Domenico Di Virgilio - Intervento al seminario bioetico "Dialogo sulla vita umana" PDF Print E-mail

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Domenico Di Virgilio
Camera dei Deputati
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Intervento al seminario bioetico "Dialogo sulla vita umana"
Assisi 29 gennaio 2003


PREMESSA
In tutti gli organismi nazionali ed internazionali preposti a misurarsi su temi in cui l’impatto delle coscienze è preponderante, specialmente quando si affrontano problemi che toccano da vicino la “vita” , nella sua intima essenza, e “l’uomo” con il suo disegno di “creatura” unica ed irripetibile, da sempre si è assistito allo scontro di concezioni diverse, e talora contrapposte, fino all’affermazione di un dualismo apparentemente inconciliabile: “Bioetica laica” e “Bioetica cattolica”.
Altri, con perizia e profonda analisi, hanno giustamente contestato questo dualismo “semantico” costruito più ad arte e “tout court” per dare una più facile, seppur superficiale, lettura delle conclusioni scaturite dai dibattiti, più che per rispondenza ad una verità scientifica.
Così come non è concepibile una bioetica condivisa senza una antropologia condivisa. La bioetica interpella la fede ed è da questa interpellata. “Fede è apertura a un ordine trascendente di realtà e di significati, di verità e di valori. Dunque il cristiano ha la consapevolezza riflessa ed esplicita di ciò che ogni essere umano è comunque in grado di percepire, cogliendone e rispettandone tutti i significati e i risvolti morali. Ciò sta a significare anzitutto che alla base di una bioetica non può non esserci una fede, perché la vita umana in ciò che ha di assoluto e perciò di sacro e di santo esige una fede come capacità di coglierne il valore indisponibile e inviolabile. Senza questa fede la vita umana è ridotta al rango di cosa, è un effetto, un prodotto su cui la scienza e la tecnica possono esercitarsi indifferentemente. La fede è questo conoscere penetrante il dato: un conoscere impegnato e profondo, perché coinvolgente il conoscente e trascendente l’osservazione, in grado di ri-conoscere significati e valori” (M. Cozzoli, “Bioetica e Fede”, pag. 9).
Con questo non si cede o si sconfina in alcun confessionalismo bioetico, perché la fede – che per il cristiano attinge alla rivelazione biblica e alla riflessione teologica – ha qui per ogni uomo la valenza e il ruolo di una via conoscitiva che unicamente consente all’intelligenza di svolgersi in pienezza, penetrando il mondo dei valori con la loro carica di esigenza.
La contrapposizione tra una bioetica laica e una bioetica cattolica è un modo scorretto e fuorviante – un’approssimazione pseudo-culturale – di porre un problema. Essa è frutto del preconcetto laicista che in bioetica un cristiano, un cattolico non può che esprimere convinzioni e motivazioni dogmatiche, a differenza del cosiddetto laico che avrebbe invece libertà di pensiero e d’espressione. La teologia e il magistero della Chiesa enunciano e motivano le norme morali in nome dell’uomo e perciò per via razionale. Il riferimento alla rivelazione e alla fede è per essi una ri-significazione, una luce di senso ulteriore che non contraddice e nulla toglie ma piuttosto approfondisce, amplia e provoca i significati e i motivi razionali (M. Cozzoli, “Bioetica e Fede”, pag. 10).
E’ innegabile che una “formazione”culturale, filosofica e religiosa differenti produca con più facilità “visioni” non univoche.
La nostra società si trova in una situazione paradossale nei confronti della morale: per un verso è quasi soffocata dai problemi di etica, per altro verso censura ogni proposta morale globale. Giustamente è stato affermato che “la nostra cultura, che abbiamo caratterizzato come eclissi della morale, è tormentata dai problemi di etica”. Si potrebbe addirittura affermare che proprio l’impegno per occultare il problema centrale e fondamentale della morale ha avuto come conseguenza logica l’apparizione di problemi etici particolari sempre più insolubili.
A questa situazione di sconcerto e di ambiguità ha contribuito la serie di discussioni morali che hanno proliferato nei mezzi di comunicazione. L’artificiosità degli argomenti e la sconcertante radicale pluralità degli stessi inducono alla convinzione che il mondo morale sia costituito da una serie di opinioni tra cui ciascuno sceglie a proprio piacere. Il risultato ricorda la torre di Babele in cui tutti lavorano e nessuno si capisce (L. Melina, “Soffocati dall’etica perché dimentichi della morale”, in Il Futuro dell’uomo: fede cristiana e antropologia, CEI pagg.287-288).
Per questo e altri motivi il futuro si presenta infatti, ma soprattutto in un’epoca come la nostra, caratterizzata da grandi scoperte scientifiche, come una grande scommessa etica. Ciò fondamentalmente dipende dal modo come s’imposta oggi il discorso morale, dal modo come l’uomo contemporaneo assume le sue responsabilità etiche, dal modo come egli pensa di doversi fare carico delle esigenze delle generazioni future in quelli che sono gli ambiti più a rischio per le conseguenze che possono provocare su coloro che verranno dopo di noi, come appunto quelli dell’ecologia, della genetica, dei trapianti, ecc... L’assunzione di queste responsabilità, infatti, dipende fondamentalmente dalla concezione etica della realtà o dalla visione stessa che egli ha dell’etica. Dire, infatti, che le scelte etiche dell’uomo di oggi si possono ripercuotere positivamente o negativamente sulle generazioni future, significa semplicemente evidenziare un dato di fatto incontrovertibile, ma non significa ancora evidenziare quell’elemento che caratterizza e contraddistingue, oggi, in modo quasi del tutto impercettibile, la visione etica della realtà e che, perciò, determina conseguenze anche deleterie per le persone umane che verranno a vivere su questa terra nel futuro (S. Privitera “La scommessa etica del futuro” in Il Futuro dell’uomo: fede cristiana e antropologia, CEI pag. 295).
I problemi umani più dibattuti e diversamente risolti nella riflessione morale contemporanea si ricollegano, sia pure in vari modi, ad un problema cruciale: quello della libertà dell’uomo.
Nella libertà il conoscere e il volere, il comprendere e l’operare sono inseparabili. Non solo è inconcepibile una fede aliena dal vissuto, ma la fede è principio di vita morale; il cristiano attinge alla fede il vissuto etico. Una fede eticamente irrilevante e dissociata non diventa una fede adulta, in grado di integrare, significare e attivare tutta la vita del cristiano e aprirla così alla testimonianza trasparente e attraente per gli altri (M. Cozzoli, “Fede e Morale: dalla fede la scaturigine del comportamento morale”).
Non c’è dubbio che il nostro tempo ha acquisito una percezione particolarmente viva della libertà. “In questa nostra età gli uomini diventano sempre più consapevoli della dignità della persona umana”. Da qui l’esigenza che “gli uomini nell’agire seguano la loro iniziativa e godano di una libertà responsabile, non mossi da coercizione bensì guidati dalla coscienza del dovere”. Così, il senso più acuto della dignità della persona umana e della sua unicità, come anche del rispetto dovuto al cammino della coscienza, costituisce certamente un’acquisizione positiva della cultura moderna (Veritatis Splendor, pag. 94-95).
Al principio e alla base di un’etica che non vuole rinnegare se stessa, scomparendo nelle nebbie dell’opinabilità e dell’indifferenza, sta dunque la verità. Un’etica senza verità è una non-etica. Al principio e alla base della bioetica sta la verità della vita umana: la sua dignità e la sua sacralità (M. Cozzoli, “Bioetica e Antropologia”, pag. 5).
Il problema, pertanto, non è solo quello di affermare con H. Jonas il “principio di responsabilità”, che costituisce il punto di partenza di qualsiasi riflessione etica, quanto piuttosto quello di esaminare le caratteristiche etiche che si attribuiscono o che si dovrebbero attribuire a questa responsabilità, che dipendono sempre dalla visione etica delle cose, e le singole esigenze etiche che scaturiscono per ogni generazione dall’assunzione di una simile responsabilità (S. Privitera, “La scommessa etica del futuro” in Il Futuro dell’uomo: fede cristiana e antropologia, CEI pag. 295) .
