemmeno la legge di Dio per un credente, mi può sollevare. Questi sono tutti aspetti di bioetica che sento profondamente nel mio lavoro: non problemi astratti ma scelte concrete che devo fare.
Un altro aspetto ritengo che sia la tentazione di potenza intellettuale e di potere su chi non è addetto ai lavori che fa del ricercatore (specialmente nei campi oggi di gran moda o di profonda importanza) una specie di gran sacerdote, questa volta sì laico, che in nome spesso della “Scienza” maiuscola si pone in contrasto con regole accettate da molti e zittisce coscienza critica. Non sento comunque la necessità di regole imposte: richiedo invece un vasto contributo di idee ed opinioni dal quale fosse possibile distillare una certa linea comune.
L’esempio recente di clonazioni umane o presunte tali mi sembra che riscuota quasi unanime condanna, che siano laici, credenti o gerarchie ecclesiastiche.
La terza ed ultima considerazione, e sarei contento se qualcuna di queste mie argomentazioni, che non ritengo banali riportare in questo contesto, potesse essere motivo di riflessione per taluni di voi, riguarda le mie preoccupazioni di scienziato. Non sono molto legate al presente, all’individuo, a quanto stiamo facendo su noi stessi. Sono legate al mondo che lasciamo ai nostri figli e discendenti. Al calo della superficie verde, al di sotto di una certa soglia l’equilibrio ossigeno/anidride carbonica si sposta a nostro sfavore; all’immissione indiscriminata nell’ambiente di allergeni di tutti i tipi, spesso non biodegradabili, forieri di patologie immunologiche non dominabili; alla desertificazione con l’aumentato sfruttamento ed impoverimento del suolo coltivabile e sempre meno evitabile ricorso alle manipolazioni genetiche; alla sempre crescente forbice tra paesi ed individui ricchi e poveri, con le inevitabili pressioni, rivoluzioni e repressioni; alla manifesta incapacità della persona umana ad anteporre al “suo particulare” l’interesse della collettività più o meno allargata; ai formidabili progressi della medicina con l’allungamento della vita media nel mondo ricco unita strettamente alla totale mancanza di volontà nell’affrontare e risolvere le drammatiche stragi epidemiche nel resto del mondo.
Se non fossi credente, che spera nella rapida venuta del Regno di Dio, non saprei facilmente dove trovare fiducia.
Credo che anche tutto questo sia bioetica della vita.