Il nuovo millennio è anche cominciato all’insegna di un grande interrogativo etico e l’uomo si ritrova a un crocevia dove la possibilità stessa della sua sopravvivenza dipende dalle scelte etiche operate dalla generazione attuale. E’ diffusa oggi, talvolta in modo latente, tal altra in modo chiaro ed esplicito, la convinzione del bisogno che si ha di una riflessione etica, del dover dare un’impronta etica non solo e non tanto alla propria esistenza, ma anche e soprattutto alla vita dell’umanità, del dover reimpostare su altra scala i rapporti sociali, le coordinate politiche, gli agganci economici. Ai tanti interrogativi di una sempre più emergente esigenza etica all’interno della nostra società bisogna saper dare una risposta, sia creando quelle strutture che possano facilitare la promozione della stessa riflessione etica sia attuando un’opera di sensibilizzazione per affinare le capacità di un argomentare etico da parte della stessa società, nelle sue diverse stratificazioni culturali. Ma il bisogno di etica che si avverte non può identificarsi con il proposito di un livellamento relativistico – oggi latente ma sempre ugualmente visibile – delle esigenze etiche. Rispondere al bisogno di etica significa piuttosto, oggi ancor di più di ieri, creare i presupposti perché tutta quanta la società persegua una cultura della vita o perché tutti nella società siano posti nelle condizioni di orientarsi verso una cultura sensibile e attenta al valore della vita di tutti (S. Privitera, “L’etica come cardine del nuovo millennio” in Il Futuro dell’uomo: fede cristiana e antropologia, CEI pag. 297) .
E come S. Em.za il Card. Dionigi Tettamanzi afferma nel suo intervento al Congresso Internazionale degli Ostetrici e dei Ginecologi Cattolici nel giugno 2001: “…Si dirà – è questa la facile obiezione che può essere fatta – che lo sguardo religioso sulla vita umana è uno sguardo “poetico” e pertanto “sentimentale”. Sarà, ma è pur vero che anche la poesia e il sentimento sono una strada significativa per giungere alla realtà, anzi al cuore stesso della realtà, e dunque alla verità ultima. L’intuizione, infatti, costituisce indubbiamente una grande forza penetrativa e interpretativa della realtà.
Per questa via di conoscenza lo sguardo sulla vita umana nascente tocca il suo centro, il suo punto focale quando individua nell’essere umano vivente il suo proprium, ossia il suo elemento tipico e specifico, l’essere “persona”. E’ nell’essere “persona” che sta tutta la dignità propria dell’uomo, di ogni uomo, sempre e dovunque, in ogni fase e condizione di vita. Ma dire “persona” secondo una prospettiva antropologica non riduttiva e impoverita, ma integrale e adeguata – conoscibile da noi con la duplice luce della ragione umana e della rivelazione divina – significa dire una straordinaria ricchezza di contenuti.
Parlo di “riferimento etico”, dando qui per assodato che l’etica non è qualcosa che dall’esterno si sovrappone o si impone all’essere umano, bensì è qualcosa di intrinseco – direi di “innato” – allo stesso essere umano, una volta che lo si consideri nella sua struttura, nei suoi dinamismi e nelle sue finalità, cioè come essere “ordinato” ai valori, al Valore, con un’ordinazione che l’essere umano – in quanto razionale e volitivo – è chiamato ad assumere coscientemente e liberamente, nell’obbedienza cioè alla sua coscienza, che a sua volta è fedeltà al proprio essere persona. In questo senso san Tommaso d’Aquino afferma che “atti morali e atti umani sono la stessa cosa” (Idem sunt actus morales et actus umani: Summa Theologiae, I-II, 1, 3). Di qui anche il noto assioma agere sequitur esse. Come a dire, che l’agire umano altro non è che la rivelazione (e nello stesso tempo la coerenza operativa) dell’essere umano.
Ora di fronte alla vita umana, alla vita umana di ogni persona sta il dovere morale del rispetto, della difesa, della promozione nelle loro diverse forme, che trovano la loro radice e il loro impulso nell’amore alla vita. E’ questione di “giustizia” nei riguardi del diritto fondamentale, anzi fontale, di ogni essere umano”.

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LA VITA: INIZIO E FINE
Ed ancora l’Arcivescovo di Milano dirà in un suo intervento all’8° Congresso Nazionale della Società Italiana di Neonatologia nel maggio 2001: “ Cos’è la vita? Cos’è la nostra vita? Quando comincia? Quando finisce? Dove ci conduce?
Anche a non volere, queste domande ci interpellano da sempre, dall’inizio della nostra storia, e ci obbligano a riflettere e a cercare una risposta, che ci pare talora nuova e dinamica e talora antica e immutabile. Così nel tempo le stesse domande sulla vita, come pure le emozioni che da essa vengono suscitate, ci si ripropongono con accenti diversi e nuovi.
Il porsi le domande sulla vita è senza dubbio uno degli aspetti più delicati, ineludibili e decisivi dell’arte e della pratica medica. Giustamente – e non potrebbe essere diversamente – la Medicina, in ogni suo ambito e in specie in quello che concerne la vita nelle sue prime fasi di sviluppo, esige interventi concreti, tempestivi ed efficaci. Ma non poche volte, in nome di questa legittima e doverosa esigenza, si è portati a ritenere scontata la risposta alle domande sulla vita, o a metterla tra parentesi se non proprio a censurarla, o comunque ad accontentarsi di risposte più legate alle diverse tendenze culturali in atto che non ad una rigorosa e approfondita riflessione razionale. Infatti la vita, in quanto “umana”, non è qualcosa di “diverso” o di “altro” dalla persona, ma è precisamente – sempre e solo – questa stessa persona che vive. Non c’è vita umana al di fuori della persona. Per questo la comprensione della vita umana fa tutt’uno con la comprensione della persona, e viceversa. Il richiamo alla centralità della persona umana, anche soprattutto nell’impegno politico dei cattolici così come di chiunque si pone al servizio dei cittadini, è il punto nodale della Nota Dottrinale recentemente resa pubblica dalla Congregazione per la Dottrina della Fede.
E’ dunque l’antropologia, cioè la visione dell’uomo, a decidere la risposta alle domande sulla vita umana. Evidentemente il pluralismo esasperato e talvolta pieno di contraddizioni secondo cui oggi si considera la persona, sfocia in maniera inevitabile nella molteplicità e nella diversità di interpretazioni sulla vita umana, sui diritti e sulle responsabilità che la riguardano”.
“La scienza e la tecnica, preziose risorse dell’uomo quando si pongono al suo servizio e ne promuovono lo sviluppo integrale a beneficio di tutti, non possono da sole indicare il senso dell’esistenza e del progresso umano. Essendo ordinate all’uomo da cui traggono origine e incremento, attingono dalla persona e dai suoi valori morali l’indicazione della loro finalità e la consapevolezza dei loro limiti” (Donum vitae, Introduzione, 2).
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A) RIFLESSIONI SULL’USO DELLE CELLULE STAMINALI
Da sempre la Medicina mira alla guarigione delle patologie che affliggono l’umanità. Con il prolungamento della vita dell’uomo le patologie degenerative hanno quasi preso il sopravvento sulle altre, insieme al grave problema delle neoplasie.
E la scienza medica è tesa alla ricerca di rimedi definitivi passando obbligatoriamente attraverso una fase sperimentale sugli animali e poi, con grande prudenza, e con sempre maggiore attenzione anche ai problemi “etici”, alle applicazioni cliniche, con l’utilizzazione nell’uomo di nuovi farmaci e nuove tecniche.
La distruzione dell’architettura tissutale di un organo, legata alla morte delle cellule che lo costituiscono, è alla base della maggioranza delle patologie che affliggono la popolazione dei paesi industrializzati. Un approccio terapeutico risolutivo mira alla ricostruzione del tessuto alterato tramite trapianto di nuove cellule che possano sostituire quelle distrutte o alterate dalla malattia.
L’uso di cellule totalmente indifferenziate (come quelle staminali) “indirizzate” alla riparazione definitiva di lesioni dei più svariati organi non è solo suggestiva ma anche probabile e possibile e quindi da esplorare nella ricerca di soluzioni da proporre alla moltitudine di individui colpiti da gravi patologie con una speranza concreta di guarigione.
E la Commissione “Dulbecco”, di cui sono stato componente, si è posta con concretezza questa riflessione ed anche con grande attenzione e prudenza per non suscitare attese di rapide soluzioni, che per la verità anche nel “Rapporto Donaldson” sono evitate! I tempi, a meno di imprevedibili e fortunose scorciatoie, saranno comunque non brevi”
Le fonti possibili di cellule staminali sono:
- cellule staminali fetali
- cellule staminali embrionali umane
- cellule staminali da cordone ombelicale e midollo osseo
- cellule staminali adulte
- cellule staminali ottenute con la tecnica del trasferimento nucleare (TNSA) (clonazione terapeutica).
Non emergono particolari ed insuperabili problematiche etiche per lo studio e l’utilizzo di cellule staminali adulte, da cordone ombelicale e da midollo, e cellule staminali fetali.
Per quanto riguarda il prelievo da tessuti fetali, la necessità di tenere distinti le equipe che intervengono per praticare l’interruzione della gravidanza ed i ricercatori che prelevano e utilizzano le cellule fetali embrionali, è ovunque riconosciuta, unitamente ad alcune altre condizioni che sono state “codificate”.
Inoltre, tutte le richieste di uso di tessuto fetale devono essere sottoposte al Comitato Etico competente per le nuove terapie.
Per quanto riguarda la tecnica del trasferimento nucleare (TNSA), sono state considerate con molta attenzione due particolari tecniche, la cui ipotetica potenzialità è apparsa durante la discussione in seno alla Commissione.
La prima è quella indicata da COLMAN e KIND (“therapeutic cloning: concepts and praticality” Trend bioechnology 2000; 18: 192-196).
Essa prevede il trasferimento del nucleo di una cellula somatica del paziente in una cellula staminale, fetale e/o adulta (purchè non di tipo germinale) di un donatore, previamente enucleata, e l’induzione di una divisione cellulare che darebbe origine ad un clone di cellule staminali autologhe, successivamente inducibili verso la linea cellulare differenziata richieste per l’innesto.
Non vi sarebbe problema etico, non trattandosi di formare un embrione, se tale tecnica funzionasse; in questo caso, si è favorevoli all’utilizzazione – come fornitori di citoplasto – di cellule staminali umane da adulto e da feto (con esclusione in questo ultimo caso delle cellule germinali primordiali).
L’altra ipotesi è più complicata ed al momento è solo speculativa, teorica, ed anch’essa è stata discussa durante i lavori della Commissione Dulbecco. Si tratterebbe di utilizzare il citoplasma della cellula uovo, ma far sì che l’innesto del nucleo somatico non comporti l’avvio di un regolare sviluppo embrionale (dal quale prelevare cellule staminali), ma la formazione diretta dei cosiddetti “corpi embrioidi”, le cui cellule hanno valenza di cellule staminali.
Se nell’animale fosse dimostrato inequivocabilmente che tale tecnica è possibile – e si esclude da noi fermamente che questa ricerca venga fatta in campo umano – tale procedura potrebbe essere riconsiderata, riaprendo la discussione in proposito. Dunque, è necessario lavorare, in ambedue le ipotesi, sopra descritte sull’animale, ma di applicare nel contempo una moratoria in campo umano.
Ben più gravi e insormontabili difficoltà presenta l’utilizzazione di cellule staminali embrionali umane. Riteniamo che due affermazioni sono determinanti per il comportamento etico: 1) l’embrione è un essere umano con potenzialità di sviluppo ( e non un essere umano potenziale); 2) l’embrione, come ogni essere umano, ha diritto alla vita e perciò va rispettato come persona. Non si tratta di proiettare nell’embrione l’idea di persona fatta e finita, ma nemmeno di coltivare un’idea di persona che possa prescindere da questo inizio. Il legame tra embrione e persona va considerato come un processo unitario, dinamico e continuo.
L’espressione che meglio rappresenta l’intrinseca tensione tra i due poli (embrione e persona) è “l’embrione va rispettato come persona”. In altre parole, il rispetto che si deve alla persona è rispetto alla persona nelle sue diverse fasi, a cominciare da quella dell’inizio.
La vita umana, la sua dignità, non è più in alcune fasi e meno in altre. In questa prospettiva, quindi, le argomentazioni a favore della sperimentazione sugli embrioni sovrannumerari (il sacrificio di questi embrioni è proporzionato ai vantaggi sperati; un male minore rispetto a quello maggiore della loro distruzione; una giusta soluzione del conflitto tra diritto alla vita di questo embrione e il diritto del malato a essere curato) si fondano su una visione strumentale, per noi assolutamente inaccettabile, dell’embrione umano, al quale non si riconosce ancora il titolo di soggetto e, quindi, eliminabile a vantaggio di un soggetto che è già tale, come si pretende.
Inoltre, si osserva che, a partire dal dilemma “l’embrione o viene usato o viene distrutto”, significa accettare, in etica, l’insostenibile equiparazione tra “uccidere” e “lasciar morire”. In breve, le argomentazioni che proibiscono moralmente di creare embrioni per la sperimentazione, valgono anche per la proibizione dell’utilizzo di quelli già esistenti.
Nell’un caso come nell’altro, infatti, compare il mancato riconoscimento dell’embrione come soggetto umano e, quindi, la sua possibile strumentalizzazione, almeno nella prima fase della sua esistenza.
E’ inoltre necessario aggiungere che ferma restando la contrarietà, espressa da una consistente parte dell’opinione pubblica, alla formazione di embrioni da ritenere soprannumerari e, come tali, da destinare alla crioconservazione o alla ricerca, vi è da chiedersi se in tale circostanza un eventuale consenso materno ( o della coppia genitoriale) possa superare le oggettive riserve di ordine etico all’utilizzazione successiva di tali embrioni a scopo di ricerca: difficoltà evidentemente non superabili per chi ritiene di attribuire natura di soggetto umano al concepito.
Non può ritenersi lecito, pertanto, l’utilizzo degli embrioni attualmente crioconservati in quanto nessun consenso informato preventivo è stato dato per il loro utilizzo a scopo di ricerca.
Problemi ancora più complessi pone sul piano internazionale ed europeo, la clonazione cosiddetta terapeutica di embrioni a fine di prelievo di cellule staminali. A riguardo, si deve ricordare che il Parlamento Europeo si è chiaramente espresso sul tema con la Risoluzione del 7 settembre 2000. Nell’atto il Parlamento denuncia l’utilizzo di una “nuova strategia semantica”, intesa ad “indebolire il significato morale della clonazione umana” allo scopo principale di alimentare le pressioni per favorire ulteriori sviluppi della produzione e dell’utilizzo di embrioni. Al contrario, per l’Assemblea Parlamentare “non vi è alcuna differenza tra clonazione a fini terapeutici e clonazione a fini di riproduzione”.
Tutta la ricerca scientifica con ricadute sulla salute umana richiede mandatoriamente il passaggio attraverso modelli sperimentali animali validati. Rimane pertanto il dubbio che anche la ricerca sulle cellule staminali non possa prescindere da tale passaggio; ciò richiede da un lato un impegno a dimostrare, proprio in modelli animali, la veridicità dei presupposti scientifici, dall’altro la disponibilità di modelli riconosciuti e validati. E’ pertanto evidente che obiettivo prioritario della ricerca scientifica del settore debba essere quello di mettere a punto modelli animali specifici che, per le loro caratteristiche, rappresentino un “golden standard” di riferimento per tutti.
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B) PROCREAZIONE MEDICALMENTE ASSISTITA
Il concepimento di un individuo umano è il punto finale di un complesso processo detto “processo di fertilizzazione” il cui percorso consiste di parecchie tappe che avvengono in un ordine obbligato, e dà origine ad una sequenza di eventi che culmina nell’avvio dello sviluppo dell’embrione (dallo zigote, embrione unicellulare alle fasi successive rapidamente e strettamente collegate). In questa cellula fecondata, lo zigote, è presente in modo inconfutabile l’informazione genetica che ne caratterizza l’identità unica e irripetibile, c’è il nuovo essere umano che da quel momento ha tutta la dignità e i diritti di ogni altro soggetto umano..
Questa cellula rappresenta anche il punto esatto nello spazio e nel tempo in cui un nuovo organismo umano inizia il suo proprio ciclo vitale. Il nuovo genoma che si realizza nello zigote è frutto della fusione dell’informazione genetica proveniente dai due genitori, e in esso è inscritto il piano – programma secondo il quale il nuovo essere si autocostruisce gradualmente con una coordinazione e continuità di eventi che ne indicano l’individualità, assumendo il controllo di tutto il processo morfogenetico che è determinato a sviluppare un unico individuo umano.
Il riconoscimento della soggettività dell’embrione e quindi la sua dignità di persona è il necessario presupposto per impedire con le tecniche di procreazione artificiale la produzione di embrioni soprannumerari, il loro congelamento (crioconservazione), la sperimentazione e la loro manipolazione.
Non è perciò ragionevole né giusta una disciplina della procreatica che eviti di pronunciarsi sullo statuto dell’embrione con il riconoscimento quindi della sua piena umanità e la dignità di individuo appartenente alla specie umana da cui discende il riconoscimento dei suoi diritti alla vita, alla sua identità, alla famiglia.
I principi etici richiedono inoltre che anche quando vi fossero ragionevoli dubbi sulla presenza di una persona umana fin dalla fertilizzazione si debba, all’atto pratico, trattare gli embrioni umani dal concepimento in poi come persone. Il Comitato nazionale di bioetica, in un documento del 12 luglio 1996, affermava chiaramente: “Il Comitato è pervenuto unanimemente a riconoscere il dovere morale di trattare l’embrione umano, sin dalla fecondazione, secondo i criteri di rispetto e tutela che si debbono adottare nei confronti degli individui umani a cui si attribuisce comunemente la caratteristica di persona”. Non esiste quindi una categoria intermedia tra realtà umana e non umana. Si tratta di un giudizio sulla natura personale dell’embrione umano, giudizio che nasce dalla evidenza del dato biologico il quale implica il riconoscimento della presenza di un essere umano con una capacità attiva ed intrinseca di sviluppo e non di una mera possibilità di vita.
La vita embrionale non può essere esposta al puro desiderio, ad auspici ideologici o culturali dell’utile e del piacevole desiderio che non equivale a un diritto assoluto. Arrestare il ciclo vitale di un embrione umano, ad esempio con la crioconservazione, è espressione di “volontà di potenza” con cui qualcuno decide di un altro debole e indifeso. Se ne “sospende” la vita che però è “surgelata” e depositata in uno stato di attesa. Con quale destino? (selezione, commercio, sperimentazione…). A chi appartengono? Chi decide di essi?
Ma è bene sottolineare che nella elaborazione di una normativa non si può dimenticare che uno stato di diritto, pur se non può far propria una singola corrente di pensiero, non può neanche rinunciare ad alcuni valori che per lo Stato sono fondanti. Tali valori comuni vanno ricercati ed individuati in quei principi contenuti nella nostra Costituzione (principio di eguaglianza, principio personalistico, principio di “famiglia”).
I cristiani si rendono conto di non poter imporre con una legge a tutta la società questa loro altissima interpretazione. Ma essi chiedono che “almeno” la materia della fecondazione artificiale sia regolata in base ai principi che l’umanità tutta intera, senza distinzioni religiose e usando la sola ragione, ha elaborato nelle Carte dei diritti dell’uomo e nelle Costituzioni. In altri temini, come uomini e non come credenti chiediamo che sia scelto l’angolo di visuale secondo cui il primo bene da proteggere è quello del bambino e per cui il suo diritto alla vita e il suo diritto alla famiglia devono trovare riconoscimento anche nel confronto con il desideri, pur lodevole, degli adulti di avere un figlio.
Uno stato laico non può fare a meno di riferirsi a principi di etica, di etica naturale logicamente. Qualsiasi legge infatti, sia essa di contenuto economico o culturale o organizzativo, non può prescindere da principi etici.
E il mondo legislativo attuale, e quello politico in particolare, sembra tendere invece a non accettare la visione della legge naturale, e quindi dell’etica naturale, nella promulgazione di ogni legge che va a codificare ciò che si intende come “bene comune”.
E molti politici vogliono mantenere nettamente separate legge naturale e legge civile pensando che il reciproco influsso metterebbe in pericolo i principi democratici. Ma se non esistesse altra legge oltre quella civile, grande sarebbe il rischio che qualsiasi valore, anche la libertà, potrebbe essere cancellata da una semplice maggioranza di voti.
Invece la vita civile ed il suo ordinamento giuridico , come detto, esigono riferimenti a valori fondanti per cui seppure uno Stato laico non può far propria una singola corrente di pensiero, non può neppure e mai rinunciare ad alcuni valori che per esso sono fondanti.
Ora il rispetto della legge naturale è insito nelle norme costituzionali per quanto riguarda la famiglia. E questa, si badi bene, è anteriore alla politica e la politica vera, cioè intesa come servizio alla comunità civile, e non a “giochi” di potere e di pura battaglia ideologica, deve fedelmente assecondarla in quanto la famiglia rappresenta uno dei valori principali della legge naturale.
E in tal senso si tratta oggi di verificare se il principio della dignità umana, che è patrimonio comune della cultura moderna, è accolto in tutte le sue coerenti conseguenze, evitando violazioni dovute ad interessi pratici ed a convinzioni utilitaristiche. Tale obiettivo non può che essere comune a credenti e non credenti.
E sul principio inviolabile del rispetto della dignità umana la “Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo” dichiara solennemente: “Il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti uguali ed inalienabili costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo”.
Il rispetto della persona implica, allora, la tutela del primo diritto ad essa collegato, quello alla vita, vista, ovviamente, nella sua prospettiva non puramente biologica, ma globalmente umanizzata, vale a dire impregnata oltre che di stimoli e di sensazioni, anche di emotività, affettività, autocoscienza di sé, relazionalità. L’inviolabilità del diritto alla vita quale massima espressività della dignità della persona umana risulta dunque inevitabile corollario di una concezione antropologica dell’esistente, che scaturisce dalla percezione della sacralità dell’uomo, visto come signore e protagonista di un destino che in qualche misura lo trascende.
Ebbene, il diritto alla vita comporta per forza di cose la tutela assoluta del soggetto che è già esistente fin dal concepimento.
Dal riconoscimento della dignità umana deriva il principio di eguaglianza e da questo il dovere del legislatore di proteggere e promuovere particolarmente i più deboli, in modo che la regola della non discriminazione non sia soltanto proclamata, ma attuata concretamente e proprio i più deboli sono in gioco nella fecondazione medicalmente assistita.
Per riuscirci, appare necessario applicare coerentemente la prospettiva personalistica contenuta proprio nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e nei documenti internazionali successivi. In particolare, l’orientamento, in base al quale gli interessi e i diritti dei bambini devono prevalere su quelli degli adulti, è consacrato anche nell’art. 3 della Convenzione dei diritti del fanciullo approvata dall’O.N.U. nel 1989 e ratificata dall’Italia, in cui si afferma che anche il concepito, fin dalla fecondazione, è considerato come un “bambino” titolare del diritto alla vita (interpretazione della sentenza n°35 del 10 febbraio 1997 della Corte costituzionale).
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C) CLONARE = MANIPOLARE
Tra le sfide che maggiormente incombono sul nostro futuro, forse molto prossimo, quelle suscitate dalla genetica sono indubbiamente le più appassionanti ma anche le più preoccupanti.
La possibilità tecnica di sovvertire o di aggirare i metodi naturali, collaudati da milioni di anni di storia evolutiva degli organismi viventi, è oggi una realtà. L’umanità vive uno dei momenti più esaltanti ma anche più delicati proprio perché la stessa base organizzativa, indispensabile per l’attuazione degli organismi più complessi come l’Uomo, cioè la riproduzione sessuata, è oggi messa in discussione dai recenti sviluppi delle nostre conoscenze scientifiche e tecnologiche.
Clonazione è un termine divenuto quasi familiare anche se pochi conoscono la realtà vera che questa parola racchiude.
Quasi ogni giorno vengono comunicate in questo ambito esperienze mirabolanti per cui è lecito chiedersi ad esempio cosa succederà dopo la pecora Dolly ? Quali direzioni prenderà la scienza che oggi procede così rapidamente e in modo apparentemente inarrestabile ?
I forti interessi commerciali ed industriali, diciamolo subito, giocano indubbiamente un ruolo pesante e spingono pericolosamente verso una applicazione incontrollata delle tecnologie più avanzate. Basta guardare alla giungla della fecondazione artificiale !
Per fortuna, almeno così sembra, molte voci risuonano per richiamare gli scienziati alla prudenza e molte istituzioni anche internazionali cominciano ad emanare normative in questo campo. E’ bene ricordare che dieci anni fa nella enciclica “Evangelium Vitae” Giovanni Paolo II affrontò con grande efficacia anche questi problemi.
In tale testo il Santo Padre non si è esposto alla tentazione di entrare nel tunnel angusto di una casistica del lecito e dell’illecito ma ha giustamente esplorato la tematica sulla genetica nelle linee portanti del suo Magistero della vita: “Qui, gli dice, è in gioco il destino della nostra civiltà”. Egli ha voluto rendere tutti coscienti, credenti e non credenti, delle minacce incombenti, e spera e confida che tutti ci impegniamo per la comune causa della difesa della vita lasciando a ciascuno la ricerca delle forme più adatte per raggiungere lo scopo secondo il compito irrinunciabile della Chiesa, della tutela e salvaguardia globale dell’uomo e dell’umanità, e di considerare se le scoperte scientifiche vengano condotte sempre nel rispetto dei principi etici e siano effettivamente utilizzate a servizio della persona e dei valori morali !
Siamo perciò molto attenti a tutte quelle tecniche e a quelle acquisizioni scientifiche che possono portare a migliorare la qualità della vita e certo non ottusamente contrari a quegli interventi della terapia “genica” rispettosi della dignità della persona.
A tal proposito il filosofo HANS JONAS sottolineava: “il controllo biologico dell’uomo, specialmente il controllo genetico, solleva questioni etiche di genere completamente nuovo, alle quali nè la prassi, nè la teoria precedenti ci hanno preparato. Poiché sono in discussione nientemeno che la natura e l’immagine dell’uomo, la prudenza diventa il nostro primo dovere etico, e un ragionamento ipotetico la nostra prima responsabilità. Riflettere sulle conseguenze prima di prendere delle iniziative non è altro che normale prudenza”.
Ma è indubbio che la ricerca genetica è effettivamente, e sempre più, divenuta un “luogo di problematizzazione etica”.
Giovanni Paolo Il alla Accademia medica mondiale su questo tema affermava:
“Un intervento strettamente terapeutico che si ponga come obiettivo la guarigione di diverse malattie, come quelle che riguardano le deficienze cromosomiche, sarà considerato in linea di principio, auspicabile, purché tenda alla vera promozione del benessere personale dell’uomo, senza intaccare la sua integrità o deteriorare le sue condizioni di vita. Un tale intervento si situa infatti nella logica della tradizione morale cristiana”.
In ordine al problema dell’assetto genetico quindi una prima condizione preliminare, alla luce di quanto detto, è che tale assetto non è di per sè intangibile nè immodificabile da parte dell’uomo. Anzi possiamo dire che debba ritenersi persino volontà di Dio che l’uomo interagisca positivamente con la creazione per migliorarla.
E per rifarci a una celebre espressione di Albert Einstein possiamo dire che “se Dio ha fornito l’uomo di intelligenza e ragione non può che averlo fatto per migliorare quel suo primo e fondamentale atto creativo”.
Se allora appare legittimato un tale intervento occorre però valutare se tutti gli interventi possano ritenersi egualmente legittimi. Naturalmente, tutto questo ci porta a valutare le motivazioni per cui l’intervento sul genoma viene eseguito e quindi a spostare su questo la nostra attenzione etica. Senza entrare in una approfondita disamina del problema morale possiamo però senz’altro distinguere tra alcune finalità di ordine terapeutico in cui si “corregge” un errore della natura, così come si fa con qualsiasi altra patologia, e di modalità non-terapeutiche.
Quando viene applicata all’uomo, l’Ingegneria Genetica, pone necessariamente un problema morale, solleva cioè l’interrogativo se e come essa sia rispettosa dei valori dell’uomo in quanto uomo, anzi del valore che è l’uomo stesso.
Uno dei fondatori dell’I.G. P. Berg in una sua lettura magistrale affermava:
“L’aumento e l’uso diffuso delle tecnologie del DNA ricombinante ha sollevato il problema se certe indagini al confine tra la nostra conoscenza e la nostra ignoranza dovrebbero essere sospese per timore di ciò che potremmo scoprire o creare, comunque la libertà della scienza e della ricerca scientifica deve comporsi con la responsabilità e il dovere verso la salute e la sicurezza dell’uomo..”.
Sotto il profilo morale non c’è dubbio che l’obiettivo della terapia genetica sia positivo; essa si pone evidentemente a vantaggio e a servizio dell’uomo, dell’uomo sofferente e rientra nel sempre più vasto campo della lotta contro la malattia.
Il genoma umano non ha soltanto un significato biologico ma è portatore di una dignità antropologica. Non è pertanto lecito porre in atto alcun intervento sul genoma umano che non sia rivolto al bene della persona, intesa come unità di corpo e spirito, così come non è lecito discriminare i soggetti umani in base agli eventuali difetti genetici rilevati prima o dopo la nascita.
In un recente intervento alla Pontificia Accademia per la Vita il S. Padre, tra l’altro, ha affermato con chiarezza: “la Chiesa Cattolica invita gli scienziati a promuovere il bene della persona attraverso la ricerca scientifica volta a mettere a punto opportune terapie anche in ambito genetico, qualora risultino praticabili ed esenti da rischi sproporzionati. Ciò è possibile, per il riconoscimento degli stessi scienziati, negli interventi terapeutici, sul genoma delle cellule somatiche, non però su quello delle cellule germinali e dell’embrione precoce mediante l’Introduzione in organismi o cellule umane di un gene (cioè un frammento di DNA) per prevenire e/o curare una condizione patologica”.
In questo ambito é ineludibile affrontare il problema della “sperimentazione sugli embrioni”, in crescente espansione nel campo della ricerca e per le tecniche raffinate applicate per la “terapia genetica”. Or bene mentre non vi è chiusura preconcetta da parte della Chiesa che considera “leciti” nei confronti d’interventi terapeutici sull’embrione umano a patto che rispettino la vita e l’integrità dell’embrione, non comportino per lui rischi sproporzionati, siano finalizzati esclusivamente alla sua guarigione, al miglioramento nelle sue condizioni di salute o alla sua sopravvivenza individuale.
Del tutto inaccettabile eticamente è invece l’uso degli embrioni o dei feti umani come puro oggetto di sperimentazione in quanto lesivo della dignità di esseri umani quali essi sono.
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Dopo il grande interesse suscitato dalla clonazione della pecora Dolly (1997), prendeva il via l’ipotesi della possibilità di produrre cellule e tessuti umani attraverso analoghi procedimenti e l’allestimento di banche di tale prezioso materiale umano.
Si è così costruito un serio dilemma: o dare il via libera a tale produzione “benefica”, oppure impedire alla scienza di procedere verso la vittoria su malattie degenerative (come il morbo di Parkinson), metaboliche (come il diabete mellito insulino-dipendente), o oncologiche (come la leucemia). Si rende pertanto urgente chiarire i termini della questione ed esaminare da vicino la pertinenza di questo dilemma.
In realtà, ciò che la ricerca biotecnologica intende realizzare attraverso questo tipo di tecnologia a scopi terapeutici si configura come una vera e propria clonazione di individui umani: non si tratta, infatti, di riprodurre cellule tra di loro identiche partendo da un’unica cellula progenitrice, come avviene attualmente nel campo delle colture cellulari; né si tratta semplicemente di produrre, con la tecnica della proliferazione cellulare in vitro, tessuti destinati all’impianto (ad es. tessuto cutaneo, osseo e cartilagineo), secondo i procedimenti dell’ingegneria tissutale”. Questa tecnica si avvale di prelievi dal corpo umano o animale di cellule in grado di proliferare e generare tessuti in laboratorio, con lo scopo di sostituire tessuti del corpo di un paziente compromessi, ad esempio, da una grave ustione. Se si trattasse, infatti, della riproduzione di cellule o di interventi di ingegneria tissutale non ci sarebbe di per sé alcuna difficoltà etica ad ammettere la liceità di queste tecniche.
Quello di cui si tratta, invece, - e i ricercatori lo sanno benissimo – è la produzione di cellule e tessuti a partire da embrioni umani clonati, cioè di esseri umani di cui si prevede l’interruzione dello sviluppo stesso per poterli utilizzare come fonte di “prezioso” materiale biologico per “riparare” tessuti o organi degenerati in un individuo adulto.
E’ noto che le cellule dell’embrione prima dell’impianto in utero e le cellule staminali pluripotenti che si ritrovano nell’organismo umano anche in fasi successive dello sviluppo, hanno capacità estesa di autorinnovamento e di differenziazione e si vorrebbe sfruttare tale potenzialità per le molteplici finalità terapeutiche prima richiamate.
Per questo la riproduzione di un organismo umano allo stadio embrionale di sviluppo mediante clonazione verrebbe considerata una sorgente preferenziale e una riserva di cui disporre nel tempo, sfruttando la crio-conservazione dell’embrione stesso. Inoltre, i tessuti così ottenuti risulterebbero istocompatibili con quelli del donatore del nucleo, il paziente stesso; questo fatto consentirebbe di superare il problema del rigetto da trapianto con tessuti “estranei” al paziente.
L’uso della clonazione in tal senso permetterebbe, perciò, di avere un prodotto specifico “abbondante”, sì da alimentare le speranze di una fiorente attività bioindustriale. E se si riflette un momento ci si può rendere conto che, in effetti, la sollecitazione ad imboccare la via della ricerca sulla “clonazione-terapeutica” è venuta proprio dalla industria biotecnologica.
I riflessi bioetici di tali procedure, malgrado gli intenti “umanistici” di chi preannuncia guarigioni strepitose per questa strada che passa attraverso l’industria della clonazione, sono enormi, tali da dover richiedere una valutazione pacata ma ferma, che mostri la gravità morale di questo progetto e ne motivi una condanna inequivocabile.
Innanzi tutto va detto che la finalità umanistica a cui ci si appella non è moralmente coerente con il mezzo usato: manipolare un essere umano nei suoi primi stadi vitali per ricavarne il materiale biologico necessario alla sperimentazione di nuove terapie, procedendo così all’eliminazione di questo stesso essere umano, contraddice palesemente il valore sotteso allo scopo di salvare la vita (o di curare malattie) di altri esseri umani. Il valore della vita umana, fonte dell’eguaglianza tra gli uomini, rende illegittimo un uso puramente strumentale dell’esistenza di un nostro simile, chiamato alla vita per essere usato soltanto come materiale biologico.
Nella clonazione umana per scopi terapeutici, si stravolge la figura stessa del “genitore”, ridotto al rango di prestatore di un materiale biologico con cui generare un figlio/gemello destinato ad essere usato come fornitore di organi e tessuti di ricambio.
Questa prassi è contraria anche alla Convenzione Europea sui “Diritti dell’uomo e la biomedicina”, la quale pur permettendo – e si tratta di una scelta deprecabile e moralmente illegittima – l’utilizzazione degli embrioni ottenuti in sovrannumero dalle pratiche di fecondazione artificiale, proibisce tuttavia la loro produzione a scopi sperimentali (art. 18 b).
Una simile prassi è in evidente contrasto con i diritti dell’uomo, poiché permetterebbe di utilizzare un essere umano vivente per ricavarne cellule o tessuti sia pure in vista del benessere di un altro individuo, anche quando ciò comporti la morte di tale essere umano utilizzato.
Il principio che di fatto viene introdotto in nome della salute e del benessere, sancisce una vera e propria discriminazione tra gli esseri umani in base alla misurazione dei tempi del loro sviluppo (così un embrione vale meno di un feto, un feto meno di un bambino, un bambino meno di un adulto), capovolgendo l’imperativo morale che impone, invece, la massima tutela e il massimo rispetto proprio di coloro che non sono nelle condizioni per difendere e manifestare la loro intrinseca dignità.
La prassi della clonazione non può trovare alcuna legittimazione nemmeno dalle discussioni riguardanti l’identità individuale e personale dell’embrione programmaticamente ottenuto in laboratorio: si tratta di un nuovo essere umano: intrinsecamente orientato al suo sviluppo e alla sua piena maturazione individuale, che si attuerebbe se non fosse scientificamente ostacolata. Privo di ogni consistenza, poi, è il riferimento al fatto che questi esseri umani allo stadio embrionale, destinati a fornire cellule e tessuti, non siano in grado di sentire dolore: l’assenza del dolore non giustifica la soppressione di un essere umano, e l’uccisione di un uomo sotto anestesia non cesserebbe di essere un omicidio.
E’ fin troppo evidente che, appellandosi al criterio della salute, si conta sulla complicità dell’egoismo collettivo: la strategia linguistica con la quale si vuole depotenziare il significato morale della clonazione umana (per cui oggi si è introdotto il termine di “corpo embrioide” per riferirsi all’embrione costruito in vitro attraverso la clonazione e destinato ad essere deliberatamente distrutto), manifesta l’originario disagio di fronte alla consapevolezza che si sta progettando di generare, usare ed eliminare qualcuno di noi.
Bisogna, invece, avere il coraggio di guardare nel microscopio elettronico e di riconoscere che lì non c’è una cellula qualsiasi, non c’è un amorfo materiale genetico, ma c’è un essere umano che inizia il suo cammino vitale.
Se, per ipotesi assurda, l’unica via possibile fosse invece quella della clonazione umana, allora bisognerebbe avere il coraggio intellettuale e morale di rinunciare a questo percorso, poiché imporre l’origine e la morte di un proprio simile per garantirsi la salute è un atto di ingiustizia che lede nelle sue fondamenta la nostra dignità e la nostra civiltà.
Va tenuto presente che il Parlamento Europeo ha emanato una risoluzione vincolante, che vieta espressamente la clonazione umana. Sulla stessa linea si è posto il Comitato Nazionale di Bioetica Italiano e il Comitato Nazionale per la Biomedicina e la Biotecnologia il Consiglio d’Europa, l’UNESCO, ed altri organismi internazionali.
Ed è giusto ricordare sulla stessa lunghezza d’onda anche il nostro Codice Deontologico.
Ma i timori di una fuga in avanti, specialmente per interessi commerciali ed economici, è realistica, ed allora pensiamo che solo una chiara presa di posizione degli organismi internazionali e della comunità scientifica internazionale possa con successo riaffermare senza titubanza il divieto della clonazione umana e l’utilizzo delle nuove tecnologie nel pieno rispetto della dignità dell’uomo.

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D) EUTANASIA: PERCHE’?
Il tema dell’eutanasia è, da che mondo e mondo, appassionante, per evidentissimi intrecci di questioni etiche, religiose, psicologiche, esistenziali; ma è ormai altresì divenuto un tema politico e giuridico, a causa dell’intensificarsi della discussione in merito che si è sviluppata negli ultimi anni in tutti i paesi del mondo e dell’approvazione, in alcune nazioni, di leggi che la depenalizzano.
Intorno al problema dell’eutanasia esiste ancora molta confusione determinata da malintesi, a volte intenzionali, sul significato dei termini utilizzati; malintesi relativi alla stessa definizione del concetto di “eutanasia”, sul cui significato ritengo necessario soffermarmi brevemente.
La definizione più corretta di eutanasia, ormai da molti accettata, è quella proposta il 5 maggio 1980 dalla Dichiarazione della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede:
“Per eutanasia si intende un’azione o una omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare il dolore”.
In altre parole si tratta di una morte inflitta o attraverso un’azione diretta o attraverso l’omissione di un intervento dovuto e idoneo a sostenere la vita.
Come si può notare si parla di azione od omissione e non già di eutanasia attiva o passiva. Quest’ultima distinzione, infatti, per quanto in uso, non è sufficientemente chiara in quanto non sempre sono nettamente definibili i confini tra ciò che è attivo o passivo.
Per il medico una scelta, anche quella di sospendere una terapia é in fondo una decisione in qualche modo attiva; ad esempio il sospendere la somministrazione di farmaci o lo staccare il respiratore non potrebbero essere definiti atti passivi.
Così come attiva è la decisione di non iniziare una terapia che l’esperienza ha dimostrato efficace nella maggior parte dei casi.
Perciò quando nelle proposte di legge si usa il termine eutanasia passiva andrebbe precisato se si tratta di astensione o omissione di un’assistenza dovuta e valida, o di una pratica medica inutile e sproporzionata: come vedremo è sulla validità e proporzionalità della terapia che si deve portare il giudizio etico per stabilire se si debba praticare o ci si possa astenere.
Altro aspetto controverso dell’eutanasia è quello relativo al tipo di paziente al quale essa è teoricamente rivolta e suscettibile di essere applicata.
Come è noto nella maggior parte dei casi l’eutanasia viene invocata per i cosiddetti “ammalati in condizioni terminali irreversibili”.
Ed è proprio per questo motivo che ritengo doverosa una breve riflessione sul significato del termine “malato terminale”.
Anche tra i medici esiste, a volte, confusione sulla definizione di “malato terminale”. Anzitutto, non é possibile definire “terminali” tutti i pazienti inguaribili per i quali non è più possibile attuare terapie eziologiche, ma solo trattamenti sintomatici o “palliativi”; questa definizione è troppo generica, perché non considera l’evoluzione cronologica della malattia, né la capacità della terapia di influenzarne il decorso, elementi essenziali per precisare i confini tra una terapia proporzionata ed una terapia sproporzionata, e quindi inutile, che sconfini nell’accanimento terapeutico. Tenendo conto, invece, di questi elementi possiamo distinguere tre categorie di pazienti:

1) Pazienti con patologie inguaribili nei quali non é ancora possibile prevedere il tempo residuo di vita, che può essere anche di molti anni; questi pazienti non impongono decisioni terapeutiche diverse da quelle che comunemente vengono adottate per qualsiasi altro malato: sono persone che vanno curate con tutti i mezzi di cui oggi dispone la scienza medica.
2) Pazienti che si trovano già nella fase agonica e per i quali possiamo attendere solo la cessazione definitiva della vita. E’ bene ricordare che, quando parliamo di fase agonica, intendiamo una condizione di grave, irreversibile e contemporanea insufficienza delle funzioni vitali (neurologica, cardiocircolatoria e respiratoria), tale da consentirci di prevedere che la morte si verificherà inevitabilmente entro poche ore, o al massimo, pochi giorni e per la quale non esistono più terapie idonee. In questi pazienti, é doveroso per i medici prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso degli ultimi istanti. E’ altrettanto doveroso, tuttavia, ricorrere ad altri interventi finalizzati all’obiettivo di rendere dignitosa l’esperienza degli ultimi istanti che é ancora esperienza di vita. Tra questi, ricordiamo: terapia del dolore, nutrizione ed idratazione, cura delle ulcere da decubito, assistenza umana.
E’ bene ricordare che l’art. 32 del Nuovo Codice Italiano di Deontologia Medica afferma testualmente che “il medico non può abbandonare il malato ritenuto inguaribile, ma deve continuare ad assisterlo anche al solo fine di lenirne la sofferenza fisica e psichica, di aiutarlo e di confortarlo”.
3) La terza categoria è rappresentata da pazienti inguaribili, con prognosi infausta a breve termine, bisognevoli di assistenza, per i quali non è possibile attuare terapie eziologiche, ma sono necessari trattamenti sintomatici o palliativi. Elementi caratterizzanti questa definizione sono la ridotta aspettativa di vita (pochi mesi) e, soprattutto, il bisogno di assistenza: pazienti non più autonomi, spesso con elevato grado di invalidità, che necessitano dell’aiuto continuo degli altri e da loro, pressoché completamente, dipendono.
Sono proprio questi i pazienti che maggiormente espongono al rischio di una condotta terapeutica errata, sia nel senso dell’astensionismo che dell’abbandono, indipendentemente dal fatto che per loro si voglia o meno accettare la definizione di malato terminale.
Il problema si pone in questi termini: di fronte ad esempio ad un ammalato di cancro in fase terminale è opportuno praticare un trattamento eutanasico ed abbreviare, con la vita, anche le inevitabili sofferenze, oppure resistere a questa tentazione e lasciare che la malattia faccia il suo corso fornendo però all’ammalato i sussidi palliativi e le terapie sintomatiche che le sue condizioni richiedono?
Senza dubbio, chi deve affrontare responsabilmente tale quesito non può trincerarsi dietro l’agnosticismo, né rinunziare a darsi un codice di comportamento ragionevole. Tuttavia, per rispondere all’interrogativo in oggetto, bisogna tener conto del quadro clinico che si ha di fronte a delle situazioni obiettive da affrontare.

Il Comitato Nazionale per la Bioetica con un documento del settembre 1991 ribadisce la non accettabilità dal punto di vista morale, deontologico e giuridico di qualsiasi forma di eutanasia anche quando proposta per pazienti cosiddetti terminali, con lo scopo di interrompere sofferenze non più sopportabili. Da un punto di vista giuridico, è stata sottolineata l’indisponibilità della propria vita in quanto essa appartiene a quei diritti fondamentali che per loro principio sono indisponibili. Ritenere disponibile la vita a partire da una manifestazione soggettiva di volontà introdurrebbe nell’esperienza giuridica una eccezione che legittimerebbe qualunque ulteriore eccezione a partire da quella concernente la libertà personale.
“Si può ipotizzare e avallare, e se sì a quale prezzo, una legislazione che legalizzi in qualche modo l’eutanasia ? La mia tesi è che senza alcun dubbio qualsiasi ipotesi in cui si ventili la possibilità del ricorso all’eutanasia possiede sempre il carattere di un caso tragico, lacerante, angoscioso, che merita profonda attenzione e profondo rispetto; ciò non di meno sono convinto che gestire casi simili attraverso lo strumento tipico del diritto, quello della legge, e in particolare di una legge permissiva, equivalga a dare una risposta sbagliata a problemi reali. La ragione di questa affermazione può essere riassunta rapidamente: i problemi eutanasici sono sempre problemi estremi; ma la legge non è adatta a risolvere simili problemi. La legge esiste per governare e regolare situazioni ordinarie, non situazioni di eccezione. E le situazioni eutanasiche sono sempre tipicamente situazioni di eccezione, perché ciascuna è dotata di un profilo individuale, irripetibile, non analogabile a nessun altro profilo.” (In “Il diritto di morire bene”, pag. 28 F. D’Agostino “Non è di una legge che abbiamo bisogno”).
In pratica sia l’eutanasia attiva che quella passiva, qualora l’omissione terapeutica sia posta in essere per ottenere come fine proprio e intenzionale, anche se indiretto, la soppressione della vita del paziente, sono equiparabili all’omicidio, anche se si tratta di omicidio di persona consenziente. Da un punto di vista deontologico voglio solo ricordare che l’eutanasia è in contrasto con i principi di Etica Medica Europea, sia con i numerosi codici redatti dagli Ordine dei Medici dei diversi Paesi, compreso ovviamente il nostro, sia con la Costituzione di molti Stati.
Peraltro la domanda di eutanasia esiste e noi medici abbiamo il dovere di dare delle risposte e indicare soluzioni diverse nella continua lotta dell’uomo contro la sofferenza e la malattia. Soluzioni che non possono essere trovate nella resa incondizionata rappresentata dall’eutanasia, ma non debbono neppure essere cercate nell’altro estremo rappresentato dall’accanimento terapeutico; ed è proprio su questo punto che voglio, anzitutto, soffermarmi. Non possiamo dimenticare, infatti, che molto spesso la richiesta di eutanasia viene giustificata dal rifiuto dell’accanimento terapeutico.
Eutanasia e accanimento terapeutico: due tentazioni dunque quotidianamente proposte da una medicina moderna ormai in grado di controllare il divenire della morte, di ritardarla o anticiparla, di decidere e programmare il momento in cui termina la vita.
Una medicina moderna rivolta verso due opposti orizzonti: quello costruttivo della difesa della vita e quello distruttivo di un tecnicismo che rischia di assoggettare l’uomo al potere della scienza.
Sta di fatto che la possibilità di ritardare con ogni mezzo e ad ogni costo il momento della morte può facilmente determinare un atteggiamento di accanimento terapeutico; così come il desiderio di interrompere le sofferenze che spesso accompagnano le fasi terminali della vita può indurre ad una richiesta di eutanasia.
Due scelte parimenti errate, ingiustificabili e lesive della dignità della persona.
Nessuna legge italiana ed europea consente l’accanimento terapeutico e nessun medico dovrebbe praticare terapie ritenute inutili e sproporzionate.
L’”Evangelium Vitae” rafforza questo imperativo deontologico definendo con chiarezza i limiti dell’impegno terapeutico “Si da certamente l’obbligo morale di curarsi e di farsi curare, ma tale obbligo deve misurarsi con le situazioni concrete; occorre cioè valutare se i mezzi terapeutici a disposizione siano oggettivamente proporzionati rispetto alle prospettive di miglioramento. La rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio o all’eutanasia; esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte” (E.V., 65).
Ancora più forte appare il richiamo, alla nostra coscienza di medici, di rifiutare qualsiasi forma di eutanasia in un momento in cui, da più parti, si tenta di giustificarla alla luce di intenti apparentemente compassionevoli e nel rispetto di un presunto diritto alla “disponibilità della propria vita”.
Se “l’atteggiamento del medico di fronte alla persona morente” è divenuto uno dei problemi emergenti della medicina moderna ciò è dovuto al fatto che la medicina, consente oggi di modificare profondamente la naturale evoluzione della fase terminale della vita, in particolare la rianimazione ha conseguito risultati tali da indurre ad una ridefinizione dello stesso concetto di morte aprendo nuove speranze per il recupero di molti pazienti in condizioni critiche ad una vita degna di essere vissuta.
La ventilazione meccanica, la nutrizione parenterale totale, l’emodialisi, l’assistenza meccanica del circolo, i trapianti d’organo permettono di mantenere in vita, per mesi o anni, pazienti prima destinati a morte sicura.
Questa possibilità di controllare il divenire della morte, di ritardarla o anticiparla, di decidere e programmare il momento in cui termina la vita, propone interrogativi inediti che ancora attendono risposte esaurienti.
Questa disponibilità di mezzi comporta il rischio di un abuso, soprattutto quando il medico rivolge eccessiva ed esclusiva attenzione alla valutazione degli effetti della tecnica adottata, interrompendo il delicato rapporto che lo lega al paziente.
Mi piace ricordare che la tecnologia assume valore, infatti, finché rimane al servizio del paziente; diviene tecnicismo quando si limita a servire la scienza.
Certo il “problema centrale” che innesca il tutto é e rimane quello del Dolore!!
Il dolore è stato uno dei problemi più drammatici per l’uomo sin dalla sua nascita ed è probabile che il sollievo dal dolore sia stato il compito principale dei guaritori, figura antesignana dei medici attuali che si impegnano quotidianamente per riuscire ad alleviare il dolore e la sofferenza.
Dolore e sofferenza comunque accompagnano come un’ombra la vicenda esistenziale di ogni essere umano.
Il medico può far molto per combattere il dolore e la sofferenza, ma sicuramente si pone delle domande a cui non è facile dare risposte.
- Quale significato può avere il dolore nel cammino della nostra vita?
- Quale aiuto può e deve dare il medico al di là del semplice impegno terapeutico?
- Fino a che punto possiamo spingerci con le nostre cure?
- In che modo dobbiamo rendere partecipi i nostri pazienti della conoscenza della loro malattia?

In un’ottica biologistica ed immanentistica il dolore e la sofferenza rappresentano due “entità” e due condizioni negative da combattere, da evitare e da dimenticare il più presto possibile.
In una visione etico-religiosa, invece, il dolore e la sofferenza hanno un significato positivo e portano l’uomo ad intraprendere un percorso difficile e periglioso che porta a dotare il dolore di significato.
Da considerare anche che gli enormi progressi compiuti nel campo del trattamento del dolore negli ultimi tempi sono dovuti non solo alle più ampie possibilità diagnostico-terapeutiche ed alla più approfondita conoscenza dei farmaci analgesici, ma anche alla più diffusa consapevolezza che il controllo del dolore è di importanza fondamentale per la qualità della vita del paziente.
A tal proposito desidero solo ricordare quanto espresso dall’art. 12 della Guida Europa di Etica Medica: “Il medico può, in caso di malattia inguaribile ed in fase terminale, limitarsi a curare le sofferenze fisiche e morali del paziente, fornendogli i trattamenti appropriati e conservando, per quanto possibile, la qualità di una vita che si spegne”.
E’ dovere imperativo assistere il morente sino alla fine ed agire in modo da consentirgli di conservare la sua dignità. In quel “limitarsi a lenire” appare chiaro il rifiuto di qualsiasi forma di accanimento terapeutico inteso come prosecuzione di terapie sproporzionate e quindi inutili: terapie che non solo non arrecano beneficio alcuno, ma possono aumentare lo stato di sofferenza.
Il nostro intervento terapeutico deve essere non solo “mirato”, ma anche “proporzionato” all’entità del dolore, alle necessità del paziente ed allo stadio della malattia. Secondo il nostro parere la proporzionalità delle terapie è un aspetto irrinunciabile del nostro intervento medico e tiene in massima considerazione non il “paziente” ma l’uomo che soffre e ci chiede aiuto.
A tal riguardo fondamentale è l’intervento del Pontefice Pio XII del 24 febbraio 1957 sul tema del dolore e del suo trattamento.
Alla domanda se la soppressione del dolore e della coscienza per mezzo di analgesici, quando sia richiesta da una indicazione medica, sia permessa dalla religione e dalla morale, al medico ed al paziente anche nell’avvicinarsi della morte, e persino sia prevista che l’uso degli analgesici possa abbreviare la vita, Pio XII rispose: “Se non esistono altri mezzi e se, nelle circostanze citate, ciò non impedisce l’adempimento di altri doveri religiosi e morali, si”.
L’ impegno dei cattolici, e non solo, contro l’eutanasia deve essere particolarmente forte proprio in questo momento considerando che da più parti anche a livello legislativo sembrano emergere tendenze a favore dell’eutanasia che si concretizzano nelle proposte di depenalizzazione di un atto che, comunque, rimane riconosciuto quale reato.
Questo atteggiamento permissivo non ci deve sorprendere considerando che in tutto il mondo occidentale si è diffusa una “cultura della qualità della vita” che troppo spesso, nei fatti diviene “cultura della morte”.
Se la qualità della vita diviene il valore primo di riferimento è evidente che la sua perdita per motivi economici, per malattia, per mutate condizioni sociali, rende insignificante e insopportabile la nostra esistenza.
Al contrario, la vita umana è degna di essere vissuta per se stessa, indipendentemente dal suo grado di qualità.
Non esistono vite che non siano degne di essere vissute: la sofferenza, la malattia, l’invalidità sono componenti naturali e inevitabili della corporeità dell’uomo. Noi abbiamo il dovere di prevenirle, di curarle, di combatterle, ma non abbiamo la libertà di rifiutarle a costo della vita.
Certamente, non è facile dare senso alla sofferenza, così come non è facile sopportarla quando l’unico scopo della nostra esistenza è la ricerca del benessere.
A tal proposito vorrei ricordare le parole del Santo Padre che nel 1995 ha dedicato un’intera Enciclica, la Evangelium Vitae, alla difesa della vita. Nell’enciclica si legge tra l’altro che: “l’amore ispira la cultura della vita, mentre l’egoismo ispira la cultura della morte”, cultura che è all’origine di aborto, distruzione di embrioni e dell’eutanasia”. Giovanni Paolo II ha sottolineato che “una cultura autentica e rispettosa della persona e del suo vero bene non può prescindere dal difendere e promuovere la vita umana, sempre, dal suo sbocciare nel grembo della madre al suo naturale tramonto”.